Le infanzie infelici – 2° parte

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Le infanzie infelici – 2° parte

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Quando i bisogni fondamentali del bambino vengono soddisfatti, egli si ritrova a vivere una condizione di felicità. In particolare, questo accade quando riceve amore incondizionato da parte dei genitori, indipendentemente dagli eventi avversi che possono caratterizzare la vita familiare o dal comportamento del bambino; quando i suoi pensieri e i suoi sentimenti vengono considerati e apprezzati; quando è soddisfatto il bisogno di stabilità affettiva ed infine quando vengono riconosciuti e rispettati i ruoli generazionali interni alla famiglia.
Nel momento in cui questi bisogni primari vengono trascurati e ignorati, è possibile che il bambino possa provare insicurezza e angoscia esistenziale, le quali rappresentano una seria minaccia allo sviluppo sano dello stesso. Questa condizione è tipica del bambino che cresce dentro una famiglia disarmonica, la quale determinerà un’evoluzione disfunzionale del piccolo. Egli, alla lunga, mostrerà per mezzo del corpo, del comportamento o dello stato emotivo, tutta la sua sofferenza e tutto il disagio psicologico, ossia il suo stato di infelicità.

La famiglia perfetta ovviamente non esiste e per serenità non si intende l’assenza di difficoltà, di malattie, di ostilità, di lutti e di eventi sfavorevoli. Al contrario, la serenità è una condizione emotiva che il bambino respira in famiglia tramite il modello concreto dei genitori, ossia attraverso i modi in cui questi ultimi affrontano gli avvenimenti della vita, dando ai loro figli una visione ottimistica e positiva delle cose, senza tuttavia nascondere loro le problematicità e le difficoltà. La serenità si basa, sia a livello coniugale sia nelle relazioni con le rispettive famiglie di origine, sull’armonia, sull’affetto e sul rispetto. Sono le ostilità e i conflitti tra i coniugi o tra questi e le rispettive famiglie ad influenzare e a danneggiare i rapporti affettivi positivi tra genitori e figli. Questi ultimi diventano, spesso, dei capri espiatori delle ostilità che si verificano a livello familiare, obbligati a schierarsi con uno dei due genitori. Per valutare il funzionamento di una famiglia è indispensabile valutare i confini esistenti tra i vari membri di essa. Quando le informazioni scambiate sono appropriate per qualità e attinenza rispetto alla relazione e alla fase del ciclo vitale si parla di confini chiari. I confini sono invece diffusi se si ha un passaggio di informazioni quantitativamente eccessive e qualitativamente non pertinenti, in questo caso la famiglia viene definita invischiata. Infine si parla di confini rigidi se la quantità di informazioni inviate ad un membro della famiglia sono insufficienti, ciò accade nelle famiglie disimpegnate. Sia la famiglia invischiata sia quella disimpegnata presentano confini disfunzionali.

Salvador Minuchin ha introdotto il concetto di triade rigida per denotare una configurazione relazionale nella quale i figli vengono utilizzati dai genitori per schivare o spostare i conflitti esistenti a livello di coppia, definendo così una struttura triadica in cui il confine tra il sottosistema genitoriale e quello del figlio è diffuso, mentre il confine intorno alla triade genitori-figlio è rigido.
È all’interno di questo quadro che è possibile identificare il sintomo, il quale insorge in un momento specifico dello sviluppo per poi essere regolarmente monitorato lungo tutto l’arco temporale della crescita, fino all’età adulta. L’origine del sintomo va individuata nel legame tra le cure del caregiver, i fattori genetici e socio-ambientali e le risposte specifiche individuali.
Il sintomo è strettamente collegato alla qualità dell’adattamento nei vari contesti di vita, quali la famiglia, la scuola, il rapporto con i pari e la società, del bambino prima e dell’adolescente in seguito. La famiglia, essendo un organismo sociale, ha un proprio ciclo vitale: nasce, cresce, si riproduce e muore. Come accade negli individui, anche nella famiglia esistono periodi di crisi che mettono alla prova la salute e la maturità del gruppo familiare stesso; alcuni momenti di crisi implicano evoluzione e crescita, altri comportano un blocco nello sviluppo in quanto la famiglia non è in grado di superare adeguatamente le crisi. 1

Il modello del ciclo di vita proposto nel 1980 da Carter e McGoldrick ha lo scopo di rappresentare lo sviluppo della famiglia sana e delle relative dinamiche relazionali. La famiglia, infatti, è considerata l’unità base per lo sviluppo emozionale dei propri membri.
In ogni fase del modello proposto da Carter e McGoldrick almeno tre o quattro generazioni si trovano a dover cambiare contemporaneamente e ad adattarsi alle trasformazioni del ciclo di vita, tramite paragoni tra aspettative e bisogni diversi tra loro.
Tale sviluppo si svolge su due assi: l’asse verticale, il quale riguarda il passaggio dei modelli relazionali di generazione in generazione; l’asse orizzontale, il quale indica le crisi e gli eventi, normativi e paranormativi 2 che interessano l’intera famiglia.
I sintomi emergono laddove si intersecano problematiche derivanti dalla storia trigenerazionale, asse verticale, con quelle che si possono incontrare durante il proprio ciclo di vita, asse orizzontale.

Secondo Carter e McGoldrick, il ciclo vitale della famiglia può essere suddiviso in sei fasi:
1. Giovane adulto senza legami, il quale ha il compito emozionale di differenziarsi e definire il proprio Sé rispetto ai familiari;
2. Formazione della coppia, in cui il compito emozionale è quello di creare l’identità della coppia, con conseguente ridefinizione delle relazioni con le famiglie di origine;
3. Nascita del primo figlio e famiglia con bambini piccoli, il figlio deve essere accettato come nuovo membro del sistema, si sviluppano i ruoli genitoriali e vengono nuovamente rinegoziati i rapporti con le famiglie di origine;
4. Famiglia con adolescenti, in questa fase i confini familiari divengono sempre più flessibili al fine di permettere lo svincolo dei figli;
5. Famiglia con figli adulti che escono di casa, la famiglia, in questo caso accetta movimenti di uscita ed entrata sempre più numerosi. È la fase del nido vuoto;
6. Famiglia nell’età anziana, fase in cui è indispensabile acconsentire il cambiamento dei ruoli generazionali, conservare il funzionamento della coppia e sostenere i giovani.

Orientamenti più attuali di questo modello inseriscono, all’interno delle fasi del ciclo vitale, delle microtransizioni quotidiane dalle quali deriva la capacità della famiglia di affrontare con successo gli eventi critici presenti nei diversi momenti evolutivi. Il concetto di sviluppo familiare si crea in senso sovraordinato ed include compiti di sviluppo, fasi evolutive, eventi critici e microtransizioni.
Gli eventi critici sono avvenimenti che distinguono una fase del ciclo di vita, consentendo alla famiglia il passaggio allo stadio consecutivo. In un primo momento la famiglia vive una fase di rottura rispetto alle precedenti modalità organizzative, in seguito si dà inizio ad un momento di transizione che può terminare o in una riorganizzazione evolutiva della famiglia oppure, se questa non riesce ad affrontare i compiti di sviluppo specifici dall’evento critico, in una destrutturazione del sistema.
La famiglia in grado di cambiare, di adattarsi alle circostanze, è una famiglia normale, sana e non patologica. Se la famiglia, invece, non riesce ad adeguarsi agli eventi, in uno dei suoi membri possono comparire i sintomi.
Le crisi spesso corrispondono con i momenti della vita familiare legati al suo ciclo storico. Nel matrimonio è necessario il passaggio dall’innamoramento alla disillusione oggettuale fino alla nascita di un vero legame d’amore. I membri della coppia devono imparare a condividere la quotidianità. Con la nascita del primo figlio emerge il problema legato all’introduzione di un terzo membro nella coppia. Il neonato può essere considerato da uno dei due coniugi come un avversario in amore, ossia la rivalità edipica. Questa situazione può ripetersi anche con la nascita di altri figli. Con l’entrata dei figli in età scolare, la socializzazione con i pari implica lo stretto e assiduo contatto con altri gruppi familiari e con essi l’introduzione di nuovi valori e abitudini che mettono in discussione i valori familiari, fino a quel momento assoluti e indiscutibili. Con la pubertà e l’adolescenza dei figli questi impongono condizioni nuove e contestano i valori familiari e gli ideali. Il conflitto edipico si inasprisce. Durante il periodo della crisi di mezza età dei genitori si effettuano i bilanci di quanto è stato fatto o non fatto nella vita. Affiorano i problemi non risolti relativi riguardo la sottomissione alla famiglia di origine, alle norme sociali, etc. Per quanto riguarda l’indipendenza dei figli, i genitori, che fino a quel momento hanno avuto come compito principale la cura e l’attenzione nella crescita dei figli, si ritrovano da soli e a dover saggiare la qualità e l’intensità del legame esistente tra di loro. Possono riemergere problematicità e conflitti irrisolti. Altri eventi critici possono essere la menopausa e il climaterio, le crisi economiche e politiche, le malattie fisiche, il divorzio e la costruzione di nuove famiglie, la morte dei genitori o di altri membri della famiglia.
Una famiglia sana è quindi contraddistinta dalla capacità di cambiamento nel corso del ciclo vitale, dalla capacità di equilibrio tra l’intimità e la distanza nelle relazioni intrafamiliari, dall’opportunità di una relativa indipendenza dei membri tra loro e la possibilità di tollerare la vicinanza, dalla capacità di valutare i conflitti in modo positivo, stimolando i cambiamenti e l’adattamento a nuove condizioni, dalla presenza di comunicazione tra i membri al fine di risolvere insieme i problemi.

Un bambino, costretto a vivere per un periodo di tempo abbastanza lungo in un ambiente ostile e in condizioni estremamente complicate, non per forza sarà un bambino infelice. Infatti, affinché questa infelicità si evidenzi realmente, è fondamentale che il bambino viva queste difficoltà in estrema solitudine. Un bambino che non si sente solo, abbandonato e trascurato è in grado di affrontare e superare, senza gravi danni psichici, prove estremamente complesse e faticose. Ciò consente al bambino, a distanza di tempo e quando la situazione lo permette, di sviluppare rapidamente una nuova relazione, basata sul sentimento e sulla fiducia, con un altro nuovo. In questo caso, l’altro nuovo sostituisce l’oggetto buono introiettato in precedenza dal bambino senza trasformarsi in un personaggio cattivo, ostile, come accade in altre circostanze.
La sola esposizione a circostanze difficili, quindi, non è sufficiente di per sé a nuocere gravemente un bambino. Quando però egli si ritrova ad affrontare in solitudine queste condizioni di sofferenza, è molto probabile che in età adulta possa sviluppare un disturbo di personalità.
Le infanzie infelici, osservate e descritte da Cancrini, sono state suddivise in tre gruppi, a seconda della gravità del maltrattamento subito.
Il primo gruppo include quelle infanzie caratterizzate sia da violenza psicologica ma anche e soprattutto da maltrattamenti fisici, abusi sessuali e trascuratezza. Appartengono a questo gruppo l’infanzia borderline, quella antisociale, la paranoidea e infine l’infanzia schizotipica.
Il secondo gruppi include l’infanzia narcisista, quella istrionica, la ossessivo-compulsiva, l’evitante e la schizoide, ossia infanzie in cui i processi di cura sono presenti ma male impostati e i maltrattamenti sono per lo più di ordine psicologico.
Infine, l’ultimo gruppo comprende l’infanzia dipendente e passivo-aggressiva, in cui i processi di cura, inizialmente sufficienti, diventano gradualmente errati, deboli o insoddisfacenti.

Per concludere, considerando i dati di un’indagine svolta su territorio italiano dall’organizzazione internazionale Terre des hommes in collaborazione con Cismai, in cui è stato evidenziato che, in Italia, 1 bambino su 100 risulta vittima di una qualche forma di maltrattamento, è facile intuire quanto sia urgente e necessario intervenire sia ad un livello di cura ma anche a livello di prevenzione. Per quanto riguarda la prevenzione primaria, è necessario intervenire nel contesto sociale, in particolare nelle scuole, fornendo agli insegnanti, agli educatori e agli operatori strumenti per identificare il disagio dei minori che vivono in contesti violenti; nella prevenzione secondaria è importante rilevare precocemente la violenza laddove sussistano i fattori di rischio, così da interrompere il maltrattamento e proteggere le piccole vittime; infine, nella prevenzione terziaria, evitare il ripetersi della violenza, dell’abuso e aiutare la vittima a superare il danno attraverso la verbalizzazione e il cambiamento del contesto.

La famiglia è o, meglio, dovrebbe essere il luogo predisposto alla cura dei figli, luogo di amore e accudimento, che permette ai piccoli di crescere e svilupparsi in modo sano, con una rappresentazione di Sé stabile, integrata, sicura, capace, di una persona degna di essere amata. Tuttavia non sempre accade questo e la famiglia diviene luogo di maltrattamento e abuso ed è proprio in questi casi che bisogna intervenire mettendo in atto azioni chiare, tempestive e concrete di ordine psicologico, sociologico, educativo, giuridico e medico. È necessario, infatti, sottolineare l’importanza di sviluppare una concezione in cui si metta al centro dell’attenzione la tutela e la felicità del bambino. Solo quando si arriverà a comprendere la grandezza dell’impatto che gli avvenimenti dell’infanzia hanno sullo sviluppo della persona allora, molto probabilmente, si porgerà maggiore attenzione al maltrattamento e all’abuso subito dai minori.

 

 

Bibliografia
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BENJAMIN L. S., Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, a cura di P. SCILLIGO, LAS, 1999, passim.
BOWEN M., Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del Sé nel sistema familiare, a cura di ANDOLFI M., DE NICHILO M., Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1980, passim.
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CANCRINI L., La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2013, 3°, (2012), passim.
______________, L’oceano borderline. Racconti di viaggio, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2006, passim.
CIRILLO S., DI BLASIO P., La famiglia maltrattante, Milano, Cortina Raffaello Editore, 1989, passim.
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Il lutto infantile, a cura di CASSIBBA R., ZAVATTINI G. C., trad. SANTUCCI C., Bologna, Il Mulino Editore, 2007.
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Sitografia
Pubblicazioni on-line:
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FONAGY P. TARGET M., Attachment and reflective function: their role in self-organization, http://mhfamilypsychology.com/docs/Fonagy%20Reflective%20Functioning%20Paper.pdf [data ultima consultazione 3 maggio 2015]

Riviste on-line:
DÈTTORE D., I disturbi di personalità: un’analisi critica dei gruppi diagnostici. http://www.neurolinguistic.com/proxima/articoli/art-53.htm [data ultima consultazione 9 settembre 2015]

  1. Ogni crisi comporta l’affrontare una situazione di perdita e dunque la necessità di elaborare dei lutti. Un disturbo fisico o mentale di uno dei membri della famiglia può manifestarsi come tentativo di soluzione.
  2.  Gli eventi di vita normativi sono quelli che, a differenza dei paranormativi, sono prevedibili; sono quelle transizioni disorganizzanti che la famiglia incontra nel suo ciclo vitale. È possibile individuare sei fasi che caratterizzano il ciclo vitale della famiglia, ossia il giovane adulto non sposato, la coppia appena sposata, la famiglia con figli piccoli, la famiglia con figli adolescenti, la famiglia nell’età di mezzo che va dalla funzione di trampolino di lancio per i figli alla fase del nido vuoto ed infine la famiglia nell’età anziana. In ogni fase avvengono dei cambiamenti strutturali che permettono il passaggio da uno stadio all’altro. Gli eventi paranormativi sono, invece, quelli imprevedibili i quali possiedono un altissimo valore destabilizzante nello sviluppo dell’intera famiglia, proprio per la sua eccezionalità e la traumaticità dell’evento. Esempi di questi eventi sono la morte di un caro, la malattia, il divorzio, il secondo matrimonio di un genitore, l’abuso sessuale, la trascuratezza del bambino etc.

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