La resilienza e fattori protettivi in situazioni avverse

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La resilienza e fattori protettivi in situazioni avverse

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La parola resilienza deriva dal latino resilire, ossia rimbalzare, saltare indietro. La psicologia ha mutuato questo concetto dalla fisica, il quale indica la proprietà di un corpo di assorbire gli urti senza rompersi per poi recuperare la forma originaria.

In psicologia, la resilienza è la capacità di un individuo di far fronte, in maniera positiva e senza risentire eccessivamente di conseguenze negative, ad eventi traumatici o stressanti che, diversamente, potrebbero risultare gravemente invalidanti; essa permette di adattarsi con successo alle avversità e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.

Parlare di resilienza non significa semplicemente riferirsi all’ottimismo quanto invece a “un insieme di caratteristiche di personalità che permettono all’individuo di reagire agli eventi di vita, traendo stimolo dalla realtà circostante che viene affrontare con calma, ponderazione, coraggio, intelligenza, moderazione e accettazione”. È attraverso questi elementi che la persona sperimenta il controllo sulla realtà e sulle proprie azioni, percependo in tal modo di avere potere sul proprio destino. Le persone resilienti sono quelle che mostrano una maggiore capacità di recuperare rapidamente l’equilibrio fisico, psicologico e relazionale dopo circostanze avverse.

La resilienza è un’abilità in parte influenzata da fattori biologici e genetici e in parte legata alle vicende di vita familiari e relazionali; essa viene acquisita dall’individuo durante il percorso evolutivo, è un vero e proprio processo che si basa su una serie di fattori quali la personalità del soggetto, lo stile di attaccamento, l’apprendimento, le esperienze vissute, etc.

La resilienza si fonda su un processo che, nel corso dello sviluppo, poggia le basi su due assi, quello intrapsichico e quello relazionale-interattivo.

Gli elementi indispensabili di questo concetto sono tre:

  1. la distinzione tra il sistema che regola le emozioni e il sistema cognitivo, ciò permette al soggetto di prendere le distanze dalla propria emotività ed elaborarla attraverso le operazioni di razionalizzazione;
  2. la presenza di indispensabili e adeguate capacità cognitive (QI, strategie di problem solving, capacità di concettualizzare e programmare);
  3. la presenza di meccanismi di difesa normali o nevrotici, tali da permettere stili di coping maggiormente funzionali e adattivi.

Poiché la resilienza è sostanzialmente frutto della struttura cognitiva degli individui, per poterla migliorare è indispensabile modificare le lenti con le quali si osservano gli eventi.

La psicologa americana Susanna Kobasa ha evidenziato tre tratti di personalità che possono essere ricondotti ad un alto grado di resilienza:

  1. Impegno, ossia il livello di coinvolgimento nelle attività, proprio delle persone non passive, non ansiose, in grado di valutare concretamente le difficoltà.
  2. Controllo, ovvero la convinzione di non essere in balia degli eventi ma di poterli controllare e dominare. È un concetto simile al locus of control.
  3. Gusto per le sfide, vale a dire che i cambiamenti vengono accettati e considerati fattori positivi. Le problematicità non vengono evitate o considerate pericolose, ma invece vengono vissute come occasione di crescita.

La resilienza è composta da una serie di comportamenti e atteggiamenti che non sono posseduti sin dalla nascita ma che possono essere appresi e sviluppati nel corso del tempo.

Studi longitudinali 1 hanno dimostrato che bambini che vivono nelle stesse circostanze e subiscono gli stessi eventi traumatici, hanno probabilità diverse gli uni dagli altri di sviluppare un DP.

È proprio grazie al concetto della resilienza che è possibile spiegare e comprendere come mai all’interno dello stesso contesto familiare, vissuto da più bambini, solo alcuni di essi sviluppano seri problemi inerenti alla condotta e alla personalità. Infatti la risposta di un individuo ad eventi traumatici quali abusi, lutti, guerre e malattie è l’esito di un’interazione dinamica tra fattori di rischio e fattori protettivi, appartenenti ai diversi livelli, quali biologico, psicologico, sociale e ambientale.

I fattori di rischio sono quegli elementi che interferiscono con l’adattamento e che aumentano la probabilità della manifestazione della psicopatologia. Essi possono essere sia interni all’individuo sia appartenenti al contesto. Tra i fattori di rischio sono indicati elementi quali la bassa autostima, l’attaccamento insicuro o disorganizzato nei confronti del caregiver, le difficoltà nello stabilire e mantenere relazioni sociali, aspettative irrealistiche nei confronti di se stessi, abusi e maltrattamenti, 2 carenza di sostegno, forti disaccordi familiari, separazione e divorzio dei genitori, 3 fattori di rischio collegato alla genitorialità, 4 emarginazione e condizioni svantaggiate.

I fattori di protezione 5 , invece, includono tutte le qualità del bambino, dei genitori e del contesto che ostacolano l’azione dei fattori di rischio, rafforzando così le capacità di coping e la resilienza stessa del bambino. Tra questi fattori sono inclusi l’attaccamento sicuro, il pensiero creativo, QI elevato 6 , l’umorismo, locus of control 7 interno, il sostegno affettivo, elevata autostima, buone abilità cognitive, positiva percezione di Sé 8, il comportamento prosociale, buone condizioni socio-economiche, un buon legame con la famiglia di origine 9 e il riuscire a stabilire relazioni sociali. 10

Si ha un’esperienza evolutiva quando, nel corso del tempo, si crea un compromesso valido tra queste due tipologie di fattori, ossia quando i fattori di rischio si trasformano in opportunità di sviluppo e realizzazione.

Concludendo, è possibile riassumere il vasto concetto di resilienza attraverso le parole di Oscar Chapital Colchado “la resilienza è la capacità di un individuo di generare fattori biologici, psicologici e sociali che gli permettano di resistere, adattarsi e rafforzarsi, a fronte di una situazione di rischio, generando un risultato individuale, sociale e morale.”

 

 

  1. A partire dagli anni ’70 sono stati avviati alcuni studi longitudinali ad opera di Norman Garmezy, E. James Anthony, Lois Murphy, Michael Rutter ed Emmy Werner.
  2.  Le forme di maltrattamento e abusi sono state classificate da Ammaniti nel 2001 nel seguente modo: a) abuso fisico, b) trascuratezza fisica, educativa ed emozionale, c) abuso sessuale, d) abuso emozionale. Molto spesso queste forme di maltrattamento sono miste e avvengono all’interno della famiglia.
  3. Il disturbo che il bambino presenta varia in base all’età: il bambino, sotto i 3 anni, è particolarmente vulnerabile, tra i 2 e i 3 anni ha dei comportamenti di tipo regressivo con pianto, tra i 3 e i 4 anni ha il timore di perdere anche l’altro genitore. In età successive possono essere presenti disturbi del comportamenti, episodi anoressici, depressione o disturbi della condotta.
  4.  Condizioni in cui le funzioni genitoriali di protezione e cura dei figli è profondamente disturbata e influisce fortemente sulla qualità della relazione genitori-figlio. Sia in presenza di conflitti intrapsichici dei genitori, ossia lutti e traumi del passato non risolti da parte di essi e che trascinano nelle funzioni genitoriali, sia in presenza di tensioni all’interno della coppia, il bersaglio del malessere genitoriale è sempre il bambino.
  5. Le risorse, proteggono l’individuo dall’insorgenza di malattie e rendono la personalità più flessibile ai cambiamenti.
  6. Garmezy, Masten e Tellegen, 1984; Tiet, 1998.
  7. Luthar, 1991.
  8. Masten e Reed, 2002.
  9. Weist, 1998.
  10. Garmezy, 1993.

2 Comments

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gianni

Febbraio 2, 2019at 11:50 am

Grazie, sto facendo un foglio di calcolo dove in una colonna ho messo i fattori protettivi, in un’altra se li ho ottenuti oppure no e in un’altra la priorita’ nella ricerca dell’ottenimento. Purtroppo il quadro d’insieme mi da’ un certo sconforto, perche’ mi rendo conto di essere a mare…

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Oscar

Maggio 26, 2016at 6:40 pm

Excelente artículo. saludos

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