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Cos’è la violenza?

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Etimologicamente violenza deriva da violare, ossia infrangere i limiti, oltrepassare i limiti altrui. Con il termine violenza si indica ogni azione fisica o verbale attraverso la quale si intende annullare l’altro o distruggerne una parte, la sua volontà. Nella violenza, il desiderio di far scomparire l’altro, di escluderlo, di ridurlo al silenzio diventa più forte e fondamentale rispetto al desiderio di dialogo e di confronto. La violenza conduce alla negazione dell’altro, al suo annientamento, alla sua morte, non sempre in senso fisico ma anche e soprattutto psicologico. Più in generale, la violenza fa si che, all’interno di una relazione, entrino in gioco due elementi, il potere e il controllo e, soprattutto, la donna non può decidere liberamente per se stessa.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la violenza è definibile come “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, o la minaccia di tale uso, rivolto contro se stessi o contro un’altra persona che produca, o che sia molto probabile che possa produrre, lesioni fisiche, morte, danni psicologici, danni allo sviluppo, provazioni”.
I dati dell’ultimo studio ufficiale dell’ISTAT risalgono al 2014 e mettono in evidenza un dato allarmante, ossia che 6 milioni e 788 mila donne, di età compresa tra i 16 e i 70 anni, hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale (il 31,5%). Questi dati ci permettono di affermare che la violenza è un fenomeno grave, diffuso e trasversale tra i diversi status sociali.
Le conseguenze della violenza possono verificarsi sia a livello fisico sia a livello psicologico. Sul piano fisico comporta dolore fisico e muscolare, lividi, lesioni, lacerazioni e abrasioni a livello genitale e malattie sessualmente trasmissibili. A livello psicologico, la donna può sviluppare disturbi psicosomatici, disturbo del sonno, disturbi alimentari, ansia, attacchi di panico, disturbo da stress post-traumatico.


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Peter Fonagy: la Funzione Riflessiva e il Mentalization Based Treatment

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Peter Fonagy e Mary Target descrivono la funzione riflessiva o mentalizzazione come la capacità di interpretare i comportamenti propri e altrui in termini di ipotetici stati mentali e quindi non come una copia fedele della realtà ma come una rappresentazione di essa.

Dallo sviluppo di questa funzione derivano una serie di capacità, tra cui il capire le manifestazioni affettive altrui, la regolazione degli affetti e il controllo degli impulsi e il fare esperienza di Sé come soggetto agente. Al contrario, se questa funzione è compromessa il bambino avrà difficoltà di adattamento, le sue relazioni sociali saranno incrinate, non acquisirà la capacità di preoccuparsi per gli altri e tutto questo perché non potrà rappresentarsi mentalmente la loro sofferenza.

Questa funzione comporta, in uno sviluppo normale, l’acquisizione della capacità di potersi rappresentare mentalmente un pensiero, un sentimento, un affetto senza la necessità di averli concretamente davanti a sé per poterli richiamare alla mente. Lo sviluppo della capacità di mentalizzazione è essenzialmente collegato al livello di coerenza e al funzionamento psichico del caregiver.

Secondo Fonagy è indispensabile, per un sano sviluppo, che le relazioni primarie di attaccamento offrano sostegno e protezione, in quanto le prime facoltà mentali del bambino derivano proprio dalla capacità del genitore di rispondere ai bisogni e alle richieste del figlio. Rispetto a questo punto, gli studi di Gunderson e Austin hanno documentato che i pazienti con diagnosi di DBP hanno in comune caregiver che non sono stati capaci di offrire loro supporto e appoggio.

Per quanto riguarda lo sviluppo di questa funzione, Fonagy sostiene che questa non esiste sin dalla nascita ma che compare solo verso il terzo, quarto anno di vita; prima di ciò l’esperienza che il bambino ha della realtà è legata a due modalità specifiche: l’equivalenza psichica e il modo del far finta.

Con la prima, il bambino non riconosce le idee come rappresentazioni della realtà, ma le considera equivalenti alla realtà stessa; con il far finta, tipico del gioco, le idee sono reputate come rappresentazioni, senza però cercare alcun riscontro nella realtà.

Durante il quarto anno di vita, le due modalità vengono integrate e ciò determina la nascita della funzione riflessiva, ovvero il modo attraverso cui il bambino può rappresentarsi gli stati mentali in quanto tali ed è quindi in grado di riconoscere che questi stati sono sostanzialmente delle rappresentazioni della realtà.

Affinché possa svilupparsi questa funzione, non è essenziale solo la maturazione fisica ma, come afferma Fonagy, è fondamentale anche l’interazione fra l’adulto e il bambino, nella quale il genitore, mentre gioca con il piccolo, intanto commenta il gioco. Ciò genera una sorta di ponte tra la realtà del gioco e la realtà in cui entrambi vivono, ossia tra il far finta e l’equivalenza psichica.

Questa modalità di rapporto tra adulto e bambino è facilitata da una relazione di attaccamento sicuro, all’interno della quale il piccolo può soddisfare due bisogni indispensabili per lo sviluppo della funzione riflessiva, infatti può individuare i propri stati mentali rappresentati nella mente dell’altro e sentirsi identificato dall’altro come essere che pensa. Il bambino, quindi, considerando lo stato mentale del suo caregiver giunge all’effettiva esperienza mentale di Sé. L’attaccamento sicuro costituisce una premessa molto importante per l’acquisizione della teoria della mente. Al contrario, un bambino costretto a mettere in atto comportamenti difensivi per proteggersi da un genitore poco comprensivo svilupperà un attaccamento di tipo insicuro; il genitore, infatti, mostra al figlio le proprie difese, il quale le assimila: tutto questo ostacola un’adeguata comprensione della propria mente e di quella dell’altro. È possibile, infatti, comprendere gli altri solo se si ha una buona consapevolezza di Sé e se si è in grado di distinguere la realtà dalla finzione.

Con l’acquisizione della teoria della mente c’è la nascita del Sé riflessivo. È proprio attraverso quest’ultimo che il bambino ottiene la capacità di rappresentarsi come soggetto dotato di stati mentali, come i pensieri, i sentimenti, i desideri.

Ciò che consente di prevedere quale sarà lo stile di attaccamento che si svilupperà non è solo il comportamento osservabile della figura di riferimento, ma anche la capacità metacognitiva dello stesso. Se il bambino ha la possibilità di vedere se stesso nell’altro come essere pensato e pensante, allora l’immagine che interiorizza è quella di essere intenzionale, capace di pensare, sentire e desiderare.

Nelle famiglie in cui la capacità riflessiva dei genitori è estremamente compromessa, il bambino non ha l’occasione di sperimentare i propri stati mentali attraverso l’identificazione con lo stato mentale dell’oggetto. In questi casi il figlio ritrova nella mente del genitore, con una funzione riflessiva carente o inesistente, una rappresentazione di Sé del tutto inconsistente. Conseguenza di ciò è la compromissione dello sviluppo del Sé riflessivo. Le strategie messe in atto dal bambino sono drastiche, come l’aggressività e l’evitamento. È a questo livello che si colloca l’origine della psicopatologia borderline.

Nelle storie dei bambini, che svilupperanno il DBP, si riscontrano molto spesso un maltrattamento o un abuso all’interno di una relazione significativa e, contemporaneamente, mancanza di sicurezza e conforto. Il bambino, per sopravvivere, non può fare altro che eludere di rappresentarsi la mente del genitore, poiché non sarebbe in grado di comprendere le motivazioni che sottendono tali comportamenti di violenza. Rinvenire l’immagine di Sé nella mente del caregiver significherebbe riconoscere ostilità e rifiuto da parte dell’altro; per proteggersi da questo, il piccolo inibisce la propria capacità di cogliere gli stati mentali e finisce per concepirsi esclusivamente in termini di realtà fisica. Il deficit viene considerato una conseguenza dell’impossibilità di interiorizzare gli stati mentali del caregiver abusante.

Studi empirici recenti hanno dimostrato che le conseguenze dell’abuso subito durante l’infanzia, si tramandano attraverso le generazioni, dalle competenze metacognitive del genitore al figlio.


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Luigi Cancrini: l’oceano borderline e l’infanzia borderline

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Una revisione molto interessante della teoria strutturale delle relazioni oggettuali è stata compiuta dal Prof. Luigi Cancrini.

Egli riconosce i meriti di Kernberg, in particolare quello di aver differenziato in modo preciso e distinto quei pazienti che hanno in comune l’inclinazione ad utilizzare meccanismi di difesa basati sulla scissione ma che sono profondamente dissimili fra di loro, infatti una categoria di questi, i pazienti borderline, conserva il principio di realtà e ciò permette loro di poter organizzare la propria vita e di rispondere agli interventi terapeutici in modo diverso rispetto al paziente psicotico. Inoltre, i concetti espressi da Kernberg consentono di racchiudere all’interno di una grande e unica categoria diagnostica, quella dell’organizzazione borderline, forme cliniche tra loro diverse, ad esempio tossicomanie, disturbi del comportamento alimentare o perversioni sessuali.

Un limite tangibile e reale della teoria di Kernberg è quello di considerare la mente borderline una struttura; ciò rimanda all’idea di immodificabilità e, di conseguenza, il bambino si troverebbe incastrato per tutta la vita, e in modo definitivo, ad una struttura imperfetta della sua personalità.

Cancrini, per questo motivo, preferisce parlare di funzionamento borderline, termine che non esclude la reversibilità. Secondo l’autore, infatti, la reale differenza tra gli individui non è da ricercare tra la categorizzazione di nevrotico, psicotico e borderline, quanto piuttosto andare ad analizzare la soglia di attivazione dei relativi schemi di comportamento.

Una caratteristica assai comune della mente che funziona a livello borderline è la tendenza a dare giudizi estremi su se stessi e sugli altri e ciò è dovuto all’utilizzo della scissione. È possibile riscontare questo stesso funzionamento in tutti gli esseri umani; infatti tutti i bambini tra i 15 e i 21 mesi, attraversano una fase simile a quella del funzionamento borderline, il che li porta a considerare la madre in maniera dicotomica: buona nel attimo in cui è presente e li nutre, suscitando così sentimenti di gioia e gratificazione, cattiva quando è assente, generando sentimenti di odio e rabbia.

Questa fase viene superata intorno ai 3 anni, quando il bambino riesce ad integrare le parti scisse; questo processo prosegue nel tempo fino ai suoi massimi livelli nell’età adulta.

Quello che sottolinea Cancrini come importante è che la tendenza a regredire verso la modalità di funzionamento borderline è sempre possibile, soprattutto in situazioni di stress e tensione, come accade, ad esempio, nel lutto, nelle crisi evolutive, nell’innamoramento etc.

Questa regressione è possibile sia nelle persone più sane e mature sia in quelle meno, per le quali è ovviamente più facile che ciò avvenga.

Quando un bambino piccolo cresce e si sviluppa in un ambiente traumatico, caratterizzato da scontri, carenze di cure e paura, la sua capacità di integrare le rappresentazioni buone e cattive del Sé e dell’altro non si sviluppa completamente e la soglia di attivazione del funzionamento borderline tende a restare più bassa del normale.

Ciò che diversifica le persone è la particolare tendenza di alcune a regredire a livelli di funzionamento borderline quando si trovano di fronte alle dure prove della vita; quello che ne consegue è una mente che funziona senza sfumature, caratterizzata da giudizi totalitari e opposti. La peculiarità del funzionamento borderline è però l’oscillazione che avviene tra questi due stati d’animo contrastanti.

Riassumendo il pensiero di Cancrini, è possibile affermare che il funzionamento borderline è uno dei possibili funzionamenti di ogni persona, in quanto rappresenta una tappa dello sviluppo psichico di ciascuno.

La regressione a tale funzionamento dipende dal superamento di una soglia di attivazione, diversa per ogni individuo, il cui valore dipende dalle esperienze dell’infanzia.

Una soglia di attivazione bassa è caratteristica di individui con un DP, al contrario è alta in soggetti maturi e affidabili. È però importante evidenziare il fatto che questa soglia oscilla continuamente, in base alle varie problematicità che caratterizzano la vita di ogni persona.

Per quello che riguarda l’eziologia, Cancrini ha definito la sua teoria le infanzie infelici.

Con questo concetto egli si riferisce alle infanzie di quei bambini che sono costretti a vivere, per un lungo periodo di tempo, in contesti che non consentono un funzionamento integrato della mente del piccolo, bloccando o stravolgendo lo sviluppo della sua capacità di integrare le rappresentazioni buone e cattive di Sé e dell’oggetto.

I vari contesti sono ovviamente diversi tra di loro ma ciò che hanno in comune è la capacità di innescare molteplici forme di funzionamento borderline della mente.

Maltrattamenti, abusi, trascuratezza o, più in generale, le infanzie infelici generano, tendenzialmente, adulti problematici. Il lavoro magistrale di Cancrini si propone proprio di rintracciare nell’adulto, che presenta manifestazioni psicopatologiche, il bambino ferito e ripercorrere con il paziente quella che è stata la sua infanzia infelice. Allo stesso tempo, Cancrini prende in cura anche i bambini feriti reali, con lo scopo di fermare il loro inesorabile viaggio verso il DP.

Lo studio condotto da Cancrini si basa sostanzialmente sul testo Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità di L. Smith Benjamin e sulle osservazioni dirette dei bambini infelici presso il Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia e presso la Domus de Luna.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Luigi Cancrini, L’Oceano Borderline, Racconti di Viaggio, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006, p.16.

Lorna Smith Benjamin, Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, Roma, LAS, 1999.


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Le origini del disturbo borderline

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Analizzare le origini del DBP significa addentrarsi nell’ambiente familiare del paziente e approfondire le eventuali esperienze traumatiche premature. Spesso, infatti, questi pazienti hanno genitori con una psicopatologia oppure raccontano storie di traumi precoci, quali abbandoni, rifiuti, abusi o perdite.

Molti autori suppongono che la genesi del disturbo sia da collocarsi nel periodo dell’infanzia, nella sottofase di riavvicinamento del processo di separazione-individuazione della Mahler. Secondo James Masterson e Donald Rinsley, i soggetti borderline non hanno potuto vivere tale fase a causa di una madre, anch’essa borderline, che si sentiva spaventata e minacciata dalla volontà di individuazione del figlio, e a causa di ciò gli ha negato l’affetto nei momenti in cui il bambino si allontanava da lei per cercare la propria autonomia, e che invece provava soddisfazione e piacere nel momento in cui il piccolo tornava da lei. Tutto ciò ha generato in lui l’idea che crescere e individuarsi determinerà la perdita dell’amore materno, in particolare se questo accade durante la fase di separazione-individuazione, infatti determina la nascita di una relazione con l’oggetto scissa in due parti, una cattiva e una buona senza giungere, così, alla totalità della rappresentazione di Sé e dell’Altro. L’incapacità della madre nel prendersi cura del bambino e nel fornirgli rassicurazione, determina una grossa confusione e l’oscillazione tra frustrazione e gratificazione tale da non consentire che si stabilisca la costanza dell’oggetto. Inoltre, la madre, in maniera inconscia, proietta sula bambino le proprie parti distruttive, utilizzandolo come appendice narcisistica.

Altri autori, al contrario, affermano che la psicopatologia borderline derivi da un deficit. Questo difetto non consente al soggetto di introiettare le immagini buone dell’oggetto e quindi, non esistendo la parte buona dell’oggetto, il paziente non può rappresentarsi una madre che lo tranquillizzi nei momenti di stress.

Varie ricerche sulle esperienze infantili dei borderline evidenziano che alla base della psicopatologia vi sia il fallimento del legame genitoriale. Il bambino, nel provare ad organizzare il caos emotivo interno, osserva ciò che le sue emozioni provocano nel genitore, ma se il caregiver non è sintonizzato su queste emozioni, il piccolo avrà difficoltà nel comprenderle e il suo potenziale autocontrollo sarà impoverito, aumentando così la probabilità che si generi la disregolazione emotiva, tipica del borderline. Il bambino interiorizza l’immagine di Sé che rinvieni nell’oggetto e se il caregiver non è in grado di funzionare come contenitore dei pensieri, delle emozioni e delle angosce del piccolo, quest’ultimo non è in grado di apprendere dalla propria esperienza emotiva e, quindi, sarà sempre alla frustrante e angosciante ricerca di modalità alternative di contenimento dei propri pensieri e dei forti sentimenti ad essi collegati. Da ciò generano le ipotesi di Peter Fonagy, il quale afferma che questa continua ricerca di modalità alternative di contenimento mentale possa produrre soluzioni patologiche, in particolare il bambino può assimilare la mente dell’altro, con tutte le immagini negative e distorte che ha del piccolo stesso, come parte integrante del proprio Sé. Trovandosi a confronto con un genitore spaventato/spaventante, il bambino assimilerà i sentimenti negativi del caregiver e, di conseguenza, avrà un’immagine di se stesso spaventosa. Per poter sopportare la propria immagine e avere un’idea di sé coerente, il bambino dovrà assolutamente esternalizzare questa immagine negativa attraverso tutta una serie di comportamenti manipolatori e controllanti.


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Qual è il rapporto tra personalità, genetica e ambiente?

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Negli ultimi venti anni, le ricerche hanno messo in evidenza quanto sia rilevante l’influenza dei fattori genetici sulle interazioni tra genitori e figli, rispetto a quelli ambientali, per quanto riguarda i tratti di personalità. I fattori genetici spiegherebbero il 30-50% della varianza sia dei tratti di personalità normali, sia di quelli definiti maladattivi e quindi legati ai DP.

I fattori che compongono la personalità non sono esclusivamente appartenenti all’organismo o all’ambiente: entrambi questi sistemi concorrono, in stretta relazione, alla formazione della stessa. Di conseguenza, il comportamento dipende da fattori biologici, ereditari e da quelli ambientali e culturali. Gli studi di genetica comportamentale hanno sottolineato il fatto che molti processi, ritenuti in passato interamente mediati dall’ambiente, sono in realtà influenzati in parte dai geni, questo perché l’esposizione all’ambiente è in parte sotto l’influenza genetica.

Robert Plomin[1] afferma che il bambino seleziona e modifica il suo ambiente in base a quelle che sono le sue caratteristiche temperamentali. Ad esempio, il bambino estroverso ha maggiori possibilità di essere invitato a prendere parte ad attività sociali rispetto a quello che è avvertito come introverso oppure i bambini più intelligenti sono attratti da compiti difficili e competitivi. Le influenze ambientali che hanno maggior peso non sono quelle connesse all’ambiente fisico ma quelle collegate a quello relazionale. Infatti, le esperienze che rendono diverso lo stesso ambiente sono, ad esempio, il differente trattamento ricevuto dai genitori, i differenti legami instauratisi con i vari membri della famiglia, le aspettative e i sentimenti che hanno accompagnato tali relazioni.

Recentemente è stato dimostrato che non per forza le esperienze negative dei primi anni di vita determineranno psicopatologia durante la vita adulta; in realtà esperienze successive riparatorie possono attenuare o addirittura annullare gli effetti negativi delle sofferenze precoci ma anche che alcuni soggetti sono fin da piccoli più resilienti di altre a cimentarsi con le problematicità della vita.

[1] R. Plomin, Genetica del comportamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2° 2014 (2001).


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Lo strano caso di Phineas Gage

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Uno dei cas più celebri nella storia della neurologia è sicuramente quello di Phineas Gage.

È il 13 settembre del 1848, siamo nel Vermont e precisamente vicino la città di Cavendish, nella contea di Windsor. Alcuni operai sono al lavoro per la costruzione della nuova linea ferroviaria Rutland-Burlington Railroad. Un grosso masso ostacola i lavori. Gage pensa di farlo esplodere collocando una carica di polvere da sparo all’interno della roccia, dopo aver praticato un foro. Versata la polvere, Phineas inizia a pressarla utilizzando una lunga barra di ferro ed un martello. Dopo poco la disgrazia: una scintilla, generata dalla percussione, accende la polvere e, di conseguenza, l’asta di metallo, lunga circa un metro e larga 3 cm, entra nello zigomo sinistro dell’uomo per poi fuoriuscire dalla sommità destra del cranio. Nonostante la gravità dell’incidente, l’uomo riprende conoscenza dopo pochi minuti.

 

 

 

 

 

 

Phineas sopravvisse all’accaduto ma tutti notarono un lui un grosso cambiamento nella personalità: l’uomo era diventato, improvvisamente, scurrile, inquieto, blasfemo, intrattabile, violento.

Cosa era accaduto? L’asta aveva provocato un grave trauma cranico che interessò i lobi frontali del cervello. Questo caso clinico illustra il ruolo critico svolto dalla corteccia orbitofrontale e da quella prefrontale, le quali esercitano un’influenza inibitoria sull’emergere dei comportamenti aggressivi impulsivi. In particolare, lesioni della corteccia prefrontale all’inizio dell’infanzia possono determinare un comportamento disinibito e aggressivo durante l’età adulta1, mentre la riduzione della materia grigia nell’area prefrontale è stata associata al disturbo di personalità antisociale, caratterizzato da comportamenti aggressivi e impulsivi2.

Un altro caso clinico molto affascinante è quello di Tommy McHugh, un operaio inglese che all’età di 51 anni ha avuto un ictus cerebrale che ha compromesso entrambi i lobi frontali. Dopo la dimissione dall’ospedale, Tommy ha sviluppato straordinarie doti artistiche, mai avute in precedenza, tra cui la poesia e la pittura.


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Il termine Borderline: origini ed evoluzione

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Il termine Borderline 1 è stato coniato dallo piscoanalista americano Adolph Stern nel 1938, il quale partendo da osservazioni cliniche 2 ha descritto, per la prima volta, la maggior parte dei sintomi del disturbo e ha rilevato che un gran numero di pazienti presentava caratteristiche non assimilabili alle classificazioni nosologiche in uso all’epoca e non rispondevano ai trattamenti psicoterapeutici. Come conseguenza, la classica distinzione tra “nevrosi” e “psicosi” lasciò spazio ad una nuova area di diagnosi e di intervento clinico, ovvero l’area borderline.

Nel 1942, Helene Deutsch condusse uno studio molto interessante sulle cosiddette personalità “Come-Se” nel quale l’autrice descrive una tipologia di carattere all’apparenza normale ma che, ad un’analisi più approfondita, mostrava un grave disturbo di personalità e colui che ne soffriva tendeva ad assumere su di sé le caratteristiche dei soggetti con cui si relazionava.

Nel 1953, il vocabolo borderline viene utilizzato da Robert Knight per identificare una particolare categoria diagnostica, caratterizzata da una severa debolezza dell’Io e da netta incapacità di gestire gli impulsi. Questo autore fu il primo a proporre di concepire questa entità nosografica come autonoma e di allargare questa tipologia di funzionamento a tutti quei pazienti considerati fino a quel momento non classificabili e non inquadrabili nelle categorie note.

Durante gli anni ’60, Roy Grinker e il suo gruppo di ricerca osservarono ben oltre sessanta pazienti ricoverati presso il Michael Reese Hospital di Chicago. Questa fu il primo studio condotto su pazienti con la “sindrome di confine”. Fu per merito di questo autore che si riuscì a dare maggior rigore diagnostico all’esistenza della sindrome borderline.

I criteri diagnostici utilizzati si basavano prevaletemene su comportamenti osservabili, in particolare: ipersensibilità alle critiche, paura e inadeguatezza dei rapporti intimi, disturbi dell’identità, bassa autostima, tendenza alla depressione, difese primitive (negazione e proiezione), sospettosità, rabbia come emozione prevalente, etc. Vennero identificati quattro gruppi di pazienti che si collocavano lungo un continuum sintomatologico, che andava dal versante psicotico a quello nevrotico, passando per altre due tipologie, il “borderline nucleare”, caratterizzato da identità diffusa, acting out aggressivi, prevalenza affetti negativi e difficoltà a mantenere le relazioni personali stabili e il “borderline come se”, la cui particolarità era la perdita diffusa dell’identità, che generava il bisogno di prendere a prestito l’identità altrui.

Negli anni Sessanta del 1900, Otto Kernberg prende le mosse dal lavoro innovativo di Freud e lo coniuga con la teoria delle relazioni oggettuali di Melanie Klein e la Psicologia dell’Io di Margaret Mahler e di Edith Jacobson. Questo lavoro lo porta a descrivere un nuovo livello di organizzazione della personalità, ossia quello borderline.
Kernberg descrive una serie di criteri strutturali necessari per determinare il livello dell’organizzazione di personalità. Essi sono:
1. Integrazione vs. diffusione dell’identità.
2. Meccanismi di difesa.
3. Esame di realtà.

Dopo Kernberg, altri autori hanno portato avanti delle ricerche nel campo della psicopatologia borderline. Tra questi, è necessario menzionare Gunderson e Singer, i quali hanno descritto il disturbo borderline attraverso la creazione dell’Intervista Diagnostica per i Borderline. Attraverso questo strumento è stato possibile evidenziare sei peculiarità della patologia borderline: affettività intensa, di natura prevalentemente rabbiosa o depressiva; impulsività; pattern relazionali instabili; episodi psicotici transitori; tendenza a perdere i nessi associativi se sottoposti a test proiettivi o comunque a situazioni non strutturate e adattamento superficiale alle situazioni sociali.

A partire da questo momento, il disturbo borderline di personalità 3 trova la sua posizione all’interno del DSM.

Robert Spitzer, nel 1979, gettò le basi per l’inserimento di questo disturbo nel DSM-III. L’autore analizzò le due condizioni psicopatologiche in cui il termine borderline compariva: la condizione borderline schizotipica e la sindrome della personalità instabile. La prima veniva considerata una forma attenuata di schizofrenia, con la presenza di gravi disturbi del comportamento, dell’affettività, del pensiero e delle relazioni. Con il tempo perse la connotazione di borderline e nel DSM-III venne inserito come personalità schizotipica.  La seconda, era una sindrome che si manifestava con disturbi del carattere, degli impulsi e delle relazioni sociali. Anche questa perse la sua sfumatura di instabile e divenne la personalità borderline.  

Bibliografia

Lingiardi V., La personalità e i suoi disturbi, Milano, Il Saggiatore, 2004, passim

Lingiardi V., Gazzillo F. La personalità e i suoi disturbi, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2014, Edizione Kindle.

 

 


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Diagnostic Interview for Borderlines

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Diagnostic Interview for Borderlines, intervista che nasce da un’accurata revisione della letteratura clinica e psicodinamica. È suddivisa in cinque aree che riguardano l’adattamento sociale, i comportamenti impulsivi, gli affetti di rabbia e l’assenza di affetti, le psicosi e le relazioni interpersonali.

I criteri diagnostici sono sei:
1) basso rendimento lavorativo;
2) impulsività (abuso di sostanze, promiscuità…);
3) gesti suicidari di tipo manipolativo;
4) brevi o lievi episodi psicotici;
5) buon livello di socializzazione, anche se costituito da un superficiale adattamento che nasconde un disturbo dell’identità e identificazioni rapide e fluttuanti con gli altri;
6) disturbo nei rapporti intimi, manifestato da due tipi di comportamenti: a) tendenza alla depressione in presenza della persona amata e tendenza alla rabbia, ai gesti suicidari o a reazioni psicotiche se la persona amata minaccia la separazione o se si rimane da soli e b) prevalenza in genere della rabbia anziché del calore emotivo.

Il punteggio va da 0 a 2 nelle cinque principali categorie di sintomi (i criteri 2 e 3 sono uniti in una sola categoria ai fini del punteggio) e si deve raggiungere un punteggio uguale o superiore a 7 per fare diagnosi. È inoltre indispensabile dover escludere l’auso grave e cronico di sostanze e la diagnosi di personalità antisociale.

 


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Disturbo Istrionico di Personalità.

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I pazienti a cui viene diagnosticato il disturbo istrionico di personalità (da ora in poi DIP) ostentano un’eccessiva emotività, esternata con modalità teatrali; inoltre il loro comportamento[1], più o meno apparentemente seduttivo, è finalizzato alla ricerca di attenzione, di approvazione, di supporto da parte di altri. Questi individui infatti si sentono a disagio e non si sentono apprezzate nelle situazioni in cui non sono al centro dell’interesse altrui. Quindi, ottenere l’approvazione da parte delle altre persone è per loro fondamentale ed è così che ricorrono al loro aspetto fisico per ottenerla. Ne consegue che sono individui che si preoccupano eccessivamente di essere fisicamente attraenti, di riuscire così ad impressionare gli altri tramite il loro aspetto e spendono molto denaro e tempo in vestiti e per le cure personali.

Un’angoscia che affligge questi pazienti è l’invecchiamento, in quanto la degenerazione fisica potrebbe far perdere loro l’unico strumento attraverso il quale riescono ad affascinare e avvicinare le altre persone.

Il comportamento degli individui con tale disturbo di personalità è spesso provocatorio e seduttivo, così come il loro aspetto, questo anche in situazioni poco appropriate al contesto, come ad esempio, sul posto di lavoro, o nei confronti di persone per cui non nutrono un reale coinvolgimento sessuale o sentimentale, come ad esempio gli amici.

All’inizio di una relazione, questi pazienti possono risultare affascinanti, socievoli e piacevoli, ma con il passare del tempo, queste qualità tendono ad indebolirsi, in quanto le loro richieste di attenzione risultano eccessive. Al fine di farsi accettare e soprattutto di ricevere l’approvazione da parte delle altre persone, i soggetti con personalità istrionica possono far ricorso alla manipolazione, alla coercizione o a minacce di suicidio. Una particolarità propria di questo disturbo è la manifestazione emotiva drammatica e superficiale.

Le persone con DIP esprimono, infatti, le loro emozioni in modo troppo intenso, esagerato e plateale, soprattutto risultano prive di spontaneità e molto spesso vengono accusate dagli altri di simulare i sentimenti. Infatti, possono mostrare forte rabbia, esplosioni d’ira e di collera in risposta ad eventi minimi oppure manifestare emozioni molto profonde per persone conosciute da poco e, soprattutto, questi vissuti emotivi si accendono e si spengono in modo rapido. Il loro costante bisogno di affetto, attenzione e approvazione deriva dal fatto che ne sono stati deprivati durante l’infanzia. Ne consegue che vivono costantemente nel timore di essere abbandonati.

L’eccessivo interesse per il consenso altrui, piuttosto che sulle proprie capacità interne, porta questi pazienti a considerare se stessi solo in funzione degli altri e ciò determina uno inadeguato senso di identità personale.

Altra particolarità dei pazienti istrionici è quella di considerare le relazioni più intime di quello che in realtà sono, come il ritenere un conoscente un caro amico. In realtà questi individui hanno grande difficoltà ad instaurare un’autentica intimità emotiva con le persone con le quale si relaziona, questo perché, molto spesso, si ritrovano a recitare una parte, ad esempio quella della vittima, della bella principessa e del macho oppure cercano di controllare l’altro attraverso la manipolazione emotiva e la seduzione, pur non avendone coscienza. Si affiancano a partner forti, autorevoli, a cui attribuiscono doti straordinarie.

I pazienti istrionici presentano un alto grado di suggestionabilità, infatti possono cambiare valori, impressioni, stati d’animo in base agli interessi del partener del momento.  Il modo di comunicare di queste persone risulta teatrale, impressionistico ma carente di dettagli, infatti questi pazienti possono esprimere il loro pensiero in modo convincente, ma le ragioni che sottostanno alle loro opinioni spesso risultano povere di elementi che le possano supportare.

I dati per il DIP suggeriscono una percentuale pari al 2-3% della popolazione generale e del 10-15% della popolazione clinica; inoltre questa patologia sembrerebbe più diffusa nel genere femminile.

I criteri proposti dal DSM-5 per diagnosticare il DIP, sono i seguenti:

Un pattern pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione, che inizia entro la prima età adulta ed è presente in svariati contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  1. È a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione.
  2. L’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da inappropriato comportamento sessualmente seduttivo o provocante.
  3. Manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale.
  4. Utilizza costantemente l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sé.
  5. Lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e privo di dettagli.
  6. Mostra autodrammatizzazione, teatralità, ed espressione esagerata delle emozioni.
  7. È suggestionabile, cioè facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze.
  8. Considera le relazioni più intime di quanto non siano realmente.

Il modello alternativo presente nel DSM-5 non prende in considerazione il DIP.

[1] Per catturare l’interesse delle altre persone possono ricorrere a comportamenti teatrali, come ad esempio esagerazioni di episodi di vita, invenzioni di storie, descrizioni drammatiche del proprio stato fisico ed emotivo; comportamenti provocatori e seduttivi, come adulazioni, provocazioni sessuali, regali.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Text revision, a cura di V. Andreoli, G. B. Cassano, R. Rossi, Trento, Elsevier Editore, 1997.

______________, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore, 2014.

Lingiardi V., Gazzillo F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014.

Lingiardi V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore.


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Rischio da stress lavoro-correlato.

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La definizione della Commissione Europea stabilisce che lo “stress legato al lavoro è uno schema di reazione emotiva, cognitiva, comportamentale e psicologica agli aspetti conflittuali e nocivi dei contenuti del lavoro, dell’organizzazione del lavoro, dell’ambiente di lavoro. Lo stress è causato da una scarsa corrispondenza tra il nostro ruolo al lavoro e fuori dal lavoro e dal non avere un ragionevole grado di controllo sul nostro lavoro e sulla nostra vita.”

Altra definizione di stress lavoro correlato di Niosh Insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore. Lo stress connesso al lavoro può influire negativamente sulle condizioni di salute e provocare infortuni.”

Le variabili da prendere in considerazione per valutare appieno l’insorgenza di una potenziale usura psicofisica sono:

  1. predisposizione familiare a determinate patologie e resistenza individuale allo stress;
  1. variabili biologiche (sesso ed età);
  1. ambiente sociale di provenienza e vita di relazione;
  1. eventi di vita significativi (lutti, malattie, separazione, guerre, sismi etc.);
  1. evoluzione del contesto sociale (es. famiglia da “normativa” diviene “affettiva”, stereotipi, stigma verso la patologia psichica etc.);
  1. fattori professionali (rischi specifici del lavoro svolto e organizzazione del lavoro)

 

Lo stress lavorativo deriva dall’interazione di più fattori, quali: l’organizzazione del lavoro (tipologia, ambiente, carichi, orari, ruolo, responsabilità, relazioni gerarchiche), le caratteristiche psico-fisiche (personalità, abitudini, motivazioni, comportamenti) e il contesto di vita del lavoratore (condizioni economiche, relazioni, integrazione sociale, situazioni familiari). Nel momento in cui l’interazione tra questi fattori risulta squilibrata, si genera una condizione di “strain” (aggravio, fatica), ne consegue che il lavoratore stressato “non ce la fa più” a svolgere correttamente il proprio lavoro, con ripercussioni sull’azienda per la quale il soggetto lavora, ma anche e soprattutto sul lavoratore stesso, che diviene più esposto all’insorgenza di patologie di varia natura. L’analisi del rischio si basa sulla rilevazione dei diversi indicatori in grado di fornire informazioni utili sui diversi aspetti del problema. E’ importante perciò un’attenta analisi delle condizioni di lavoro, al fine di poter rilevare, tramite l’osservazione, fattori oggettivi (ad es. orari, carichi di lavoro, procedure operative, condizioni ambientali, contesto esterno, gestione del personale, etc.) ma anche la percezione soggettiva del lavoratore, mediante interviste strutturate o semistrutturate e questionari standardizzati. È inoltre necessario valutare lo strain del lavoratore, che può avere diverse manifestazioni, come sintomi fisici (ad esempio cefalea, insonnia, stanchezza cronica, etc.), mentali (difficoltà a memorizzare, a concentrarsi, etc.), emozionali (ad esempio depressione, nervosismo, tristezza, ansia, etc.) e comportamentali (abuso alcool e fumo, scarsa cura di sé, conflitti familiari, etc.)

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Masciocchi P. Stress lavoro-correlato

Linee guida SIMLII Rischio Stress

 

Sitografia

http://www.istitutoramazzini.com/FilesPDF/GUIDA%20STRESS%20LAVORO%20CORRELATO.pdf

http://www.unipd-org.it/rls/lineeguida/stress/lineeguidasimliirischiostress.pdf


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Cosa è lo stress?

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Lo stress è una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Può essere sia fisiologica, ma può avere anche dei risvolti patologici che ricadono nel campo della psicosomatica. Ogni stressor che perturba l’omeostasi dell’organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichiche, emotive, locomotorie, ormonali e immunologiche. Lo stress è da considerarsi come una funzione essenziale per il nostro organismo, in quanto ci permette di far fronte alle pressioni e alle minacce esterne e quindi di adattarsi all’ambiente circostante, tutto ciò è fondamentale per la sopravvivenza dell’essere umano. Tuttavia in determinate condizioni, le sollecitazioni che generano stress possono divenire eccessive fino al punto di non essere più sopportabili dalla persona, con conseguenze negative anche assai gravi per la salute dell’individuo. Poiché non è possibile evitare lo stress, in quanto il nostro organismo è perennemente esposto a stimoli esterni, è però necessario e indispensabile, in particolare sul lavoro, cercare di fare in modo che le condizioni di lavoro non presentino fattori stressanti rilevanti e significativi. Da questa piccola premessa possiamo dedurre che lo stress si manifesta nel momento in cui il nostro organismo deve rispondere a stimoli esterni. Questa risposta consiste nell’attivazione dei sistemi psico-neuro-endocrini che consentono di contrastare e così risolvere la situazione, al fine di evitare possibili conseguenze negative e permettere l’adattamento nel caso in cui non sia possibile risolvere la situazione stressante. Possiamo pertanto distinguere due tipi di stress, quello positivo chiamato eustress, che ci permette di adattarci positivamente alle situazioni e uno negativo, distress, quando la situazione stressante richiede uno sforzo di adattamento superiore alle nostre possibilità, comportando un logorio progressivo che porta al deterioramento delle nostre difese psicofisiche.

In base alle modalità con cui gli stimoli esterni si presentano all’individuo, il nostro organismo risponderà in modo diverso e più precisamente attraverso due modalità distinte in:

  • Stress acuto: quando gli eventi stressanti si presentano in modo acuto e la risposta dell’organismo si gioca e/o si esaurisce nel giro di pochi minuti o di ore (ad esempio nel caso di un lutto).
  • Stress cronico: quando gli eventi stressanti si protraggono per giorni, settimane, mesi e la risposta dell’organismo si protrae nel tempo (ad esempio un rapporto di lavoro problematico).

Uno dei primi studiosi dello stress fu Hans Selye, il quale lo definì come “condizione aspecifica in cui si trova l’organismo quando deve adattarsi alle esigenze imposte dall’ambiente”, ossia è la reazione che ognuno di noi ha di fronte a diverse richieste, difficoltà o prove. Sempre Selye definì come “Sindrome Generale di Adattamento” quella risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor, quali stimoli fisici (ad es. fatica), mentali (ad es. impegno lavorativo), sociali o ambientali (ad es. obblighi o richieste dell’ambiente sociale).

L’evoluzione della sindrome avviene in tre fasi:

  1. una prima fase di “allarme”;
  2. una seconda fase di “resistenza”;
  3. una terza fase di “esaurimento funzionale.

Dopo una prima fase d’allarme, cioè di aumentata attenzione e tensione, l’organismo cerca di contrastare la situazione stressante, acuta o cronica che sia, opponendo una resistenza agli effetti che questa situazione produce sul proprio equilibrio. Il tentativo ripetuto di contrastare la situazione stressante causa l’esaurimento dell’organismo poiché il costo della resistenza al distress è più forte delle capacità di reazione ad esso, facendo così emergere gli effetti negativi dello stress.

Secondo Selye la risposta neurovegetativa e corticosurrenale allo stimolo stressante era finalizzata a mobilitazioni muscolari riassunte nell’atteggiamento di lotta/fuga (“fight/flight”) dipendenti dalla capacità dell’individuo di saper affrontare o meno lo stimolo stesso. I risultati dannosi dello stress erano attribuiti all’impossibilità di intraprendere un comportamento di lotta-fuga con conseguente accumulo tossico di adrenalina, cortisone e soprattutto conseguenze fisiologiche e metaboliche quali per esempio: aumento della vigilanza, della pressione arteriosa, dei grassi nel sangue della glicemia, dei processi infiammatori, etc..

In realtà si è riconosciuto che oltre alla risposta “attiva” prevista da Selye, è possibile una risposta “passiva” che è stata osservata in studi sperimentali sugli animali. Questo tipo di risposta passiva si esprime come “giocare a fare il morto”.

Inoltre il meccanismo con cui l’organismo reagisce agli stimoli stressanti, indipendentemente dal modo in cui vengono percepiti e valutati, è lo stesso in tutti gli individui; la differenza sta nel modo in cui le persone reagiscono emotivamente a queste sollecitazioni. Ciò significa che la stessa situazione di lavoro può in alcune persone suscitare stress, mentre altre rimanere del tutto indifferenti se sottoposte allo stesso fenomeno.

Accede questo perché lo stress è un fatto particolarmente soggettivo che non insorge esclusivamente in seguito alla presenza di situazioni o eventi potenzialmente stressanti, ma soprattutto in base al modo in cui il soggetto vive emotivamente l’evento.

Ne consegue che, per poter riconoscere e valutare l’esistenza di un problema di potenziale stress è indispensabile un approccio che permetta obiettivamente di rilevare e stabilire le reazioni soggettive prodotte dagli stressor, in riferimento al contesto stesso.

 

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Masciocchi P. Stress lavoro-correlato

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Stress_%28medicina%29


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Disturbo Antisociale di Personalità

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Il disturbo di personalità antisociale (da ora in poi DAP), denominato anche Psicopatia, o sociopatia, è caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti delle altre persone, infatti gli individui con questo disturbo non riescono a conformarsi né alla legge, il che li porta a commettere atti illegali, quali la truffa, il furto, etc., né alle norme sociali, per cui i loro comportamenti saranno per lo più disonesti e manipolativi come, ad esempio, mentire o assumere false identità, etc., con il fine di trarre vantaggio o piacere personale.

Questo disturbo ha inizio nell’infanzia o nella prima adolescenza e prosegue in età adulta.

Un elemento fondamentale delle persone con DAP è lo scarso rimorso mostrato per gli effetti delle proprie azioni, infatti possono danneggiare gli altri e rimanere emotivamente indifferenti a ciò oppure fornire spiegazioni superficiali e banali dell’accaduto, come il colpevolizzare gli altri assumendo così il ruolo di vittima.

Altri elementi che caratterizzano questo disturbo sono l’impulsività, che si manifesta nelle decisioni prese sotto la spinta del momento senza pensare alle conseguenze, e l’aggressività, come ad esempio picchiare il coniuge.

Le emozioni maggiormente sperimentate sono la rabbia, il disprezzo, il distacco, il piacere di dominare, l’euforia mentre, al contrario, hanno difficoltà nel provare la gratitudine, l’empatia, l’affetto, il senso di colpa, l’erotismo.

I rapporti che questi pazienti stringono sono superficiali e transitori, ma soprattutto hanno un fine utilitaristico.

Possono mettere in atto comportamenti pericolosi, che mostrano noncuranza sia per la propria sicurezza come, ad esempio, la guida spericolata o abuso di sostanze stupefacenti sia per la sicurezza altrui, ad esempio la malnutrizione dei figli. Tendono ad essere irresponsabili in ogni campo e hanno una bassa tolleranza alla frustrazione.

Caratteristica del DAP è la pseudologia fantastica, conosciuta anche come mitomania o bugia patologica, attraverso la quale il soggetto ricorre continuamente a fabulazioni, nelle quali racconta fatti reali misti a storie inventate. Il paziente si appropria di queste esperienze inventate, come se le avesse vissute in prima persona.

Il DAP viene diagnosticato in individui che hanno almeno diciotto anni, ma questi stessi soggetti presentano, prima dei quindici anni, alcuni sintomi del disturbo della condotta.

Inoltre i comportamenti antisociali possono manifestarsi esclusivamente a causa della schizofrenia o durante un episodio maniacale, in questi casi non viene effettuata diagnosi di DP.

La percentuale di prevalenza di questo disturbo è compresa tra 0,2 e 3,3%, con maggiore probabilità in coloro che vivono in ambienti sociali avversi, la cui condizione economica è caratterizzata da povertà. Secondo gli studiosi della teoria della mente, questi pazienti comprendono gli stati mentali propri e altrui ma hanno difficoltà ad assumere la prospettiva delle altre persone in quanto hanno avuto probabilmente figure di accudimento che presentano esse stesse il deficit.

I criteri per la diagnosi di DAP secondo l’approccio categoriale del DSM-5:

A) Un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta fin dall’età di 15 anni, come indicato da tre (o più) dei seguenti elementi:

  1. Incapacità di conformarsi alle norme sociali per ciò che concerne il comportamento legale, come indicato dal ripetersi di condotte suscettibili di arresto.
  2. Disonestà, come indicato dal mentire, usare falsi nomi, o truffare gli altri ripetutamente, per profitto o per piacere personale.
  3. Impulsività o incapacità di pianificare.
  4. Irritabilità e aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti.
  5. Inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri.
  6. Irresponsabilità abituale, come indicato dalla ripetuta incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa, o di far fronte ad obblighi finanziari.
  7. Mancanza di rimorso, come indicato dall’essere indifferenti o dal razionalizzare dopo avere danneggiato, maltrattato o derubato un altro.

B) L’individuo ha almeno 18 anni.

C) Presenza di un Disturbo della Condotta con esordio prima dei 15 anni di età.

D) Il comportamento antisociale non si manifesta esclusivamente durante il decorso della Schizofrenia o di un Episodio Maniacale.

L’approccio dimensionale proposto dal DSM-5 indica, come peculiarità per il DAP, l’incapacità dell’individuo di adeguarsi ai comportamenti stabiliti dalla legge ed etici e una marcata e insensibile preoccupazione per gli altri. Inoltre la persona si mostra falsa, irresponsabile, manipolatoria, con tendenza a correre rischi.

I criteri per effettuare la diagnosi sono i seguenti:

A) Moderata o più grave compromissione del funzionamento della personalità, che si manifesta con caratteristiche difficoltà in due o più delle seguenti quattro aree:

  1. Identità: egocentrismo, autostima derivante dal vantaggio personale, dal potere o dal piacere.
  2. Autodirezionalità: definizione degli obiettivi sulla base della gratificazione personale, assenza di standard prosociali interni, associabili a una incapacità di conformarsi alle norme, legalmente o culturalmente stabilite, di comportamento etico.
  3. Empatia: mancanza di preoccupazione per i sentimenti, i bisogni o la sofferenza degli altri, mancanza di rimorso dopo aver ferito o maltrattato un’altra persona.
  4. Intimità: incapacità di stabilite relazioni di mutua reciprocità, dal momento che lo sfruttamento è la principale modalità di entrare in relazione con gli altri, servendosi anche di inganno e coercizione, predominio o intimidazione per controllare gli altri.

B) Almeno sei delle seguenti sfaccettature di tratti di personalità patologici:

  1. dell’Antagonismo:
    • Manipolatorietà.
    • Insensibilità.
    • Inganno.
    • Ostilità.
  2. della Disinibizione:
    • Tendenza a correre rischi.
    • Impulsività.
    • Irresponsabilità.

Secondo la teoria di Winnicott, la personalità antisociale deriva da gravi fallimenti di maternage 1 che il bambino ha vissuto negli anni in cui aveva già maturato una consapevolezza della sua dipendenza. Quindi il comportamento antisociale può essere considerato come una forma di speranza. Kernberg mette in evidenza la necessità di distinguere meticolosamente il DAP dai comportamenti antisociali, i quali possono essere presenti in vari DP. Ovviamente questo comporta che tali condotte sono interpretate in modi diversi a seconda disturbo sottostante. Infine, secondo Fonagy il comportamento antisociale deriva da un deficit della funzione riflessiva.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Text revision, a cura di V. Andreoli, G. B. Cassano, R. Rossi, Trento, Elsevier Editore, 1997.

______________, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore, 2014.

Kring A. M., Davison G. C., Neale J. M., Psicologia clinica, trad. Conti D., Frezza E., Bologna, Zanichelli Editore, 2013, 4°, (1989).

Lingiardi V., Gazzillo F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014.

Lingiardi V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore.

 

 

 


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La Psicopatia

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Il concetto di psicopatia è stato esposto anni prima della diagnosi di disturbo antisociale di personalità del DSM.

Hervey Cleckley pubblicò, nel 1976, il libro The Mask of Sanity, all’interno del quale inserì i criteri da lui elaborati per diagnosticare la psicopatia. Questi criteri riguardano i pensieri e le emozioni delle persone. Infatti, una peculiarità necessaria per identificare la personalità psicopatica è la povertà di emozioni, siano esse positive o negative. Inoltre sono persone che utilizzano il proprio fascino per manipolare gli altri e trarre così vantaggio. L’assenza di emozioni negativi fa sì che la persona non possa apprendere dai propri errori.Un altro concetto chiave proposto da Cleckley è che il comportamento antisociale della persona affetta da psicopatia viene messo in atto d’impulso, in particolare per il brivido che procura e non per altre motivazioni o bisogni.

In particolare, i criteri per diagnosticare la psicopatia, secondo Hervey Cleckley sono 16:

facino superciale, assenza di ansia, mancanza di senso di colpa, indifferenza, disonestà, egocentrismo, impulsività, incapacità di stabilire relazioni intime durature, incapacità di apprendere dalle punizioni, incapacità di posticipare la gratificazione, povertà emotiva, assenza di empatia, incapacità di fare piani a lungo termine, tendenza a cercare un controllo esterno per il proprio comportamento, menzogna cronica, distacco sociale.

Per valutare la psicopatia viene utilizzata la Psychopathy Checklist-Revised. Oltre a questa scala, vengono raccolte informazioni da altre fonti, come ad esempio la fedina penale.

Una differenza sostanziale tra i criteri proposti dal DSM-IV-TR e quelli per la psicopatia, riguarda un aspetto molto importante, ossia per il DSM è fondamentale la specificazione che la persona sviluppi i sintomi prima dei 15 anni di età. Questo fattore non è richiesto nel DMS-5.

 

 Bibliografia

Psicologia clinica di Kring, Davison, Neale, Johnson.

I Serial Killer, di V.M. Mastronardi e R.De Luca; Newton & Compton Ed. 2006

 


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Che cosa è un disturbo di personalità?

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Tradizionalmente i pazienti venivano distinti in nevrotici e psicotici, ma questa suddivisione era piuttosto carente e semplicistica, in quanto erano stati osservati nel corso delle terapie, in alcuni pazienti, fenomeni clinici caratterizzati da imprevedibilità, rabbia, tendenza all’acting, bruschi cambiamenti del tono dell’umore e psicosi transitorie.

Il primo autore che cercò di classificare questi pazienti, secondo i criteri della psicoanalisi, fu Wilhelm Reich, che utilizzò il termine carattere impulsivo per indicare quelle forme cliniche miste al confine tra la schizofrenia e l’isteria.

Nel 1932, Edward Glover suggerì di denominarli potenziali psicotici; nel 1938 Adolph Stern propose il termine borderline per indicare quei pazienti che non appartengono né al gruppo degli psicotici né a quello dei nevrotici.

Durante gli anni Cinquanta molti autori iniziarono ad interessarsi pienamente a questi pazienti, cercando di superare l’impasse della classificazione nosografica, che differenziava esclusivamente la nevrosi dalla psicosi.

È però alla fine degli anni Settanta che alcuni ricercatori si dedicarono allo studio dei disturbi di personalità utilizzando metodi sperimentali. Robert Grinker, nel 1968, offrì, attraverso una ricerca, rinforzo empirico all’esistenza della sindrome borderline di personalità e nel 1975 John Gunderson sottopose il concetto a verifiche sperimentali. A queste ricerche ne seguirono altre ad opera di Kernberg, Kohut, Adler etc.

La definizione di DP compare per la prima volta solo nel 1994, all’interno del DSM-IV, nonostante i vari disturbi fossero già stati descritti nel II asse del DSM III.

Il DSM-5 definisce il DP “un pattern costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione.”

Un DP indica quindi una modalità di pensiero e di comportamento disadattivi che si manifesta in modo pervasivo, inflessibile e apparentemente permanente, che invade varie sfere dell’individuo tra cui quella interpersonale, quella cognitiva, quella affettiva etc.

Ogni persona ha dei particolari tratti della personalità, ossia delle modalità attraverso le quali si relaziona agli altri e agli eventi. Le persone che riescono ad adattarsi in modo efficace alle diverse situazioni della vita sono quelle che tendono ad assumere un comportamento o un pensiero differente nel momento in cui lo stile abituale risulta inefficace. Si parla invece di DP solo quando l’intero funzionamento dell’individuo è contraddistinto da certe caratteristiche estreme, ossia tratti della personalità troppo rigidi e poco adattivi rispetto all’ambiente e alla cultura dell’individuo, al punto da comprometterne seriamente la vita affettiva, sociale, lavorative e di produrre nel soggetto stesso e nelle persone a lui vicine grave sofferenza o marcato disagio.

Il DP può essere definito egosintonico, ossia accettabile da parte della persona che lo accusa, nel quale non crea alcun disagio, sebbene possa avere effetti negativi su altre persone ed alloplastico, ossia immodificabile in rapporto con l’ambiente, ciò comporta l’impossibilità di adattabilità allo stesso ed è proprio il fatto di essere alloplastico che causa difficoltà sociali in questi pazienti.

Il comportamento disadattivo insorge generalmente nella prima metà della vita adulta, ma possono essere presenti già alcuni indizi durante l’infanzia.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore.

Lingiardi V., Gazzillo F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore.

 


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Sindrome Genovese

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La sindrome genovese, nota anche come “effetto spettatore” o “complesso del cattivo samaritano” è un fenomeno psicologico divenuto purtroppo noto a causa del caso Genovese.

Kitty Genovese era nata a New York il 7 luglio del 1935, da una famiglia italoamericana appartenente alla middle class, ed era cresciuta a Brooklyn. Nel 1954, la sua famiglia decide di trasferirsi nel Connecticut, così Kitty decise di restare da sola a New York. Si trasferì nel Queens, dove iniziò a gestire un bar, il Ev’s 11th Hour Sports Bar, e prese un appartamento insieme alla socia e fidanzata, Mary Ann Zielonko.

genovese

Ma come avvenne l’omicidio?

Era la notte del 13 marzo del ’64, quando la Genovese rincasò verso le 3 di notte, dopo aver chiuso il bar. Dopo aver parcheggiato l’auto, a circa 30 metri dal portone di casa, la Genovese fu accoltellata alle spalle da Winston Moseley.

I vicini della Genovese gridarono all’aggressore di lasciar perdere la donna e, in un primo istante, l’uomo si allontanò. Dopo una decina di minuti Moseley tornò a cercare la giovane, ormai agonizzante, e la uccise. La durata complessiva dell’aggressione fu di circa mezz’ora: l’uomo abusò della vittima per lasciarla poi morente a terra. La Genovese aveva provato a chiedere aiuto ai vicini, ma nessuno si degnò di aiutarla. Si stima che ben 38 persone abbiano “assistito” alla scena, senza aver mosso un dito.

Perché nessuno dei vicini aiutò Kitty Genovese?

Bibb Latané e John Darley hanno portato avanti una serie di studi, in relazione a questo caso, e hanno spiegato che l’effetto era stato generato da un duplice processo: l’ignoranza collettiva e la diffusione della responsabilità.

L’ingoranza collettiva o pluralistica.

In psicologia sociale è quel processo che riguarda le persone quando sono parte di un gruppo. Ciascun membro ritiene che gli altri abbiano più informazioni su un determinato evento e quindi, in situazioni confuse e vaghe, si tende ad osservare e a conformarsi al comportamento altrui, senza valutare il fatto che anche gli altri fanno lo stesso. Questo determina, nella maggior parte dei casi, una probabile mancanza d’azione.

La diffusione della responsabilità o disimpegno morale.

Fenomeno molto noto in psicologia sociale, in cui un individuo tende a non assumersi una responsabilità di azione quando sono presenti altre persone. Il fenomeno si presenta quando la responsabilità non è stata attribuita specificatamente.

Un esperimento molto famoso per valutare tale fenomeno fu condotto da Latané e Darley. I soggetti in questione venivano fatti accomodare singolarmente in diverse stanze ed erano convinti di stare a partecipare ad un esperimento di psicologia, in cui dovevano esprimere delle opinioni su questioni personali. Queste stanze erano isolate tra di loro e i soggetti potevano comunicare solo per mezzo di un interfono. Durante l’esperimento, uno dei partecipanti raccontava di soffrire di attacchi di epilessia e, poco dopo, simulava di averne uno. Quando agli altri soggetti veniva detto che vi erano più partecipanti all’esperimento, la probabilità che uno di loro prestasse aiuto, diminuiva moltissimo.

In particolare:

  1. Se i partecipanti erano consapevoli di essere soli, l’85% di loro interventiva;
  2. Se erano convinti che ci fosse almeno un altro individuo, la percentuale scendeva al 62%;
  3. Se credevano che i partecipanti fossero almeno 4, solo il 31% dei partecipanti si precipitava ad aiutare il malato.

Ciò potrebbe dipendere dall’assenza di preoccupazione mostrata dagli altri membri del gruppo, che porterebbe ad una valutazione sommaria e sottostimata dell’evento. Ne deriva che più persone assistono a un’emergenza, più si riscontra la probabilità che ogni spettatore non intervenga o lo faccia più lentamente.

 

 Bibliografia

The unresponsive bystander: Why doesn’t he help? di Bibb Latané.

Psicologia Sociale. di Elliot Aronson, Il Mulino.

Kitty Genovese: A True Account of a Public Murder and its Private Consequences. di Catherine Pelonero

 

 

 


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Religioni, Sindrome di Stoccolma e Dipendenza Religiosa

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Ho sempre ritenuto che le organizzazioni religiose, ed in particolar modo la Chiesa Cattolica, riescano a controllare i loro fedeli attraverso una sorta di “lavaggio del cervello”. Sin da piccoli ci sentiamo dire “Dio è amore”, “ci ha creato per amarlo e onorarlo”, “segui i 10 comandamenti” “devi frequentare il catechismo” …

Alcuni di noi, crescendo, iniziano a porsi delle domande e, alla fine del processo di ragionamento, vedono il tutto sotto una luce diversa. Altri invece si riducono a portare avanti una fede cieca.  Sono convinti che tutto ciò che accade è stato il volere del Signore e che è possibile superare tutta quella sofferenza grazie alla fede in Dio.

Se analizziamo questa condizione, non possiamo non pensare alla Sindrome di Stoccolma.

Ma cosa è questa Sindrome?

È una strategia di sopravvivenza che un individuo mette in atto quando si ritrova a vivere una situazione eccessivamente pericolosa e stressante. Secondo alcuni studiosi essa è costituita da 4 criteri:

  • Minaccia alla propria sopravvivenza fisica o psicologica da parte di un aggressore – quando un gruppo di persone, come ad esempio quelle che costituiscono il sistema religioso, esercita troppo potere e soprattutto afferma che quel potere è ordinato da Dio, la vittima ha paura del pericolo, della vergogna e nel peggiore die casi della penitenza a cui possono andare incontro. Questa paura del pericolo è una paura reale, può essere traumatica e avere delle gravi conseguenza.
  • La vittima percepisce delle piccole gentilezze da parte del carnefice – un qualsiasi atto casuale o isolato di gentilezza da parte dell’aggressore, farà entrare la vittima in un circolo vizioso, questa gentilezza risulterà piacevole per la vittima, la quale sarà grata al carnefice per questi suoi piccoli gesti cortesi. Se pensiamo alla Chiesa Cattolica, possiamo immaginare come molti fedeli possano sentirsi assolti grazie alla benedizione che ricevono, è un segno che Dio li sta perdonando dai loro peccati. Tutto questo può essere molto coinvolgente, forse troppo e può portare alla schiavitù;
  • La vittima si ritrova isolata e non può abbracciare prospettive diverse da quelle di chi abusa – l’isolamento è anch’esso tipico delle religioni. I fedeli di qualsiasi credo sono fortemente scoraggiati dal leggere i libri di altri culti, quanti di noi potrebbero parlare per ore del Corano o dei testi sacri del Buddhismo o anche del Vangelo? I fedeli, nella maggior parte dei casi, non hanno contatti con l’esterno e questo rende impossibile loro di considerare obiettivamente la situazione;
  • La vittima si sente incapace di sfuggire da quella situazione – Quando i nostri familiari, i nostri amici, i nostri vicini di casa ed i nostri colleghi sono parte di un gruppo religioso, molto spesso diventa difficile allontanarsi da quella determinata religione. Perché? Perché il prezzo da pagare può diventare troppo alto. Si può venir svalutati come persone, questo accade soprattutto nelle famiglie fondamentaliste.

Questo discorso può sembrare strano ai più, ma in realtà è abbastanza semplice: quando le vittime si sentono impotenti, incapaci di fuggire, iniziano a credere che la loro unica possibilità di sopravvivenza è la buona volontà del loro rapitore. Anche le piccole gentilezze, come può essere l’assoluzione del prete durante la confessione, nella loro mente diventa la prova che il loro carnefice “non è poi così male”. Tutto questo può trasformarsi in un vero e proprio legame emotivo da parte del prigioniero per il suo rapitore. Nel rapporto cristiano con Dio accade proprio questo: il credente si sente minacciato, teme che Dio possa scatenare una serie di disastri terreni – ricordate le piaghe d’Egitto? – in qualsiasi momento, oppure teme di venir giudicato dopo la morte e di essere condannato, per il resto dell’eternità, a marcire all’inferno. Sente che la sua unica possibilità, per poter sfuggire da questo triste e infausto destino, è quella di obbedire incondizionatamente a Dio.

Un’altra conseguenza, probabilmente più grave, dell’eccessiva fede in un qualsiasi dio è la cosiddetta Dipendenza Religiosa:

  • Incapacità di mettere in dubbio quanto viene insegnato dall’autorità, ciò porta il fedele ad un’obbedienza cieca e assoluta.
  • Il pensiero semplicistico: tutto bianco o tutto nero. Si vede la vita in termini di giusto e sbagliato, buono o cattivo, casto e peccatore. Il pericolo che il fedele corre è proprio legato al fatto che la vita raramente è bianco o nero, ciò porta la persona ad avere difficoltà di adattamento.
  • La vergogna basata sulla convinzione che se non si è abbastanza buoni, non si sta facendo del bene. Ciò porta l’individuo a non considerare la possibilità di compiere degli errori ma di essere lui stesso un errore. Questo non permette al soggetto di esaminare in maniera costruttiva e in modo sano il proprio comportamento. Questo pensiero basato sulla vergogna deruba l’individuo di potere, dignità e rispetto di sé.
  • Il pensiero magico che Dio risolverà tutto.
  • Scrupolosità: rigidità, rispetto ossessivo per le regole, codice etico. La paura della punizione comporta la necessità di essere perfetto. L’individuo segue regole e rituali che lo possono rendere incapace di mettere in discussione la validità di tali regole e il modo in cui vengono applicate.
  • Non ci sono compromessi con persone di credo diverso. Coloro che soffrono di dipendenza religiosa tendono ad umiliare o addirittura perseguitare gli altri che non condividono le loro stesse convinzioni o che non seguono le regole in maniera rigida – tanto per citare, le Crociate o la Guerra Santa dell’ISIS. I “tossicodipendenti” religiosi devono a tutti i costi crearsi la fantasia che gli altri sono il male, sono inferiori e per questo vanno distrutti.
  • Pregano in modo compulsivo, vanno sempre in Chiesa, citano le Sacre Scritture. Questi comportamenti sono paragonabili a quelli dei tossicodipendenti che sniffano cocaina o qualsiasi altro tipo di sostanza. Non penso ci sia nulla di male nell’andare in Chiesa o pregare, finché questo però è condotto in maniera sana e non comporti l’esclusione di qualsiasi altra attività.
  • Donano molto di più di quello che possiedono.
  • Credono che il sesso sia sporco, che provare piacere con il corpo sia qualcosa di sbagliato e peccaminoso.
  • Presentano DCA. Studi scientifici hanno dimostrato che i “tossicodipendenti” religiosi, in particola modo le donne, spesso soffrono o di bulimia o di anoressia (per quanto riguarda l’anoressia, vi consiglio di leggere il libro di Bell Rudolph “La Santa Anoressia”.)
  • Conflitto con la scienza, la medicina e l’istruzione. Lottano contro tutto ciò che sfida il pensiero bianco e nero e le soluzioni semplicistiche a cui sono votati. Non è raro che i genitori rimuovano i loro figli dalle scuole ritenute potenzialmente pericolose oppure leggere sui giornali delle notizie in cui sono riportati fatti di cronaca di bambini che non vengono ad esempio sottoposti a trasfusione perché in contrasto con il credo religioso dei genitori – le trasfusioni sono rifiutate ad esempio dai Testimoni di Geova.
  • Con il tempo, avviene un progressivo distacco dal mondo reale, con relativo isolamento e rottura delle relazioni – un esempio di questo lo ritroviamo in Scientology.
  • Sviluppo di malattie psicosomatiche: insonnia, mal di testa, ipertensione.
  • Possono sviluppare deliri religiosi, in cui affermano di essere stati scelti e di ricevere messaggi da Dio.
  • Possono sviluppare disturbi di personalità.

 

 

Bibliografia

Leo Booth “Quando dio diviene una droga

 

 

 


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Le teorie umanistiche

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Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo si afferma, all’interno della psicologia, una Terza Forza, una nuova tipologia di pensiero che si contrappone sia alla psicoanalisi sia al comportamentismo, ossia la Psicologia Umanistica.

Il modello umanistico focalizza il suo interesse sull’esperienza concreta dell’individuo, sul qui e ora della realtà e sull’uomo in quanto individualità singola.

Gli argomenti di cui si interessa questo ramo della psicologia sono quelli che non hanno trovato molto spazio nelle teorie precedenti e sono l’amore, la creatività, la crescita, l’organismo, l’autorealizzazione, il gioco, la trascendenza dell’Io, la responsabilità etc. e il modello dell’uomo al quale tende si basa su una visione non deterministica dell’agire umano, ossia l’individuo viene ritenuto in grado di crearsi autonomamente il proprio destino.

A gettare le basi del movimento sono Carl Rogers1 e Abraham Maslow2

La teoria rogersiana della personalità si basa sul concetto di organismo, inteso nel suo significato più ampio, ossia di totalità psico-fisica. L’organismo non può essere scisso nelle sue più piccole parti, in quanto non può essere ricondotto alla semplice somma delle parti. Rogers considera l’individuo come una globalità tra mente e corpo. Il concetto centrale di questa teoria della personalità è il Self, il Sé. L’attenzione è posta sulla tendenza attualizzante dell’individuo, ossia l’autorealizzazione del proprio Sé, che orienta la personalità verso la differenziazione, l’espansione, la creatività, l’arricchimento. La tendenza attualizzante agisce attraverso un processo che egli chiama di valutazione organismica, attraverso la quale l’individuo sceglie le esperienze che contribuiscono a migliorare lo sviluppo dell’organismo e scarta quelle che non tendono a questo fine. In questo modello la personalità è vista come un sistema organizzato, in grado di autoregolarsi, non controllato da forze esterne, ma guidato proprio dall’autorealizzazione. Una legge fondamentale per mettere in atto l’attualizzazione è quella della congruenza, ossia l’Io tende normalmente alla coerenza tra le proprie auto-percezioni e tra queste e la realtà esterna. Conseguenza di ciò è la profezia che si autoavvera, 3 in quanto l’individuo spesso si comporta in modo che gli altri confermino la percezione che egli ha di se stesso. Le esperienze incongruenti con il concetto di Sé generano ansia, sono ritenute delle minacce e questo determina un irrigidimento difensivo della struttura del Sé. Un altro concetto importante nella realizzazione di Sé è rappresentato dal bisogno di sentirsi accettato e amato dalle persone significative della propria vita. Ciò può determinare conflittualità nell’individuo, in quanto può indurlo a fare propri valori contrastanti con la propria natura, pur di non perdere l’affetto e l’appoggio altrui. Questo determina la nascita del falso Sé, fonte di disagio psichico. È solo tramite il processo di reintegrazione che l’individuo può uscirne.

La teoria di Maslow focalizza la sua attenzione sull’analisi delle motivazioni che spingono un individuo a mettere in atto una serie di comportamenti e sulle caratteristiche che contraddistinguono la personalità sana e autorealizzata; essa si basa su una gerarchia di bisogni, la cosiddetta Piramide di Maslow.

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I bisogni da gratificare sono fisiologici, legati al cibo e all’acqua; di sicurezza, ossia di protezione; di appartenenza, cioè sentirsi parte di un gruppo, instaurando rapporti interpersonali; di stima e di autorealizzazione.

Questi bisogno sono innati ma i modi con i quali possono essere appagati vanno appresi. Inoltre è possibile soddisfare un bisogno della scala solo se quello precedente ha avuto un esito positivo.

L’incapacità di gratificare un bisogno genererà una disfunzione psichica.

Secondo Maslow, solo le persone che giungono all’autorealizzazione hanno un’alta percezione della realtà e una maggiore accettazione di sé e degli altri.

 

 

Bibliografia

Maslow A. H., Motivazione e personalità, Roma, Armando Editore, 1977, passim.

Maslow A. H., Verso una psicologia dell’essere, Roma, Astrolabio Editore, 1971, passim.

Rogers C. R., La terapia centrata sul cliente, a cura di Palmonari A., Rombauts J., Firenze, Giunti Editore, 2013, passim.

 


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La Psicologia del Sé di Heinz Kohut

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La Psicologia del Sé di Kohut nasce dagli studi dello stesso su pazienti con disturbi narcisistici 1, i quali presentavano caratteristiche molto diverse dai pazienti nevrotici, ossia erano presenti sentimenti di depressione e insoddisfazione nei rapporti e la loro stima di sé era facilmente vulnerabile.

Il concetto centrale di questo modello è quello del Sé, inteso come nucleo centrale della personalità che organizza i sentimenti, i pensieri e le rappresentazioni di Sé e degli altri.

Nel pensiero dell’autore, lo sviluppo del Sé avviene in due tappe fondamentali, la prima è la formazione del Sé virtuale, ossia l’immagine del bambino che deve ancora nascere ma che già è presente nella mente dei genitori, la seconda prevede lo sviluppo del Sé nucleare nel corso dei primi due anni di vita del bambino. Il Sé nucleare è per sua natura bipolare, ossia è formato dal polo delle ambizioni di potere e successo e dal polo degli scopi idealizzati e i valori. Questi due poli sono sottesi da un arco di tensione, il quale è caratterizzato dai talenti e dalle abilità della persona.

Concetto cardine della Psicologia del Sé è l’oggetto-Sé, ossia il ruolo svolto dalle altre persone nei confronti del Sé in relazione ai suoi bisogni. Gli oggetti-Sé devono essere visti come funzioni, più che come persone.

Il Sé sano si sviluppa all’interno di un ambiente che consente di fare tre esperienze di oggetto-Sé: 2

  • Oggetti che confermino l’innato senso del bambino di grandezza e perfezione, ossia i bisogni di specularità. Sono esperienze che formano quello che Kohut chiama Sé grandioso. Permette di rafforzare il polo delle ambizioni del Sé bipolare. Un esempio è il piacere che un artista ha nel momento in cui viene apprezzato dal pubblico. In caso contrario avviene la frammentazione del Sé.
  • Oggetti da poter ammirare e idealizzare, ossia il bisogno di idealizzazione. Questo tipo di esperienza permette il rafforzamento del polo degli ideali del Sé bipolare. Kohut la descrive come l’esperienza di fondersi con un oggetto vissuto come grande, forte, ideale e saggio. Un esempio è rappresentato da un individuo, in un momento di difficoltà, trova in un amico un punto di riferimento e di forza.
  • Oggetti che suscitino nel bambino una sensazione di essenziale uguaglianza con lui, ossia il bisogno di gemellarità. Questo tipo di esperienza permette di rafforzare l’arco di tensione delle capacità e dei talenti. Un esempio è quello della bambina che fa finta di cucinare insieme alla mamma.

Inoltre, l’Uomo di Kohut è un Uomo Tragico, frutto delle esperienze relazionali e dell’contesto in cui si è sviluppato il suo Sé nucleare, opposto all’Uomo Colpevole di Freud, il quale tende, invece, alla costante ricerca di equilibrio tra le pulsioni che lo dominano e le cui azioni sono volte alla ricerca del piacere.

 

 

Bibliografia

Concato G., Manuale di psicologia dinamica, Firenze, AleBet Editore, 2000.

 


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La psicopatologia secondo Wilfred Bion

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Wilfred Bion, un autore di matrice kleiniana, ritiene che l’intera psicopatologia può essere considerata come la manifestazione dei disturbi di pensiero ed è per questo che ha tentato di elaborare una teoria del pensiero normale e patologico.

Il pensiero viene classificato dall’autore, all’interno di una griglia, secondo due dimensioni: il livello di sviluppo e il modo in cui viene usato.

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Gli elementi β sono definiti da Bion come “emozioni e sensazioni non pensate e non pensabili”, equivalgono nella mente alla cosa in sé. 1 Gli elementi α sono invece la prima forma rudimentale di sensazioni ed emozioni pensate. Questi elementi non sono rinvenibili in natura, ma è possibile trovare delle manifestazioni molto vicine a queste ipotesi originarie. Per quanto riguarda gli elementi β, i due esempi tipici sono i disturbi psicosomatici non simbolizzati 2 e gli oggetti bizzarri. 3 I modelli più vicini agli elementi α sono i pensieri del sogno o i Miti. 4

Le preconcezioni sono le forme vuote, delle aspettative che acquisiscono una forma precisa, ossia la concezione, nel momento in cui incontrano la realtà. I concetti sono il frutto dell’astrazione delle concezioni. I concetti astratti, legati tra di loro per mezzo di nessi logici, formano il sistema deduttivo scientifico. Infine il calcolo algebrico rappresenta un’ulteriore astrazione e ai nessi logici si aggiungono quelle di tipo matematico.

Il passaggio da una forma di pensiero all’altra è permesso dalla dinamica contenitore/contenuto, attraverso la quale si sviluppa un “apparato per poter pensare i pensieri”. In questa dinamica, gli elementi β, che vengono percepiti dal bambino ma non compresi, vengono collocati fantasticamente dentro la madre, per mezzo dell’identificazione proiettiva normale. La madre, attraverso il processo di rêverie, elabora e trasforma le proiezioni del suo bambino per mezzo della funzione α e le restituisce moderate dal pensiero e dall’affetto. Il piccolo reintroietta tali esperienze così trasformate e nel tempo acquisisce anche la funzione α, chiamata altresì barriere di contatto. In questo modo il bambino ha dentro di sé un contenitore per i suoi contenuti. Se, invece, la madre non riesce a restituire al bambino le sue emozioni e le sue sensazioni in forma pensabile, il piccolo vive uno stato denominato terrore senza nome, proprio delle psicosi.

La funzione α è considerata una funzione della personalità che opera sulle impressioni o percezioni sensoriali ed emotive.

 

Bibliografia

Concato G., Manuale di psicologia dinamica, Firenze, AleBet Editore, 2000.

Galimberti U., Wilfred R. Bion, Milano, Mondadori Bruno Editore, 2000, passim

Grinberg L., Sor D., Tabak De Bianchedi E., Introduzione al pensiero di Bion, trad. Minetti M.G., Pezzoni F., Milano, Cortina Raffaello Editore, 1996, passim

 


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La resilienza e fattori protettivi in situazioni avverse

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La parola resilienza deriva dal latino resilire, ossia rimbalzare, saltare indietro. La psicologia ha mutuato questo concetto dalla fisica, il quale indica la proprietà di un corpo di assorbire gli urti senza rompersi per poi recuperare la forma originaria.

In psicologia, la resilienza è la capacità di un individuo di far fronte, in maniera positiva e senza risentire eccessivamente di conseguenze negative, ad eventi traumatici o stressanti che, diversamente, potrebbero risultare gravemente invalidanti; essa permette di adattarsi con successo alle avversità e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.

Parlare di resilienza non significa semplicemente riferirsi all’ottimismo quanto invece a “un insieme di caratteristiche di personalità che permettono all’individuo di reagire agli eventi di vita, traendo stimolo dalla realtà circostante che viene affrontare con calma, ponderazione, coraggio, intelligenza, moderazione e accettazione”. È attraverso questi elementi che la persona sperimenta il controllo sulla realtà e sulle proprie azioni, percependo in tal modo di avere potere sul proprio destino. Le persone resilienti sono quelle che mostrano una maggiore capacità di recuperare rapidamente l’equilibrio fisico, psicologico e relazionale dopo circostanze avverse.

La resilienza è un’abilità in parte influenzata da fattori biologici e genetici e in parte legata alle vicende di vita familiari e relazionali; essa viene acquisita dall’individuo durante il percorso evolutivo, è un vero e proprio processo che si basa su una serie di fattori quali la personalità del soggetto, lo stile di attaccamento, l’apprendimento, le esperienze vissute, etc.

La resilienza si fonda su un processo che, nel corso dello sviluppo, poggia le basi su due assi, quello intrapsichico e quello relazionale-interattivo.

Gli elementi indispensabili di questo concetto sono tre:

  1. la distinzione tra il sistema che regola le emozioni e il sistema cognitivo, ciò permette al soggetto di prendere le distanze dalla propria emotività ed elaborarla attraverso le operazioni di razionalizzazione;
  2. la presenza di indispensabili e adeguate capacità cognitive (QI, strategie di problem solving, capacità di concettualizzare e programmare);
  3. la presenza di meccanismi di difesa normali o nevrotici, tali da permettere stili di coping maggiormente funzionali e adattivi.

Poiché la resilienza è sostanzialmente frutto della struttura cognitiva degli individui, per poterla migliorare è indispensabile modificare le lenti con le quali si osservano gli eventi.

La psicologa americana Susanna Kobasa ha evidenziato tre tratti di personalità che possono essere ricondotti ad un alto grado di resilienza:

  1. Impegno, ossia il livello di coinvolgimento nelle attività, proprio delle persone non passive, non ansiose, in grado di valutare concretamente le difficoltà.
  2. Controllo, ovvero la convinzione di non essere in balia degli eventi ma di poterli controllare e dominare. È un concetto simile al locus of control.
  3. Gusto per le sfide, vale a dire che i cambiamenti vengono accettati e considerati fattori positivi. Le problematicità non vengono evitate o considerate pericolose, ma invece vengono vissute come occasione di crescita.

La resilienza è composta da una serie di comportamenti e atteggiamenti che non sono posseduti sin dalla nascita ma che possono essere appresi e sviluppati nel corso del tempo.

Studi longitudinali 1 hanno dimostrato che bambini che vivono nelle stesse circostanze e subiscono gli stessi eventi traumatici, hanno probabilità diverse gli uni dagli altri di sviluppare un DP.

È proprio grazie al concetto della resilienza che è possibile spiegare e comprendere come mai all’interno dello stesso contesto familiare, vissuto da più bambini, solo alcuni di essi sviluppano seri problemi inerenti alla condotta e alla personalità. Infatti la risposta di un individuo ad eventi traumatici quali abusi, lutti, guerre e malattie è l’esito di un’interazione dinamica tra fattori di rischio e fattori protettivi, appartenenti ai diversi livelli, quali biologico, psicologico, sociale e ambientale.

I fattori di rischio sono quegli elementi che interferiscono con l’adattamento e che aumentano la probabilità della manifestazione della psicopatologia. Essi possono essere sia interni all’individuo sia appartenenti al contesto. Tra i fattori di rischio sono indicati elementi quali la bassa autostima, l’attaccamento insicuro o disorganizzato nei confronti del caregiver, le difficoltà nello stabilire e mantenere relazioni sociali, aspettative irrealistiche nei confronti di se stessi, abusi e maltrattamenti, 2 carenza di sostegno, forti disaccordi familiari, separazione e divorzio dei genitori, 3 fattori di rischio collegato alla genitorialità, 4 emarginazione e condizioni svantaggiate.

I fattori di protezione 5 , invece, includono tutte le qualità del bambino, dei genitori e del contesto che ostacolano l’azione dei fattori di rischio, rafforzando così le capacità di coping e la resilienza stessa del bambino. Tra questi fattori sono inclusi l’attaccamento sicuro, il pensiero creativo, QI elevato 6 , l’umorismo, locus of control 7 interno, il sostegno affettivo, elevata autostima, buone abilità cognitive, positiva percezione di Sé 8, il comportamento prosociale, buone condizioni socio-economiche, un buon legame con la famiglia di origine 9 e il riuscire a stabilire relazioni sociali. 10

Si ha un’esperienza evolutiva quando, nel corso del tempo, si crea un compromesso valido tra queste due tipologie di fattori, ossia quando i fattori di rischio si trasformano in opportunità di sviluppo e realizzazione.

Concludendo, è possibile riassumere il vasto concetto di resilienza attraverso le parole di Oscar Chapital Colchado “la resilienza è la capacità di un individuo di generare fattori biologici, psicologici e sociali che gli permettano di resistere, adattarsi e rafforzarsi, a fronte di una situazione di rischio, generando un risultato individuale, sociale e morale.”

 

 


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Disturbo Dissociativo dell’Identità

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Il Disturbo Dissociativo dell’Identità (DDI) è un disturbo mentale definito nel 1994 da una serie di criteri diagnostici all’interno del DSM, il quale richiede, per effettuare diagnosi, almeno due personalità che prendano regolarmente il controllo del comportamento dell’individuo con una perdita di memoria, che va oltre la normale dimenticanza. Il disturbo dissociativo dell’identità è meno comune rispetto ad altri disturbi dissociativi, infatti esso si verificano in circa l’1% dei casi ed è spesso in comorbilità con altri disturbi. Inoltre viene diagnosticato più frequentemente negli Stati Uniti d’America che in altri paesi.

I sintomi quali l’amnesia dissociativa, la depersonalizzazione e la fuga dissociativa sono correlati alla diagnosi del disturbo dissociativo dell’identità e non vengono mai diagnosticati singolarmente.

La maggioranza dei pazienti a cui è stato diagnosticato il disturbo dissociativo dell’identità riporta storie di abusi sessuali o fisici durante l’infanzia, da parte delle figure di accudimento. Queste identità dissociative, dette anche alter, ossia altri, possono avere un forte effetto sulla conoscenza e la memoria del paziente e avere conseguenze drammatiche nella vita di quest’ultimo. Questo disturbo è ipoteticamente associato con uno stress acuto, traumi antecedenti, storia di una nutrizione carente durante l’infanzia e un’innata capacità di dissociare i ricordi o le esperienze vissute.

 

Bibliografia

Kring A., DAVISON G., Neale J., Johnson S., Psicologia clinica, Bologna, Zanichelli Editore, 4° 2013 (1989)


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Disturbo Borderline di Personalità

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I pazienti con diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità (DBP) sono caratterizzati principalmente da impulsività, discontinuità dell’immagine di Sé, instabilità nelle relazioni interpersonali e marcati e repentini cambiamenti dell’umore. Gli individui con DBP, infatti, possono mettere in atto comportamenti imprevedibili, impulsivi, potenzialmente pericolosi per se stessi 1 e autolesivi. 2

Le relazioni che un paziente con DBP instaura sono essenzialmente travagliate, caotiche, altalenanti e molto intense, caratterizzate da sentimenti estremi di idealizzazione e svalutazione delle altre persone. Il tema centrale in questi soggetti è l’abbandono ed è per questo che molto spesso mettono in atto degli sforzi per evitare una separazione, reale o immaginaria. Per assicurarsi attenzione e rassicurazione, i soggetti borderline tendono a manipolare le altre persone, utilizzando anche dei ricatti affettivi, quali esplosioni di collera o tentativi di suicidio, ma la maggior parte delle volte ottengono l’esatto opposto. La paura del rifiuto può generare in questi individui profonde alterazioni dell’immagine di Sé, dell’umore e del comportamento.

Per quanto riguarda l’umore, queste persone possono oscillare rapidamente, ad esempio, tra la violenta rabbia e il senso di colpa, oppure tra la profonda tristezza e la gioia. In alcuni momenti, emozioni opposte possono essere contemporaneamente presenti, tanto da creare caos nel paziente e nelle persone a lui vicine. Queste tempeste emotive vengono provocate principalmente come risposta ad eventi relazionali spiacevoli, come ad esempio, una critica, un rifiuto o una semplice sbadataggine da parte degli altri. Questa ipersensibilità è alla base delle intense oscillazioni emotivo-affettive, infatti la reazione emotiva di coloro che presentano questo disturbo è molto più immediata e marcata rispetto a quella di altre persone.

In condizioni di stress, i pazienti borderline possono presentare episodi di ideazione paranoide, nel corso dei quali credono che gli altri abbiano intensioni malvagie e ostili verso di loro, oppure in altri casi, possono rispondere alle condizioni avverse con gravi sintomi dissociativi transitori.

Quando riescono a liberarsi dalle opprimenti pressioni a cui sono sottoposti, si distaccano da ogni cosa e da tutte le altre persone, entrando così in uno stato di vuoto, caratteristico sentimento del paziente borderline. A questa condizione si accompagna spesso una forte angoscia circa la propria identità, in particolare riguardo al proprio ruolo di genere, al proprio orientamento sessuale, agli scopi personali e professionali e all’immagine di Sé. Questa confusione interiore diventa particolarmente acuta quando il soggetto è lasciato a se stesso; ciò ben spiega il terrore che i pazienti borderline provano nei confronti della solitudine e il perché mettono in atto determinati comportamenti per ricercare delle relazioni. Inoltre, questa condizione di vuoto è considerata molto pericolosa, in quanto è proprio in questi momenti che sono frequenti le tendenze all’atto, come ad esempio l’uso di sostanze stupefacenti, le abbuffate, gli atti autolesivi e i tentativi di suicidio.

Gli individui con DBP hanno grandi difficoltà nel tollerare le frustrazioni, a cui reagiscono con un forte sentimento di rabbia che li spinge a compiere atti impulsivi e autodistruttivi.

Coloro a cui è stato diagnosticato questo disturbo soffrono di disturbi del pensiero e affettivi, fenomeni dissociativi brevi, possono abusare di alcool o sostanze e presentare disturbi della condotta alimentare e disturbi d’ansia.

Si stima una prevalenza compresa tra 1,6% e il 5,9%. Il decorso3 del disturbo è abbastanza variabile. Si osserva che l’evoluzione più frequente è di grave instabilità nella prima età adulta mentre, con il trascorrere del tempo, si riducono sia la compromissione sia il rischio suicidario. Tra i quaranta e i cinquant’anni di età, la maggior parte di pazienti con DBP raggiungono una certa stabilità lavorativa. Studi di follow-up delle prestazioni cliniche evidenziano che circa il 50% dei soggetti, dopo 10 anni, non soddisfa più i criteri necessari per la diagnosi di DBP 4

I criteri proposti dal DSM-5 secondo l’approccio categoriale, sono i seguenti:

A. Un pattern pervasivo di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività, che inizia entro la prima età adulta ed è presente in svariati contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  1. Sforzi disperati per evitare un reale o immaginario abbandono. Nota: Non includere i comportamenti suicidari o automutilanti considerati nel Criterio 5.
  2. Un pattern di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzato dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione.
  3. Alterazione dell’identità: immagine di sé o percezione di sé marcatamente e persistentemente instabile.
  4. Impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (per es., spese sconsiderate, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate). Nota: Non includere i comportamenti suicidari o automutilanti considerati nel Criterio 5.
  5. Ricorrenti comportamenti, gesti o minacce suicidari, o comportamento automutilante.
  6. Instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore e soltanto raramente più di pochi giorni).
  7. Sentimenti cronici di vuoto.
  8. Rabbia inappropriata, intensa, o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
  9. Ideazione paranoide transitoria, associata allo stress, o gravi sintomi dissociativi.

Il modello alternativo del DSM-5, descrive le caratteristiche del DBP, ossia l’instabilità dell’immagine di Sé che comporta delle conseguenze negative anche sugli obiettivi personali e sulle relazioni sociali. Tutto questo accompagnato da impulsività e ostilità.

I criteri proposti dall’approccio dimensionale sono i seguenti:

A. Moderata o più grave compromissione del funzionamento della personalità, che si manifesta con caratteristiche difficoltà in due o più delle seguenti quattro aree:

  1. Identità: immagine di sé marcatamente impoverita, scarsamente sviluppata o instabile, spesso associata a eccessiva autocritica; sentimenti cronici di vuoto; stati dissociativi sotto stress.
  2. Autodirezionalità: instabilità in obiettivi, aspirazioni, valori o progetti relativi alla professione.
  3. Empatia: compromessa capacità di riconoscere i sentimenti e i bisogni degli altri, associata a ipersensibilità interpersonale (per es., tendenza a sentirsi offesi o insultati); percezione degli altri selettivamente distorta rispetto a caratteristiche negative o vulnerabilità proprie.
  4. Intimità: relazioni affettive intense, instabili e conflittuali, caratterizzate da diffidenza, dipendenza e preoccupazione ansiosa per l’abbandono, reale o immaginario; relazioni affettive spesso oscillanti tra gli estremi dell’idealizzazione e della svalutazione e alternanti tra eccessivo coinvolgimento e distacco.

B. Quattro o più dei seguenti sette tratti di personalità patologici, almeno uno dei quali deve essere l’impulsività, tendenza a correre rischi o ostilità:

  1. Labilità emotiva, un aspetto dell’Affettività negativa. Caratterizzata da esperienze emotive instabili, frequenti cambiamenti dell’umore, emozioni che insorgono facilmente e sono intense/sproporzionate rispetto agli eventi e alle circostanze.
  2. Ansia, aspetto dell’Affettività negativa. Intense sensazioni di nervosismo, panico, spesso in relazione a stress interpersonali. Preoccupazione per gli effetti negativi delle esperienze spiacevoli passate e possibili negative future. Provare paura e sentirsi minacciati dall’incertezza. Timore di crollare o di perdere il controllo.
  3. Angoscia di separazione, aspetto dell’Affettività negativa. Timori di rifiuto o di separazione dalle persone significative, associati a paure di eccessiva dipendenza e completa perdita di autonomia.
  4. Depressività, aspetto dell’Affettività negativa. Sentirsi frequentemente tristi, infelici o senza speranza. Difficoltà nel riprendersi da tali stati d’animo, pessimismo circa il futuro. Vergogna pervasiva, sentimenti di distimia, pensieri di suicidio e comportamento suicidario.
  5. Impulsività, aspetto della Disinibizione. Agire immediatamente in risposta a stimoli immediati; agire su base momentanea, senza un piano o un corrispettivo dei risultati; difficoltà a stabilire o a seguire i piani; senso di urgenza e comportamento autolesivo sotto stress emotivo.
  6. Tendenza a correre rischi, aspetto della Disinibizione. Coinvolgimento in attività pericolose, rischiose e potenzialmente dannose per sé, senza necessità e senza preoccuparsi delle conseguenze; noncuranza dei propri limiti e negazione del reale pericolo per la persona.
  7. Ostilità, aspetto dell’Antagonismo. Sentimenti di rabbia persistenti o frequenti; rabbia o irritabilità in risposta a offese e insulti di poco conto.

L’interazione di due aspetti determinerebbe i fattori di rischio del DBP. Infatti, due elementi fondamentali alla base del disturbo sono sia i fattori genetici, che effettivamente predispongono il soggetto a sviluppare impulsività e disregolazione emotiva, sia un’infanzia trascorsa in un ambiente invalidante, ossia una condizione in cui l’individuo è stato esposto ad una costante svalutazione dei propri stati mentali, in cui le interazioni sono state confuse e inadeguate e le cure materne carenti, contesti in cui frequentemente si riscontrano maltrattamenti e abusi sessuali.

Precisamente i dati confermano che i pazienti con DBP presentano un livello molto più alto di abusi, verbali ed emozionali, subiti durante il periodo infantile, rispetto agli altri disturbi; l’unica eccezione è rappresentata dal Disturbo Dissociativo dell’Identità.

Infatti soggetti a cui viene diagnosticato tale disturbo molto spesso riferiscono di aver subito un abuso durante l’infanzia 5

Un modello molto interessante è quello offerto da Marsha Linehan, 6 la quale afferma che i soggetti borderline presentano una grave difficoltà nel sistema che regola le emozioni. A causa di questo deficit tutte le emozioni tendono a manifestarsi con troppa intensità. Questo spiegherebbe l’incomprensibile e violenta rabbia, i rapidi cambiamenti dell’umore, le intense e caotiche relazioni affettive, il terrore di fronte all’eventualità di essere abbandonati e l’incapacità di controllare gli impulsi emotivi. Nello sforzo di moderare l’esperienza troppo travolgente di queste emozioni, il paziente borderline può abusare di alcool e di droghe o fa ricorso alle abbuffate di cibo; altre volte riesce ad inibire l’intera esperienza emotiva, con il risultato di sperimentare inquietanti sensazioni di vuoti e di annullamento. Secondo la Linehan, la difficoltà che l’individuo borderline ha nel controllare le proprie emozioni è provocata dall’interazione tra le variabili temperamentali, le quali determinano una risposta emotiva estremamente violenta e rapida e le variabili legate all’apprendimento sociale del valore e del significato delle emozioni, le quali trovano la loro massima espressione nel concetto di invalidazione dell’esperienza emotiva, ossia l’ambiente, nel quale il paziente cresce, risponde alla comunicazione della sua esperienza interiore in modo confuso, inadeguato ed estremo. Egli impara così che alle proprie emozioni consegue incomprensione, critica e freddezza dell’altro e ciò determina nel bambino un arresto nell’apprendimento della capacità di regolazione delle proprie emozioni. Una forma estrema di invalidazione è l’abuso infantile, nella quale il genitore sostiene di amare il bambino ma contemporaneamente lo maltratta. La Linehan sostiene che il terapeuta deve lavorare per il cambiamento ma, nel contempo, deve accettare l’idea che non si riscontri alcuna trasformazione. Questo concetto di accettazione proposto dall’autrice trae origine dalla filosofia Zen e dalle idee rogersiane. Sempre secondo la Linehan, poiché i pazienti con DBP sono estremamente sensibili al rifiuto e alla critica, anche la più piccola distrazione può essere interpretata come un rimprovero e generare così reazioni emozionali estreme. Quando ciò accade, il terapeuta viene improvvisamente screditato e rifiutato. È quindi necessario che il terapeuta riesca a trasmettere al paziente questa accettazione, che deve essere reale. Questo non significa approvare tutto ciò che il paziente fa quanto piuttosto accettare la situazione per quella che è. È importante, inoltre, che anche i pazienti accettino il loro vero Sé e il fatto che la loro infanzia è ormai immodificabile. Lo scopo di questo metodo è quello di fornire loro una base per comprendere meglio se stessi.

 

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore, 2014

Cognitive Behavioural Approaches to the Understanding and Treatment of Dissociation, New York, Routledge, 2013, p.151

Kring A., DAVISON G., Neale J., Johnson S., Psicologia clinica, Bologna, Zanichelli Editore, 4° 2013 (1989) pp. 486 – 488.

 

 

 


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I Disturbi di Personalità

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I criteri per la valutazione dei Disturbi di Perosnalità (DP) nel DSM-5 non sono diversi rispetto a quelli del DSM-IV, la differenza sostanziale è che all’interno del DSM-5 è stato inserito un modello alternativo per i Disturbi di Personalità, sviluppato dal Personality and Personality Disorders Work Group.

Nel DSM-5 i DP sono presentati attraverso due prospettive diverse, quella categoriale e quella dimensionale.

L’approccio categoriale è lo stesso utilizzato nel DSM-IV e i dieci DP sono definiti mediante un particolare insieme di sintomi, infatti questo sistema prevede dei criteri specifici per ogni disturbo.

I criteri generali, del metodo categoriale, per i DP proposto dal DSM sono i seguenti:

A. Modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo. Questo modello si manifesta in due (o più) delle seguenti aree:

  1. Cognitività;
  2. Affettività;
  3. Funzionamento interpersonale;
  4. Controllo degli impulsi.

B. Il modello abituale risulta inflessibile e pervasivo in una varietà di situazioni personali e sociali;

C. Il modello abituale determina un disagio clinicamente significativo e compromissione nel funzionamento sociale, lavorativo e di altre importanti aree;

D. Il modello è stabile e di lunga durata e l’esordio può essere fatto risalire almeno all’adolescenza o alla prima età adulta;

E. Il modello abituale non risulta meglio giustificato come manifestazione o conseguenza di un altro disturbo mentale;

F. Il modello abituale non risulta essere collegato agli effetti fisiologici diretti di una sostanza o di una condizione medica generale. 1

Inoltre, in questo approccio i disturbi di personalità sono suddivisi in tre Cluster:

  1. il cluster A, ossia quello eccentrico, che comprende il disturbo di personalità paranoide, schizoide e schizotipico;
  2. il cluster B, ovvero quello drammatico, al quale appartengono il disturbo di personalità antisociale, borderline, istrionico e narcisistico.
  3. il cluster C, vale a dire quello ansioso, nel quale sono presenti il disturbo di personalità evitante, dipendente e ossessivo compulsivo.

Inoltre, è presente il DP con altra specificazione e senza specificazione, ossia una categoria che può essere utilizzata in due situazioni particolari:

  1. il modello personologico del soggetto soddisfa i criteri generali di un DP e sono presenti i tratti di diversi DP;
  2. il modello personologico dell’individuo soddisfa i criteri generali per un DP ma non corrisponde ad alcun disturbo descritto nel DSM-5.

L’approccio categoriale definisce l’appartenenza o meno di un individuo ad una certa e sola categoria. Ciò rappresenta una debolezza e un limite di questo metodo, in quanto, molto spesso, un paziente rientra in più categorie, poiché soddisfa i criteri di più disturbi, oppure nessuna, dacché non presenta tutti i criteri richiesti per effettuare diagnosi. L’insoddisfazione generata da questo approccio ha reso necessaria la creazione del nuovo modello, ossia quello dimensionale.

Lo schema dimensionale parte da una premessa, ossia quella del continuum. Infatti i DP rappresentano varianti disadattive dei tratti stessi della personalità, i quali si confondono in modo impercettibile con la normalità e tra di loro. Partendo da ciò, è stata effettuata la scelta di descrivere i DP utilizzando delle dimensioni, lungo le quali poter disporre i singoli casi.

È possibile effettuare diagnosi di DP se sono soddisfatti due criteri principali:

  1. Grado di compromissione del funzionamento (Criterio A);
  2. Valutazione dei tratti di personalità (Criterio B).

I criteri generali, dell’approccio dimensionale, che descrivono un DP sono:

  1. Criterio A: Livello del funzionamento della personalità.
  2. Criterio B: Tratti di personalità patologici.
  3. Criterio C e D: Pervasività e stabilità.
  4. Criterio E, F e G: Spiegazioni alternative per la patologia della personalità (diagnosi differenziale).

In base ai criteri proposti dal DSM-5, per formulare una diagnosi di DP, la compromissione del funzionamento e i tratti di personalità patologici devono essere “relativamente pervasivi in una serie di contesi personali e sociali” e relativamente stabili nel tempo, con esordio nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.

Rispetto al Criterio A, l’alterazione del funzionamento del Sé e interpersonale rappresenta il nucleo della psicopatologia dei DP i quali, in questo modello diagnostico alternativo, vengono osservati su un continuum tra normalità e patologia.

Il funzionamento del Sé, in particolare, comprende due elementi, ossia l’Identità e l’Autodirezionalità. Il primo è da intendersi come l’esperienza unitaria del Sé, con confini chiari tra Sé e il mondo esterno, stabilità nella stima di Sé, in grado di autovalutarsi e di regolare le proprie esperienze emotive. Il secondo elemento va considerato come la capacità di perseguire obiettivi esistenziali, coerenti e significativi, nel breve e nel lungo periodo, di utilizzare dei modelli interni di comportamento costruttivi e prosociali, di possedere capacità autoriflessiva.

Per quanto riguarda il funzionamento Interpersonale, esso comprende l’Empatia e l’Intimità.

Attraverso l’Empatia, si indica la capacità del soggetto di comprendere e valorizzare le esperienze e le motivazioni altrui, di riuscire a tollerare le prospettive differenti e di comprendere gli effetti del proprio comportamento su altre persone. Con l’Intimità si fa riferimento alla capacità dell’individuo di riuscire a mantenere un profondo e duraturo rapporto con gli altri, di possedere il desiderio e la capacità di vicinanza e di mantenere un comportamento improntato al rispetto reciproco.

La compromissione di questo primo criterio tendenzialmente indica la presenza di un DP e la sua gravità denota la presenza di più disturbi all’interno dello stesso individuo o l’esistenza di un DP più grave. Per effettuare diagnosi di un DP è necessario che il livello di compromissione sia almeno moderato, ossia di livello 2.

Il Criterio B, vale a dire la presenza di tratti di personalità patologici, definisce la tipologia del disturbo. Questi tratti patologici sono organizzati in cinque grandi domini, stabiliti sulla base di polarità opposte, le quali creano però un continuum tra di loro.

I cinque domini sono: Affettività negata vs. Stabilità emotiva, Distacco vs. Estroversione, Antagonismo vs. Disponibilità, Disinibizione vs. Coscienziosità e Psicoticismo vs. Lucidità mentale.

All’interno di questi cinque domini di tratto ci sono 25 sottodimensioni, denominate trait facets o sfaccettature.

Nella Sezione III del DSM-5 sono riportati i criteri diagnostici per sei DP specifici, i quali sono definiti in base alla compromissione nel funzionamento della personalità, Criterio A, e caratteristici tratti di personalità patologici, Criterio B.

Cluster A

Appartengono a questo gruppo i DP Paranoide, Schizoide, Schizotipico. I pazienti di questo Cluster sono caratterizzati da condotte strane o eccentriche. Il loro comportamento è inusuale e sono incapaci di stabilire relazioni interpersonali soddisfacenti. Inoltre presentano difficoltà nell’esprimere le proprie emozioni, risultano così freddi e distaccati. La prevalenza di questo cluster è di 5,7%.

Cluster B

Appartengono a questo gruppo quattro DP, ossia Antisociale, Borderline, Istrionico e Narcisista. Questi disturbi sono caratterizzati da un’emotività eccessiva e melodrammatica e un’affettività alquanto vivace, infatti quello che colpisce di questi disturbi è essenzialmente la rapidità con cui mutano le emozioni e l’esagerazione con cui vengono mostrate. Questi individui sono caratterizzati da imprevedibilità ed impulsività che, molto spesso, si traduce con la tendenza di passaggio all’atto (Tendenza dovuta all’alterazione del livello di serotonina). La prevalenza del cluster è pari all’1,5%.

Cluster C

I DP che fanno parte di questo gruppo sono l’Evitante, il Dipendente e l’Ossessivo-Compulsivo. È definito anche cluster ansioso, in quanto i disturbi inseriti in questo gruppo sono caratterizzati da tratti associati all’ansia, i quali interferiscono con la vita lavorativa e relazionale dei pazienti. Lo stato mentale di coloro a cui viene diagnosticato un disturbo del cluster C è controllato dall’ansia, dalla disforia, da incessante tensione, dall’ apprensione di essere o meno accolti dalle altre persone e dall’eccessivo controllo nel parlare. Questi soggetti inoltre hanno una grande capacità di insight rispetto ai pazienti degli altri cluster, infatti l’ansia porta ad una maggiore consapevolezza di Sé. La prevalenza del cluster è pari al 6%.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore, 2014


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Analisi dei Disturbi di Personalità, legami di attaccamento e stili cognitivi

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La Teoria dell’Attaccamento è uno strumento indispensabile e necessario per valutare la continuità durante la crescita dell’individuo e, in particolare, per comprendere lo sviluppo e la stabilità dei tratti di personalità, in quanto i pattern di attaccamento definiscono le caratteristiche delle relazioni sociali e le rappresentazioni mentali che ognuno ha degli altri. 1

In base ai dati attuali, è verosimile identificare nello stile di attaccamento una sorta di precursore dell’infanzia per i Disturbi di Personalità. Lo stesso Bowlby ha asserito che la Teoria dell’Attaccamento è “un modo per concettualizzare la tendenza dell’essere umano a sfruttare solidi legami affettivi con particolari persone, e per illustrare le varie forme di profondi turbamenti emotivi e di Disturbi di Personalità[…] originati da perdite e separazioni involontarie”. 2

Ricercatori come Aaron Beck, Arthur Freeman, Roberto Lorenzini, Sandra Sassaroli e Scott Page hanno evidenziato come ad un certo schema di attaccamento possa corrispondere sia uno stile cognitivo sia un Disturbo di Personalità.

Secondo tale teoria 3  ad un legame di attaccamento sicuro corrisponde ad uno stile cognitivo denominato ricerca attiva, in cui il soggetto cerca da allargare i propri confini e pertanto non teme di mettersi alla prova nel confutare le proprie tesi, accettando eventuali invalidazioni. Risultano assenti Disturbi di Personalità.

Per quanto concerne il legame di attaccamento insicuro-evitante si ha uno stile cognitivo definito immunizzazione, in cui il soggetto, non tollerando invalidazioni, mette in atto una strategia per ridurre o annullare le conseguenze, al fine di rendere impermeabile i propri confini e diventare così inattaccabile. La personalità di questi individui è pertanto contrassegnata dal rifiuto delle relazioni, dal distacco, dall’idea che le altre persone sono minacciose ed ostili. Questi aspetti sono tipici dei Disturbi di Personalità del cluster A.

Lo stile cognitivo legato all’attaccamento insicuro-resistente è denominato evitamento. In questo caso, il soggetto nutre verso se stesso sentimenti di inadeguatezza che lo portano a temere fortemente le situazioni sociali. Di fatto queste persone hanno estrema paura di essere criticati e disapprovati dagli altri, ciò li porta a restringere il campo delle relazioni sociali e ad operare in contesti a loro familiari, sicuri e delimitati. Sono questi i tratti peculiari dei Disturbi di Personalità del cluster C.

Sussiste, infine, una correlazione molto forte e positiva tra l’attaccamento di tipo disorganizzato, lo stile cognitivo di ostilità e i Disturbi di Personalità del cluster B. In questo caso, il soggetto non è in grado di opporsi in maniera adeguata alle invalidazioni e reagisce ad esse imponendo con la forza la propria posizione, danneggiando coloro che obiettano. Il tipo di personalità che ne scaturisce è quello che appartiene ai disturbi del cluster B, in cui il soggetto instaura relazioni caratterizzate da ostilità e forte contrasto, si sente in diritto di approfittare degli altri, manca di regole morali e non ha sviluppato un adeguato senso di colpa.
Bibliografia

LINGIARDI V., GAZZILLO F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014.

LINGIARDI V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore, pp. 317-318.

SASSAROLI S., LORENZINI R., Attaccamento, conoscenza e disturbi della personalità, Milano, Cortina Raffaello Editore, 1995.

Sitografia

http://www.neurolinguistic.com/proxima/articoli/art-53.htm

 

 


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I livelli di funzionamento della mente e tipologia dei meccanismi di difesa

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I meccanismi di difesa sono dei processi psichici, propri dell’Io, attraverso i quali questa istanza intrapsichica protegge la sua integrità davanti a pericoli interni ed esterni, che non è in grado di fronteggiare direttamente. Questi meccanismi, spesso, sono seguiti da una risposta comportamentale, che ogni individuo mette in atto in modo più o meno automatico, per fronteggiare le situazioni stressanti e per mediare i conflitti che generano dallo scontro tra bisogni, impulsi, desideri e affetti da una parte e proibizioni interne e condizioni delle realtà esterna dall’altra.

Alcuni meccanismi difensivi, come ad esempio la scissione, sono per lo più disadattivi, altri, come la negazione, possono essere disadattivi ma anche adattivi, a seconda della loro gravità e rigidità rispetto al contesto in cui si manifestano.

Un meccanismo di difesa entra in azione con una modalità che è al di fuori della sfera della coscienza: di fronte a una situazione che genera eccessiva angoscia, per esempio, l’Io ricorre a varie strategie per fronteggiare l’estrema portata ansiosa dell’evento, con lo scopo preminente di escludere dalla coscienza ciò che è ritenuto inaccettabile e pericoloso. Uno degli scopi principali dei meccanismi di difesa è quello di mantenere l’omeostasi psichica al fine di permettere all’Io di continuare a funzionare in modo stabile. Infatti, per il benessere psichico, è fondamentale che l’Io, ossia l’istanza psichica che ha la funzione di mediare tra il mondo interno e il mondo esterno dell’individuo, possa funzionare nel modo più armonico e più economico possibile.

Le risposte patologiche all’angoscia si hanno nel momento in cui la personalità, in seguito ad uno sviluppo difficoltoso, non è sufficientemente strutturata e matura per utilizzare i meccanismi di difesa adeguati.Un evento, come ad esempio un lutto, una separazione, può funzionare da agente stressante, il quale molto spesso svela un DP che, in assenza di tale fattore traumatico, sarebbe rimasto celato e silente.

I meccanismi di difesa possono essere classificati lungo un continuum di adattamento-disadattamento, che indica il livello di maturità o di immaturità dello stesso. Rappresentano la risposta che ogni individuo sviluppa per eliminare o alleviare le situazioni di conflitto. Inoltre, l’uomo tende a specializzarsi nell’utilizzare sempre le stese difese in situazioni simili.

Dal lavoro di due psichiatri americani, George Vaillant e Christopher Perry, è stata redatta una classifica molto completa di otto livelli difensivi. Anche il DSM-IV-TR, nella sua appendice sui meccanismi di difesa, fa riferimento al modello di questi autori. 1

I singoli meccanismi di difesa vengono suddivisi da un punto di vista concettuale in gruppi affini che vengono denominati Livelli Difensivi, distribuiti secondo una gerarchia basata sui concetti di maturità e adattabilità delle difese.

I livelli difensivi sono suddivisi in:

  1. Livello Altamente Adattivo, il quale permette un adattamento ottimale nella gestione dei fattori stressanti. Contiene meccanismi che consentono la gratificazione, la consapevolezza dei sentimenti, delle idee e dei loro effetti, contribuendo a creare un equilibrio tra i diversi motivi di conflitto. Appartengono a questo livello difese come affiliazione, altruismo, anticipazione, autoaffermazione, autosservazione, repressione, sublimazione, umorismo.
  2. Livello delle Inibizioni Mentali (formazioni di compromesso), il funzionamento difensivo di questo livello lascia intatta l’idea e incide sull’affetto ad essa associato. L’affetto viene minimizzato o neutralizzato senza falsificare la realtà esterna. Appartengono a questo livello difese come annullamento retroattivo, intellettualizzazione, isolamento affettivo.
  3. Livello di Inibizione Mentale o Altre Difese Nevrotiche, questo livello esclude dalla consapevolezza sia i conflitti sia gli eventi stressanti, con sintomatologia manifesta o non. Appartengono a questo livello difese come rimozione, dissociazione, formazione reattiva, spostamento.
  4. Livello di Distorsione Minore dell’Immagine (Difese di livello narcisistico), livello caratterizzato da una distorsione non totale e non completa dell’immagine di sé, del proprio corpo o degli altri. Lo scopo dell’utilizzo di questo stile difensivo è quello di poter regolare la propria autostima. Appartengono a questo livello difese come idealizzazione, onnipotenza, svalutazione.
  5. Livello di Disconoscimento, livello caratterizzato dall’esclusione dalla coscienza di realtà stressanti, troppo spiacevoli, inaccettabili, con o senza attribuzione sbagliata di essi ad agenti esterni. Appartengono a questo livello difese come: diniego o negazione, proiezione, razionalizzazione. Questo livello comprende anche la fantasia autistica.
  6. Livello di Distorsione Maggiore dell’Immagine (Difese di livello borderline), livello in cui è presente un evidente distorsione ed errata attribuzione dell’immagine di Sé e degli altri, con lo scopo di mantenere un senso coerente del Sé e di evitare la frammentazione. Appartengono a questo livello l’identificazione proiettiva e la scissione dell’immagine di Sé o degli altri.
  7. Livello dell’Acting, questo livello è caratterizzato dall’individuo che affronta gli stress interni ed esterni per mezzo dell’azione o del ritiro. Ciò viene effettuato senza tenere in considerazione le conseguenze. Appartengono a questo livello difese come l’acting out, aggressione passiva, help-reject complaining (lamentarsi ma rifiutare l’aiuto offerto), ritiro nell’apatia.
  8. Livello di Cattiva o Mancata Regolazione Difensiva, livello caratterizzato da una situazione di totale fallimento della regolazione difensiva. L’individuo, di fronte ad agenti stressanti, tende a reagire in modo da causare una radicale e violenta rottura con la realtà. Appartengono a questo livello difese quali il diniego psicotico, distorsione psicotica, proiezione delirante.

Il ricorso preferenziale ed automatico ad un particolare stile difensivo è il risultato dell’interazione di quattro fattori, ossia il temperamento costituzionale, la natura dei disagi subiti nella prima infanzia, le difese mostrate dalle figure genitoriali o da altri significativi e le conseguenze sperimentate a seguito dell’utilizzo di una particolare difesa.

La valutazione dei meccanismi di difesa è fondamentale nella valutazione del funzionamento psichico dell’individuo. Difese specifiche, infatti, sono proprie dei vari tipi di personalità e, in alcuni casi, dei vari disturbi di personalità.

I meccanismi di difesa che operano a livello nevrotico, ossia che concorrono tanto nella formazione del disturbo nevrotico quanto nel mantenimento della nevrosi stessa, hanno la funzione di contenere o gestire l’ansia o altre situazioni affettive intense. L’individuo con organizzazione nevrotica della personalità utilizza difese più mature ed evolute, il più comune tra queste è la rimozione, assieme alla quale operano altri meccanismi più complessi, implicati molto spesso nella formazione del comportamento ritenuto sintomatico. Il nevrotico, oltre a sviluppare meccanismi di difesa più evoluti, ha un Io integro e ben strutturato e l’esame di realtà è mantenuto.

In un quadro psicotico, i meccanismi di difesa utilizzati sono prevalentemente arcaici e primitivi ed hanno la funzione di proteggere l’Io dello psicotico dalla disintegrazione. Prevalgono la scissione, il diniego e fenomeni di grave dissociazione. L’organizzazione psicotica della personalità è caratterizzata inoltre da identità diffusa, ossia presenta rappresentazioni scisse, tutte positive o tutte negative di Sé e degli altri e dalla perdita dei confini dell’Io, il soggetto confonde se stesso con gli altri. L’esame di realtà è completamente compromesso.

 

Bibliografia

WHITE R. B., GILLILAND R. M., I meccanismi di difesa, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977.

AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION, DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Appendice B, Scala del Funzionamento difensivo, pp. 855-857.

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa


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Il concetto di stress lavoro-correlato

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Cosa è lo stress?

Lo stress è una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Può essere fisiologica, ma può avere anche dei risvolti patologici che ricadono nel campo della psicosomatica. Ogni stressor che perturba l’omeostasi dell’organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichiche, emotive, locomotorie, ormonali e immunologiche. Lo stress va considerato come una funzione essenziale per il nostro organismo, in quanto ci permette di far fronte alle pressioni e alle minacce esterne, ossia offre il vantaggio di adattarci all’ambiente circostante; tutto ciò è fondamentale per la sopravvivenza dell’essere umano. Tuttavia, in determinate condizioni, le sollecitazioni che generano stress possono diventare eccessive, fino al punto che la persona non riesce più a sopportarle, con conseguenze negative anche assai gravi per la salute dell’individuo. Poiché non è possibile evitare lo stress, in quanto il nostro organismo è perennemente esposto a stimoli esterni, è però necessario e indispensabile cercare di fare in modo che le condizioni di lavoro non presentino fattori stressanti rilevanti e significativi. Da questa piccola premessa possiamo dedurre che lo stress si manifesta nel momento in cui il nostro organismo deve rispondere a stimoli esterni. Questa risposta consiste nell’attivazione dei sistemi psico-neuro-endocrini che consentono di contrastare e così risolvere la situazione, al fine di evitare possibili conseguenze negative e permettere l’adattamento nel caso in cui non sia possibile risolvere la situazione stressante. Possiamo pertanto distinguere due tipi di stress, quello positivo chiamato eustress, che ci permette un adattamento positivo alle situazioni e uno negativo, distress, quando la situazione stressante richiede uno sforzo di adattamento superiore alle nostre possibilità, comportando un logorio progressivo che porta al deterioramento delle nostre difese psicofisiche.

In base alle modalità con cui gli stimoli esterni si presentano all’individuo, il nostro organismo risponderà in modo diverso e più precisamente attraverso due modalità distinte in:

  • Stress acuto: quando gli eventi stressanti si presentano in modo acuto e la risposta dell’organismo si gioca e/o si esaurisce nel giro di pochi minuti o di ore (ad esempio nel caso di un lutto).
  • Stress cronico: quando gli eventi stressanti si protraggono per giorni, settimane, mesi e la risposta dell’organismo si protrae nel tempo (ad esempio un rapporto di lavoro problematico).

Uno dei primi studiosi dello stress fu Hans Selye, il quale lo definì come “condizione aspecifica in cui si trova l’organismo quando deve adattarsi alle esigenze imposte dall’ambiente”, ossia è la reazione che ognuno di noi ha di fronte a diverse richieste, difficoltà o prove. Sempre Selye definì come “Sindrome Generale di Adattamento” quella risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor, quali stimoli fisici (ad es. fatica), mentali (ad es. impegno lavorativo), sociali o ambientali (ad es. obblighi o richieste dell’ambiente sociale).

L’evoluzione della sindrome avviene in tre fasi:

  1. una prima fase di “allarme”;
  2. una seconda fase di “resistenza”;
  3. una terza fase di “esaurimento funzionale.

Dopo una prima fase d’allarme, cioè di aumentata attenzione e tensione, l’organismo cerca di contrastare la situazione stressante, acuta o cronica che sia, opponendo una resistenza agli effetti che questa situazione produce sul proprio equilibrio. Il tentativo ripetuto di contrastare la situazione stressante causa l’esaurimento dell’organismo poiché il costo della resistenza al distress è più forte delle capacità di reazione ad esso, facendo così emergere gli effetti negativi dello stress.
Secondo Selye la risposta neurovegetativa e corticosurrenale allo stimolo stressante era finalizzata a mobilitazioni muscolari riassunte nell’atteggiamento di lotta/fuga (“fight/flight”) dipendenti dalla capacità dell’individuo di saper affrontare o meno lo stimolo stesso. I risultati dannosi dello stress erano attribuiti all’impossibilità di intraprendere un comportamento di lotta-fuga con conseguente accumulo tossico di adrenalina, cortisone e soprattutto conseguenze fisiologiche e metaboliche quali per esempio: aumento della vigilanza, della pressione arteriosa, dei grassi nel sangue della glicemia, dei processi infiammatori, etc..
In realtà si è riconosciuto che oltre alla risposta “attiva” prevista da Selye, è possibile una risposta “passiva” che è stata osservata in studi sperimentali sugli animali. Questo tipo di risposta passiva si esprime come “giocare a fare il morto”.
Inoltre il meccanismo con cui l’organismo reagisce agli stimoli stressanti, indipendentemente dal modo in cui vengono percepiti e valutati, è lo stesso in tutti gli individui; la differenza sta nel modo in cui le persone reagiscono emotivamente a queste sollecitazioni. Ciò significa che la stessa situazione di lavoro può in alcune persone suscitare stress, mentre altre rimanere del tutto indifferenti se sottoposte allo stesso fenomeno.
Accede questo perché lo stress è un fatto particolarmente soggettivo che non insorge esclusivamente in seguito alla presenza di situazioni o eventi potenzialmente stressanti, ma soprattutto in base al modo in cui il soggetto vive emotivamente l’evento.
Ne consegue che, per poter riconoscere e valutare l’esistenza di un problema di potenziale stress è indispensabile un approccio che permetta obiettivamente di rilevare e stabilire le reazioni soggettive prodotte dagli stressor, in riferimento al contesto stesso.

Rischio da stress lavoro-correlato.

La definizione della Commissione Europea stabilisce che lo “stress legato al lavoro è uno schema di reazione emotiva, cognitiva, comportamentale e psicologica agli aspetti conflittuali e nocivi dei contenuti del lavoro, dell’organizzazione del lavoro, dell’ambiente di lavoro. Lo stress è causato da una scarsa corrispondenza tra il nostro ruolo al lavoro e fuori dal lavoro e dal non avere un ragionevole grado di controllo sul nostro lavoro e sulla nostra vita”.

Altra definizione di stress lavoro correlato di Niosh “Insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore. Lo stress connesso al lavoro può influire negativamente sulle condizioni di salute e provocare infortuni”.

Le variabili da prendere in considerazione per valutare appieno l’insorgenza di una potenziale usura psicofisica sono:

  1. predisposizione familiare a determinate patologie e resistenza individuale allo stress;
  2. variabili biologiche (sesso ed età);
  3. ambiente sociale di provenienza e vita di relazione;
  4. eventi di vita significativi (lutti, malattie, separazione, guerre, sismi etc.);
  5. evoluzione del contesto sociale (es. famiglia da “normativa” diviene “affettiva”, stereotipi, stigma verso la patologia psichica etc.);
  6. fattori professionali (rischi specifici del lavoro svolto e organizzazione del lavoro).

Lo stress lavorativo deriva dall’interazione di più fattori, quali: l’organizzazione del lavoro (tipologia, ambiente, carichi, orari, ruolo, responsabilità, relazioni gerarchiche), le caratteristiche psico-fisiche (personalità, abitudini, motivazioni, comportamenti) e il contesto di vita del lavoratore (condizioni economiche, relazioni, integrazione sociale, situazioni familiari). Nel momento in cui l’interazione tra questi fattori risulta squilibrata, si genera una condizione di “strain” (aggravio, fatica), ne consegue che il lavoratore stressato “non ce la fa più” a svolgere correttamente il proprio lavoro, con ripercussioni sull’azienda per la quale il soggetto lavora, ma anche e soprattutto sul lavoratore stesso, che diviene più esposto all’insorgenza di patologie di varia natura. L’analisi del rischio si basa sulla rilevazione dei diversi indicatori in grado di fornire informazioni utili sui diversi aspetti del problema. E’ importante perciò un’attenta analisi delle condizioni di lavoro, al fine di poter rilevare, tramite l’osservazione, fattori oggettivi (ad es. orari, carichi di lavoro, procedure operative, condizioni ambientali, contesto esterno, gestione del personale, etc.) ma anche la percezione soggettiva del lavoratore, mediante interviste strutturate o semistrutturate e questionari standardizzati. È inoltre necessario valutare lo strain del lavoratore, che può avere diverse manifestazioni, come sintomi fisici (ad esempio cefalea, insonnia, stanchezza cronica, etc.), mentali (difficoltà a memorizzare, a concentrarsi, etc.), emozionali (ad esempio depressione, nervosismo, tristezza, ansia, etc.) e comportamentali (abuso alcool e fumo, scarsa cura di sé, conflitti familiari, etc.).

 

Bibliografia

INAIL – Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro – correlato
Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato
Masciocchi P. Sicurezza sul lavoro: profili di responsabilità. Adempimenti, procedure, formulario.
Masciocchi P. Stress lavoro-correlato
Linee guida SIMLII Rischio Stress

Sitografia

http://www.istitutoramazzini.com/FilesPDF/GUIDA%20STRESS%20LAVORO%20CORRELATO.pdf

http://www.unipd-org.it/rls/lineeguida/stress/lineeguidasimliirischiostress.pdf

http://it.wikipedia.org/wiki/Stress_%28medicina%29

 


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I meccanismi di difesa dell’Io

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I meccanismi di difesa sono aspetti psicologici inconsci che moderano il conflitto e di conseguenza l’angoscia. Le difese sono evolutivamente indispensabili e hanno molte funzioni positive, in particolare operano per proteggere il Sé da una minaccia. La persona che le utilizza cerca inconsciamente di evitare o gestire l’angoscia e di mantenere la propria autostima.

Ogni individuo ha delle difese preferenziali, che corrispondono al nostro modo abituale di affrontare le situazioni problematiche. La preferenza per un tipo di difesa deriva da una serie di fattori, quali il temperamento costituzionale, la natura delle difficoltà subite nella prima infanzia, le difese adoperate dai genitori, gli esiti sperimentati dall’uso di particolari difese.

Le difese possono essere normali e adattive oppure patologiche. Sono una delle funzione dell’Io e sono inconsce. Sono dinamiche e mutevoli ma, in stati patologici possono divenire rigide. Sono collegate a stati psicologici diversi, ad esempio l’annullamento e l’isolamento sono proprie della nevrosi ossessiva. Sono associate a vari livelli di sviluppo. Alcune sono considerate primitive, altre mature.

Le ricerche odierne nell’ambito delle neuroscienze stanno convalidando l’esistenza di meccanismi cerebrali alla base dell’elaborazione mentale inconscia.

Acting out
Espressione dei vissuti emotivi dell’individuo attraverso l’azione piuttosto che con il linguaggio. La persona mette in atto comportamenti in modo poco riflessivo, senza riflettere sulle possibili conseguenze negative. Esempi sono gli atti violenti, i furti, le menzogne o i rapporti sessuali occasionali, lo scopo è quello di gestire un conflitto emotivo non risolto.

Annullamento
Caratteristico del Disturbo Ossessivo Compulsivo, è un meccanismo di difesa formato da due fasi. Nella prima, l’impulso proibito viene espresso per mezzo dell’azione o del pensiero, nella seconda viene compiuto un altro atto che cancella simbolicamente l’impulso precedentemente manifestato. Questa seconda fase è la cosiddetta compulsione, ossia un modo magico e simbolico di annullare o cancellare il pensiero, l’atto precedente provocato dall’impulso inconscio inaccettabile. Esempi tipici sono il lavarsi ripetutamente le mani, il pulire, il controllare, il pregare, il contare, il marito che porta dei fiori alla moglie per compensare il litigio della sera precedente.

Compartimentazione
Meccanismo di difesa la cui funzione è quella di permettere a due condizioni in conflitto tra di loro di esistere senza creare confusione, sensi di colpa, vergogna e angoscia sul piano cosciente. La persona abbraccia due idee, due atteggiamenti che sono in conflitto ma non ne coglie la contraddizione. Un esempio è rappresentato da quelle persone molto umanitarie nella sfera pubblica ma che in privato picchiano i figli.

Conversione
Meccanismo di difesa automatico e involontario attraverso il quale un conflitto psichico viene tradotto in un sintomo somatico. L’impulso rimosso e inaccettabile viene tenuto fuori dalla consapevolezza e contemporaneamente espresso mediante un disturbo della funzione corporea. Esempi di conversione sono sordità, cecità, paralisi.

Diniego
Meccanismo di difesa che esclude, inconsapevolmente e involontariamente, dalla consapevolezza un certo aspetto disturbante della realtà, ossia si nega la realtà stessa della percezione. È una difesa primitiva, la quale opera contro l’esame di realtà e può portare al delirio. Se un adulto utilizza il diniego come difesa principale, ciò indica la presenza di un grave disturbo nella sua capacità di valutare la realtà o di una psicosi. Un esempio di diniego è quello in cui una persona, con una grave malattia letale, nega la sua morte imminente; oppure una vedova che, molti mesi dopo la morte del marito, continua ad apparecchiare per due. L’esperienza di queste persone è guidata dalla convinzione secondo cui se non lo riconosco non succede.

Dissociazione
Processo automatico attraverso il quale le attività mentali di un individuo si scindono in modo da permettere la manifestazione di impulsi proibiti e inconsci, senza che la persona si senta responsabile per le proprie azioni, in quanto, in seguito, non ricorda quanto accaduto. Solitamente questi comportamenti, messi in atto durante la dissociazione, sono l’esatto opposto di quelli che normalmente caratterizzano la condotta dell’individuo. La dissociazione è particolarmente evidente nel caso del Disturbo Dissociativo dell’Identità, ossia nei casi di personalità multipla. 1

Formazione reattiva
Meccanismo di difesa tipico del Disturbo Ossessivo Compulsivo, si riferisce a comportamenti, sentimenti, atteggiamenti automatici e inconsci che sono esattamente l’opposto delle pulsioni e dei sentimenti da cui la formazione reattiva deve difendere. Un esempio, il bambino che mostra amore e cure eccessive per il fratello neonato, per il quale invece prova gelosia.

Idealizzazione e svalutazione
Meccanismo attraverso il quale un individuo attribuisce caratteristiche estremamente positive o estremamente negative a se stesso o ad altre persone. Difese utilizzate nei confronti dell’angoscia che deriva da aspetti essenzialmente ambivalenti sia di se stessi che degli altri. Se estremizzate, viene messa in atto la scissione, ossia o tutto buono o tutto cattivo. Un processo normale di idealizzazione è l’innamoramento, nel quale, le persone mature idealizzano degli aspetti del partner che non si discostano troppo dalle reali caratteristiche dello stesso, mentre diventa problematico nelle persone affettivamente instabili, le quali idealizzano il partner in modo utopistico. Nel momento in cui la fase iniziale e coinvolgente dell’innamoramento volge al termine, nelle persone che presentano un disturbo di personalità borderline o narcisistico, entra in azione un altro meccanismo di difesa, completamente opposto al precedente, ossia la svalutazione, caratterizzata dallo svilimento e dall’umiliazione dell’altro.

Identificazione
Quando l’identificazione è utilizzata come meccanismo di difesa, viene intesa come un processo psicologico, involontario e automatico, attraverso il quale un individuo assimila un attributo, un aspetto, una qualità di un’altra persona, emotivamente importante, con lo scopo ultimo di evitare o ridurre il conflitto scaturito dalla perdita reale o simbolica di quella persona, in questo caso si parla di identificazione con l’oggetto perduto. Un esempio di questa condizione è il lutto. Un’altra situazione, in cui l’identificazione assume il ruolo di difesa, è l’identificazione con l’aggressore, 2 attraverso la quale una persona evita l’angoscia identificandosi con l’aggressore, il quale incute timore e attraverso questo meccanismo di difesa il soggetto non lo teme più. Ciò accade, ad esempio, in una situazione nella quale una persona subisce violenza estrema.

Identificazione proiettiva
Meccanismo di difesa elaborato nel 1946 da Melanie Klein, in Note su alcuni meccanismi schizoidi, proprio della posizione schizoparanoide. Gli aspetti scissi del proprio Sé, avvertiti come cattivi, vengono introdotti fantasticamente nell’oggetto esterno, ossia il seno della madre, nel tentativo di danneggiarlo e controllarlo. Secondo la Klein rappresenta il prototipo di una relazione aggressiva. Bion parla di un meccanismo complesso, che può essere suddiviso in due categorie, a seconda del grado di violenza del meccanismo stesso. Nel primo caso, denominato identificazione proiettiva normale, lo scopo consiste in una prima forma di comunicazione tra madre e bambino; nel secondo caso, ossia nell’identificazione proiettiva massiccia o patologica, lo scopo è quello di evacuare violentemente uno stato mentale doloroso con l’intento di entrare con forza nell’oggetto, per mezzo della fantasia, ed ottenere così un sollievo immediato e di assumere un controllo intimidatorio dell’oggetto stesso.

Inibizione
Difesa inconscia e involontaria che determina la diminuzione o la perdita della motivazione necessaria per svolgere una certa attività. Lo scopo è quello di evitare l’angoscia connessa agli impulsi inaccettabili. L’attività in questione è altresì piacevole per l’individuo ma viene evitata perché susciterebbe un conflitto riguardo agli impulsi primitivi. Tra gli esempi ci sono i blocchi nello scrivere, la timidezza sociale che impedisce alcune attività, come il parlare in pubblico o praticare sport.

Isolamento dell’affetto
Meccanismo di difesa implicito nella formazione dei pensieri ossessivi. Consente di separare un pensiero o un’esperienza sgradevole dalla sua carica affettiva. In questo modo, ad esempio, un evento traumatico può essere ricordato facilmente, infatti l’individuo ha consapevolezza degli elementi cognitivi, ossia può descrivere in modo dettagliato l’evento stesso, ma contemporaneamente è incapace di sperimentare la parte affettiva dello stesso. L’esperienza è conscia mentre l’emozione rimane inconscia. Il meccanismo entra azione in presenza di traumi o situazioni estreme, come ad esempio, durante l’Olocausto.

Negazione
Meccanismo di difesa più evoluto e meno grave rispetto al diniego. Consiste nel ricacciare indietro un elemento disturbante nell’istante in cui sta affiorando. Attraverso la negazione si prendere consapevolezza, in modo indiretto, del rimosso, ma quello che giunge alla coscienza è soltanto la rappresentazione di esso. Nella negazione ciò che viene negato è solo l’affetto, mentre il rapporto con la realtà è di norma mantenuto; per esempio dopo la fine di una grande storia d’amore si nega a se stessi di aver mai provato un sentimento vero e profondo per quella persona. Un uso massiccio della negazione è, per la persona, disadattivo e disfunzionale, in quanto non permette la risoluzione del problema e procura danno all’individuo stesso.

Proiezione
Meccanismo di difesa attraverso il quale si attribuisce, in maniera automatica e inconscia, un proprio atteggiamento o un proprio impulso inaccettato e misconosciuto, ad un’altra persona, la quale verrà percepita come ostile e pericolosa. È il meccanismo alla base della paranoia. È, ad esempio, il comportamento ostile che un individuo delirante attribuisce ad altre persone, il quale, altro non è, che il proiettare aspetti di sé disconosciuti su altri.

Razionalizzazione
Processo inconscio ed involontario attraverso il quale si danno spiegazioni logiche ad un comportamento irrazionale, il quale deriva da desideri inaccettabili e inconsci. Uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano è quello dei sentire sempre il proprio comportamento coerente e razionale e, nel momento in cui, lo percepisce insensato fa ricorso alla razionalizzazione, proprio per trovare una spiegazione logica e rendere così sensato ciò che ha fatto.

Regressione
La regressione è un ritorno, automatico e involontario, a forme precedenti di sviluppo del pensiero, delle relazioni oggettuali, della strutturazione del comportamento. Si verifica quando l’individuo viene a trovarsi, nel presente, di fronte a un grave conflitto. Il ritorno simbolico agli anni dell’infanzia permette all’individuo di eludere le ostilità presenti e di trattarle come se non fossero ancora avvenute. Freud distinse tre tipologie di regressione: topica, ossia stratificata e strutturale, temporale, con ritorno a forme psichiche più antiche e formale, che comporta il passaggio dal processo secondario a quello primario. Si verifica, ad esempio, quando un bambino, coinvolto in una situazione che genera in lui molta più ansia di quella che è in grado di affrontare, abbandona gli schemi comportamentali adeguati alla sua età e regredisce a forme comportamentali che in passato lo compiacevano, ossia può comportarsi in maniera capricciosa, può parlare come un bebè, può comparire l’enuresi notturna, in ogni caso sono tutti comportamenti che accentuano la sua dipendenza dal caregiver. Una forma particolare di regressione è la regressione al servizio dell’Io, cosi definita da Kris nel 1952 ed indica l’uso della regressione come mezzo per favorire la creatività.

Rimozione
Meccanismo di difesa basilare, utilizzato sia dagli adulti sia dagli adolescenti. Tutti gli altri meccanismi vengono chiamati in causa in aiuto della difesa, nel momento in cui la rimozione perde di efficacia. Difesa automatica e inconscia che esclude dalla consapevolezza un impulso interno, insopportabile e inaccettabile, ed il pensiero, l’emozione, il ricordo, la fantasia ad esso associato. Esempi di rimozione sono le comuni dimenticanze o i lapsus linguae.

Rivolgimento contro il sé
Meccanismo di difesa contro l’aggressività. È un processo inconscio e involontario attraverso il quale un individuo devia l’aggressività dalla persona, verso la quale è rivolta, verso se stesso. Resta così celata l’identità dell’oggetto, verso il quale l’ostilità era originariamente diretta, e il sentimento ad esso correlato. Esempi di questo meccanismo di difesa sono le forme gravi di onicofagia, le autolesioni, le automutilazioni, il suicidio.

Scissione
Meccanismo di difesa primitivo, proprio dei primi mesi di vita e, nell’adulto, è particolarmente evidente in varie forme di psicosi e nel disturbo borderline di personalità. Secondo la Klein è uno dei meccanismi della posizione schizoparanoide e indispensabile nello sviluppo psichico del bambino. Consiste nello scindere in modo netto, gli uni dagli altri, i sentimenti contraddittori, le rappresentazioni di Sé e quelle dell’oggetto; permette così di separare il buono dal cattivo, l’amore dall’odio, il piacere dal dispiacere. Opera contro l’esame di realtà.

Spostamento
Processo automatico e inconscio attraverso il quale una minaccia interna, derivante da un impulso inaccettabili, viene spostate su un oggetto sostitutivo. Il legame tra i due oggetti è simbolico e inconscio. Attraverso lo spostamento questa minaccia, che non è stata evitata per mezzo della rimozione, viene ora avvertita e riconosciuta come un pericolo esterno, non più apparentemente connesso all’impulso interno inaccettabile. È ora possibile per l’individuo affrontare il pericolo evitando la situazione, l’oggetto, l’animale, la persona pericolosa. Esempi di spostamento sono le fobie.

Sublimazione
Processo automatico e inconscio attraverso il quale le pulsioni vengono deviate verso mete non sessuali e socialmente accettate e valorizzate. I comportamenti che ne derivano sono soddisfacenti per l’individuo, in quanto gli danno la possibilità di scaricare le pulsioni istintuali che motivano il comportamento stesso, e utili per la società. Quando la sublimazione riesce, il comportamento che ne deriva è socialmente adattivo e la persona che lo mette in pratica ne trae piacere, proprio perché esprime la pulsione originaria. Se fallisce, gli impulsi infantili sottostanti diventano manifesti e si generano conflitti. Un classico esempio è rappresentato dal chirurgo, il quale convoglia la sua aggressività e il suo sadismo in un’attività indispensabile per l’intera società.

 

Bibliografia

GALIMBERTI U., Dizionario di Psicologia, Torino, Utet, 2006

GODINO A., CANESTRARI R., La psicologia scientifica: nuovo trattato di psicologia generale, Bologna, CLUEB Editore, 2007

WHITE R. B., GILLILAND R. M., I meccanismi di difesa, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa


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Le infanzie infelici – 2° parte

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Quando i bisogni fondamentali del bambino vengono soddisfatti, egli si ritrova a vivere una condizione di felicità. In particolare, questo accade quando riceve amore incondizionato da parte dei genitori, indipendentemente dagli eventi avversi che possono caratterizzare la vita familiare o dal comportamento del bambino; quando i suoi pensieri e i suoi sentimenti vengono considerati e apprezzati; quando è soddisfatto il bisogno di stabilità affettiva ed infine quando vengono riconosciuti e rispettati i ruoli generazionali interni alla famiglia.
Nel momento in cui questi bisogni primari vengono trascurati e ignorati, è possibile che il bambino possa provare insicurezza e angoscia esistenziale, le quali rappresentano una seria minaccia allo sviluppo sano dello stesso. Questa condizione è tipica del bambino che cresce dentro una famiglia disarmonica, la quale determinerà un’evoluzione disfunzionale del piccolo. Egli, alla lunga, mostrerà per mezzo del corpo, del comportamento o dello stato emotivo, tutta la sua sofferenza e tutto il disagio psicologico, ossia il suo stato di infelicità.

La famiglia perfetta ovviamente non esiste e per serenità non si intende l’assenza di difficoltà, di malattie, di ostilità, di lutti e di eventi sfavorevoli. Al contrario, la serenità è una condizione emotiva che il bambino respira in famiglia tramite il modello concreto dei genitori, ossia attraverso i modi in cui questi ultimi affrontano gli avvenimenti della vita, dando ai loro figli una visione ottimistica e positiva delle cose, senza tuttavia nascondere loro le problematicità e le difficoltà. La serenità si basa, sia a livello coniugale sia nelle relazioni con le rispettive famiglie di origine, sull’armonia, sull’affetto e sul rispetto. Sono le ostilità e i conflitti tra i coniugi o tra questi e le rispettive famiglie ad influenzare e a danneggiare i rapporti affettivi positivi tra genitori e figli. Questi ultimi diventano, spesso, dei capri espiatori delle ostilità che si verificano a livello familiare, obbligati a schierarsi con uno dei due genitori. Per valutare il funzionamento di una famiglia è indispensabile valutare i confini esistenti tra i vari membri di essa. Quando le informazioni scambiate sono appropriate per qualità e attinenza rispetto alla relazione e alla fase del ciclo vitale si parla di confini chiari. I confini sono invece diffusi se si ha un passaggio di informazioni quantitativamente eccessive e qualitativamente non pertinenti, in questo caso la famiglia viene definita invischiata. Infine si parla di confini rigidi se la quantità di informazioni inviate ad un membro della famiglia sono insufficienti, ciò accade nelle famiglie disimpegnate. Sia la famiglia invischiata sia quella disimpegnata presentano confini disfunzionali.

Salvador Minuchin ha introdotto il concetto di triade rigida per denotare una configurazione relazionale nella quale i figli vengono utilizzati dai genitori per schivare o spostare i conflitti esistenti a livello di coppia, definendo così una struttura triadica in cui il confine tra il sottosistema genitoriale e quello del figlio è diffuso, mentre il confine intorno alla triade genitori-figlio è rigido.
È all’interno di questo quadro che è possibile identificare il sintomo, il quale insorge in un momento specifico dello sviluppo per poi essere regolarmente monitorato lungo tutto l’arco temporale della crescita, fino all’età adulta. L’origine del sintomo va individuata nel legame tra le cure del caregiver, i fattori genetici e socio-ambientali e le risposte specifiche individuali.
Il sintomo è strettamente collegato alla qualità dell’adattamento nei vari contesti di vita, quali la famiglia, la scuola, il rapporto con i pari e la società, del bambino prima e dell’adolescente in seguito. La famiglia, essendo un organismo sociale, ha un proprio ciclo vitale: nasce, cresce, si riproduce e muore. Come accade negli individui, anche nella famiglia esistono periodi di crisi che mettono alla prova la salute e la maturità del gruppo familiare stesso; alcuni momenti di crisi implicano evoluzione e crescita, altri comportano un blocco nello sviluppo in quanto la famiglia non è in grado di superare adeguatamente le crisi. 1

Il modello del ciclo di vita proposto nel 1980 da Carter e McGoldrick ha lo scopo di rappresentare lo sviluppo della famiglia sana e delle relative dinamiche relazionali. La famiglia, infatti, è considerata l’unità base per lo sviluppo emozionale dei propri membri.
In ogni fase del modello proposto da Carter e McGoldrick almeno tre o quattro generazioni si trovano a dover cambiare contemporaneamente e ad adattarsi alle trasformazioni del ciclo di vita, tramite paragoni tra aspettative e bisogni diversi tra loro.
Tale sviluppo si svolge su due assi: l’asse verticale, il quale riguarda il passaggio dei modelli relazionali di generazione in generazione; l’asse orizzontale, il quale indica le crisi e gli eventi, normativi e paranormativi 2 che interessano l’intera famiglia.
I sintomi emergono laddove si intersecano problematiche derivanti dalla storia trigenerazionale, asse verticale, con quelle che si possono incontrare durante il proprio ciclo di vita, asse orizzontale.

Secondo Carter e McGoldrick, il ciclo vitale della famiglia può essere suddiviso in sei fasi:
1. Giovane adulto senza legami, il quale ha il compito emozionale di differenziarsi e definire il proprio Sé rispetto ai familiari;
2. Formazione della coppia, in cui il compito emozionale è quello di creare l’identità della coppia, con conseguente ridefinizione delle relazioni con le famiglie di origine;
3. Nascita del primo figlio e famiglia con bambini piccoli, il figlio deve essere accettato come nuovo membro del sistema, si sviluppano i ruoli genitoriali e vengono nuovamente rinegoziati i rapporti con le famiglie di origine;
4. Famiglia con adolescenti, in questa fase i confini familiari divengono sempre più flessibili al fine di permettere lo svincolo dei figli;
5. Famiglia con figli adulti che escono di casa, la famiglia, in questo caso accetta movimenti di uscita ed entrata sempre più numerosi. È la fase del nido vuoto;
6. Famiglia nell’età anziana, fase in cui è indispensabile acconsentire il cambiamento dei ruoli generazionali, conservare il funzionamento della coppia e sostenere i giovani.

Orientamenti più attuali di questo modello inseriscono, all’interno delle fasi del ciclo vitale, delle microtransizioni quotidiane dalle quali deriva la capacità della famiglia di affrontare con successo gli eventi critici presenti nei diversi momenti evolutivi. Il concetto di sviluppo familiare si crea in senso sovraordinato ed include compiti di sviluppo, fasi evolutive, eventi critici e microtransizioni.
Gli eventi critici sono avvenimenti che distinguono una fase del ciclo di vita, consentendo alla famiglia il passaggio allo stadio consecutivo. In un primo momento la famiglia vive una fase di rottura rispetto alle precedenti modalità organizzative, in seguito si dà inizio ad un momento di transizione che può terminare o in una riorganizzazione evolutiva della famiglia oppure, se questa non riesce ad affrontare i compiti di sviluppo specifici dall’evento critico, in una destrutturazione del sistema.
La famiglia in grado di cambiare, di adattarsi alle circostanze, è una famiglia normale, sana e non patologica. Se la famiglia, invece, non riesce ad adeguarsi agli eventi, in uno dei suoi membri possono comparire i sintomi.
Le crisi spesso corrispondono con i momenti della vita familiare legati al suo ciclo storico. Nel matrimonio è necessario il passaggio dall’innamoramento alla disillusione oggettuale fino alla nascita di un vero legame d’amore. I membri della coppia devono imparare a condividere la quotidianità. Con la nascita del primo figlio emerge il problema legato all’introduzione di un terzo membro nella coppia. Il neonato può essere considerato da uno dei due coniugi come un avversario in amore, ossia la rivalità edipica. Questa situazione può ripetersi anche con la nascita di altri figli. Con l’entrata dei figli in età scolare, la socializzazione con i pari implica lo stretto e assiduo contatto con altri gruppi familiari e con essi l’introduzione di nuovi valori e abitudini che mettono in discussione i valori familiari, fino a quel momento assoluti e indiscutibili. Con la pubertà e l’adolescenza dei figli questi impongono condizioni nuove e contestano i valori familiari e gli ideali. Il conflitto edipico si inasprisce. Durante il periodo della crisi di mezza età dei genitori si effettuano i bilanci di quanto è stato fatto o non fatto nella vita. Affiorano i problemi non risolti relativi riguardo la sottomissione alla famiglia di origine, alle norme sociali, etc. Per quanto riguarda l’indipendenza dei figli, i genitori, che fino a quel momento hanno avuto come compito principale la cura e l’attenzione nella crescita dei figli, si ritrovano da soli e a dover saggiare la qualità e l’intensità del legame esistente tra di loro. Possono riemergere problematicità e conflitti irrisolti. Altri eventi critici possono essere la menopausa e il climaterio, le crisi economiche e politiche, le malattie fisiche, il divorzio e la costruzione di nuove famiglie, la morte dei genitori o di altri membri della famiglia.
Una famiglia sana è quindi contraddistinta dalla capacità di cambiamento nel corso del ciclo vitale, dalla capacità di equilibrio tra l’intimità e la distanza nelle relazioni intrafamiliari, dall’opportunità di una relativa indipendenza dei membri tra loro e la possibilità di tollerare la vicinanza, dalla capacità di valutare i conflitti in modo positivo, stimolando i cambiamenti e l’adattamento a nuove condizioni, dalla presenza di comunicazione tra i membri al fine di risolvere insieme i problemi.

Un bambino, costretto a vivere per un periodo di tempo abbastanza lungo in un ambiente ostile e in condizioni estremamente complicate, non per forza sarà un bambino infelice. Infatti, affinché questa infelicità si evidenzi realmente, è fondamentale che il bambino viva queste difficoltà in estrema solitudine. Un bambino che non si sente solo, abbandonato e trascurato è in grado di affrontare e superare, senza gravi danni psichici, prove estremamente complesse e faticose. Ciò consente al bambino, a distanza di tempo e quando la situazione lo permette, di sviluppare rapidamente una nuova relazione, basata sul sentimento e sulla fiducia, con un altro nuovo. In questo caso, l’altro nuovo sostituisce l’oggetto buono introiettato in precedenza dal bambino senza trasformarsi in un personaggio cattivo, ostile, come accade in altre circostanze.
La sola esposizione a circostanze difficili, quindi, non è sufficiente di per sé a nuocere gravemente un bambino. Quando però egli si ritrova ad affrontare in solitudine queste condizioni di sofferenza, è molto probabile che in età adulta possa sviluppare un disturbo di personalità.
Le infanzie infelici, osservate e descritte da Cancrini, sono state suddivise in tre gruppi, a seconda della gravità del maltrattamento subito.
Il primo gruppo include quelle infanzie caratterizzate sia da violenza psicologica ma anche e soprattutto da maltrattamenti fisici, abusi sessuali e trascuratezza. Appartengono a questo gruppo l’infanzia borderline, quella antisociale, la paranoidea e infine l’infanzia schizotipica.
Il secondo gruppi include l’infanzia narcisista, quella istrionica, la ossessivo-compulsiva, l’evitante e la schizoide, ossia infanzie in cui i processi di cura sono presenti ma male impostati e i maltrattamenti sono per lo più di ordine psicologico.
Infine, l’ultimo gruppo comprende l’infanzia dipendente e passivo-aggressiva, in cui i processi di cura, inizialmente sufficienti, diventano gradualmente errati, deboli o insoddisfacenti.

Per concludere, considerando i dati di un’indagine svolta su territorio italiano dall’organizzazione internazionale Terre des hommes in collaborazione con Cismai, in cui è stato evidenziato che, in Italia, 1 bambino su 100 risulta vittima di una qualche forma di maltrattamento, è facile intuire quanto sia urgente e necessario intervenire sia ad un livello di cura ma anche a livello di prevenzione. Per quanto riguarda la prevenzione primaria, è necessario intervenire nel contesto sociale, in particolare nelle scuole, fornendo agli insegnanti, agli educatori e agli operatori strumenti per identificare il disagio dei minori che vivono in contesti violenti; nella prevenzione secondaria è importante rilevare precocemente la violenza laddove sussistano i fattori di rischio, così da interrompere il maltrattamento e proteggere le piccole vittime; infine, nella prevenzione terziaria, evitare il ripetersi della violenza, dell’abuso e aiutare la vittima a superare il danno attraverso la verbalizzazione e il cambiamento del contesto.

La famiglia è o, meglio, dovrebbe essere il luogo predisposto alla cura dei figli, luogo di amore e accudimento, che permette ai piccoli di crescere e svilupparsi in modo sano, con una rappresentazione di Sé stabile, integrata, sicura, capace, di una persona degna di essere amata. Tuttavia non sempre accade questo e la famiglia diviene luogo di maltrattamento e abuso ed è proprio in questi casi che bisogna intervenire mettendo in atto azioni chiare, tempestive e concrete di ordine psicologico, sociologico, educativo, giuridico e medico. È necessario, infatti, sottolineare l’importanza di sviluppare una concezione in cui si metta al centro dell’attenzione la tutela e la felicità del bambino. Solo quando si arriverà a comprendere la grandezza dell’impatto che gli avvenimenti dell’infanzia hanno sullo sviluppo della persona allora, molto probabilmente, si porgerà maggiore attenzione al maltrattamento e all’abuso subito dai minori.

 

 

Bibliografia
ANDOLFI M., La terapia con la famiglia, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977, passim.
BENJAMIN L. S., Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, a cura di P. SCILLIGO, LAS, 1999, passim.
BOWEN M., Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del Sé nel sistema familiare, a cura di ANDOLFI M., DE NICHILO M., Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1980, passim.
BOWLBY J., Attaccamento e perdita: attaccamento alla madre, trad. SCHEPISI M. A., SCHWARZ L., vol. I, Torino, Bollati Boringhieri Editore, 1999, passim.
CANCRINI L., La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2013, 3°, (2012), passim.
______________, L’oceano borderline. Racconti di viaggio, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2006, passim.
CIRILLO S., DI BLASIO P., La famiglia maltrattante, Milano, Cortina Raffaello Editore, 1989, passim.
FONAGY P., TARGET M., Attaccamento e funzione riflessiva, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2001, passim.
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Il lutto infantile, a cura di CASSIBBA R., ZAVATTINI G. C., trad. SANTUCCI C., Bologna, Il Mulino Editore, 2007.
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Sitografia
Pubblicazioni on-line:
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Riviste on-line:
DÈTTORE D., I disturbi di personalità: un’analisi critica dei gruppi diagnostici. http://www.neurolinguistic.com/proxima/articoli/art-53.htm [data ultima consultazione 9 settembre 2015]


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Le infanzie infelici – 1° parte

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Numerosi studi empirici ed osservazioni cliniche dimostrano come esperienze traumatiche di maltrattamento ed abuso, vissute durante l’infanzia, siano molto spesso correlate con una psicopatologia in età adulta.

Alcune condizioni familiari, contrassegnate da violenza e rabbia, costituiscono quelle infanzie che Luigi Cancrini definisce infelici. In particolare, egli si riferisce a quei bambini che subiscono gravi maltrattamenti ed abusi e che sono costretti a vivere in un ambiente che non permette alle loro ferite di rimarginarsi 1. Ciò determina in loro degli effetti immediati, in termini di regressione ad un livello borderline della mente, ossia un funzionamento non integrato della nostra mente, la quale funziona senza sfumature, caratterizzata da giudizi totalitari, e conseguenze a lungo termine, ovvero lo sviluppo di un disturbo di personalità, una modalità di pensiero e comportamento disadattivi che compromette le sfere di vita dell’individuo, quali quella cognitiva, affettiva ed interpersonale.

Bambini che nascono e si sviluppano in contesti poco favorevoli, sottoposti continuamente a traumi da parte dei genitori, possono reagire con un sistema di meccanismi di difesa primitivi, basati sulla scissione, che hanno il compito di allontanare da loro l’angoscia ma, contemporaneamente, arrestano il naturale processo di integrazione della mente, essenziale per la crescita psicologica.

È importante sottolineare, però, che la correlazione tra le esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia e lo sviluppo dei disturbi di personalità nell’adulto non è una conseguenza automatica ed inevitabile, infatti è possibile evitare lo sviluppo di una psicopatologia, sia durante l’adolescenza sia durante l’età adulta, occupandosi in modo adeguato dei bambini che vivono in contesti caratterizzati da maltrattamento, abusi, violenza e trascuratezza.

Per questo è indispensabile curare questi bambini, in particolare Cancrini propone la combinazione di due tipi di intervento, il primo è definito sociale/giudiziario, il quale prevede l’allontanamento del bambino dal contesto patologico per mezzo di affidamenti, adozioni o inserimento in case famiglia; tale allontanamento è sufficientemente motivato in quanto i genitori risultano incompetenti, come nel caso di genitori tossicodipendenti, alcolizzati o madri prostitute. Questo tipo di intervento consente di modificare stabilmente le condizioni di vita del piccolo e quindi di instaurare una relazione nutritiva, protettiva, benevola con un nuovo caregiver. Quando questo allontanamento non è adeguatamente giustificato potrebbe, invece, determinare effetti opposto sulla condizione psichica del bambino, il quale ha effettivamente bisogno di restare con i propri genitori; solitamente è auspicabile intervenire a sostegno del nucleo familiare con lo scopo di riuscire a salvaguardare il legame con le figure genitoriali o con almeno una di esse.
Contemporaneamente a questo primo intervento è necessaria una psicoterapia appropriata, sia essa individuale o familiare, a seconda della situazione. Ciò permette al bambino di verbalizzare ed elaborare il trauma vissuto con la figura di accudimento. Infatti, quello che nuoce gravemente alla salute mentale del piccolo non è il trauma in quanto tale, ma il fatto di vivere questa condizione di sofferenza in completa solitudine.

Uno strumento molto interessante, applicato nel corso degli ultimi anni a vari studi relativi ai processi psicologici, è la Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby. Questa teoria, formulata originariamente per descrivere e spiegare il legame emotivo esistente tra caregiver e bambino, attualmente fornisce contributi molto interessanti e considerevoli per la comprensione della psicopatologia in età evolutiva, illustrando come le prime relazioni significative di attaccamento influiscano sullo sviluppo, sia sano sia patologico, del bambino.
Per questo motivo sono stati analizzati i MOI dei vari stili di attaccamento, in particolare quelli relativi all’attaccamento disorganizzato, il quale è correlato con la psicopatologia in età adulta.
L’attaccamento disorganizzato si sviluppa nell’80% dei bambini inseriti in famiglie definite maltrattamenti in cui è presente il genitore spaventante; questa incidenza scende al 15% nella popolazione a basso rischio, in questo caso il genitore non è maltrattante ma spaventato, ossia presenta traumi non risolti, quali incesti, violenza, lutti non elaborati, con la propria figura di accudimento.
Il sistema comportamentale di attaccamento svolge una funzione fondamentale, ossia quella di favorire la sopravvivenza tramite il mantenimento della vicinanza con la figura di accudimento. Questo sistema non può svilupparsi adeguatamente quando il caregiver diviene di per sé fonte di paura, ossia maltratta. Lo stesso accade quando il genitore è spaventato, in quanto il bambino, non essendo in grado di identificare la fonte di paura del caregiver, può arrivare a pensare di essere egli stesso la causa di tale angoscia e sviluppare un’idea di Sé come cattivo e pericoloso.
Il comportamento che questi bambini sviluppano, definito disorganizzato/disorientato, deriva quindi sia da maltrattamenti diretti da parte del genitore, sia come effetto di seconda generazione per un trauma non risolto del caregiver.
È proprio su questo concetto che si basa l’ipotesi secondo cui esista una trasmissione transgenerazionale dei pattern di attaccamento, cioè un’associazione tra lo stile di attaccamento del bambino e lo stato della mente del genitore. Questa continuità è stata evidenziata da Peter Fonagy e Mary Target, i quali somministrando l’Adult Attachment Interview hanno evidenziato una corrispondenza pari al 73-80%. Nel caso di madri il cui stato della mente era stato classificato come irrisolto-disorganizzato, queste donne tendevano ad avere figli disorganizzati-disorientati. Ne consegue che, una volta adulti, questi bambini possono diventare loro stessi genitori e correre così il rischio di mettere in atto condotte maltrattanti e abusanti. Da ciò è facile desumere quanto sia forte il peso delle esperienze traumatiche dell’infanzia sulla patologia adulta.
Stabilito che nella psicopatologia sia presente un’indiscussa continuità, questo conduce inevitabilmente ad accettare una prospettiva evolutiva, al fine di comprendere quali sono i meccanismi che provocano il disturbo, così da poter identificare i fattori di rischio e quelli di resilienza.

Un aspetto innovativo e rilevante è la funzione riflessiva, descritta da Fonagy, ossia la capacità di tenere a mente la mente, che permette di interpretare e comprendere i propri e altrui comportamenti in termini di ipotetici stati mentali (sentimenti, desideri, intensioni, convinzioni…). Questa funzione è fondamentale per l’organizzazione e la formazione del Sé e per la regolazione affettiva. Viene acquisita all’interno di un attaccamento sicuro, in cui il caregiver considera il figlio come altro rispetto a Sé, distinguendo i propri stati mentali da quelli del piccolo e che grazie alle proprie capacità riflessive, guida il bambino nella comprensione dei suoi e altrui comportamenti. In questo tipo di attaccamento viene così a svilupparsi una sana teoria della mente, in quanto viene fornita al bambino una fiducia di base che gli consente di esplorare gli stati mentali del genitore senza sentirli minacciosi e annullanti; il bambino trova nella mente del caregiver una rappresentazione di Sé come essere pensato e pensante, infatti i suoi stati mentali possono venir compresi e restituiti dal genitore in forma adeguata. La mentalizzazione è una capacità che risulta collegata alla modalità di accudimento ed alle cure ricevute dal bambino nell’infanzia. Infatti, l’interesse per la mente dell’altro è possibile solo se il bambino ha potuto fare l’esperienza precoce che i suoi stati interni sono stati compresi da un’altra mente. Difficoltà di mentalizzare sono state riscontrate nella maggior parte dei soggetti affetti da disturbi di personalità, in particolare con diagnosi di disturbo borderline di personalità. Risulta compromessa in una percentuale significativa di soggetti che hanno vissuto un’esperienza traumatica, soprattutto nell’infanzia. Il maltrattamento, infatti, spinge il bambino a non assumere la prospettiva dell’altro, che viene percepito come minacciante.
Fonagy e Target hanno sottolineato come molti soggetti borderline che hanno subito, nel periodo infantile, situazioni di abuso fisico o maltrattamento, hanno anche attivato un parallelo misconoscimento degli stati mentali dei propri genitori, difendendosi così da una consapevolezza che sarebbe stata troppo pericolosa per lo sviluppo del proprio Sé. In effetti, se avessero riconosciuto l’odio implicito negli atti di abuso dei propri genitori, di chi avrebbe cioè dovuto prendersi cura di loro, sarebbero stati costretti a rappresentare se stessi come indegni di amore. In questa prospettiva, è comprensibile il motivo per cui i soggetti con disturbo borderline di personalità mostrino una così consistente difficoltà a mentalizzare, a «tenere a mente la mente», a rappresentarsi cioè le emozioni ed i pensieri sia propri che altrui.

 

Bibliografia
ANDOLFI M., La terapia con la famiglia, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977, passim.
BENJAMIN L. S., Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, a cura di P. SCILLIGO, LAS, 1999, passim.
BOWEN M., Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del Sé nel sistema familiare, a cura di ANDOLFI M., DE NICHILO M., Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1980, passim.
BOWLBY J., Attaccamento e perdita: attaccamento alla madre, trad. SCHEPISI M. A., SCHWARZ L., vol. I, Torino, Bollati Boringhieri Editore, 1999, passim.
CANCRINI L., La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2013, 3°, (2012), passim.
______________, L’oceano borderline. Racconti di viaggio, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2006, passim.
CIRILLO S., DI BLASIO P., La famiglia maltrattante, Milano, Cortina Raffaello Editore, 1989, passim.
FONAGY P., TARGET M., Attaccamento e funzione riflessiva, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2001, passim.
HOFFMAN L., Principi di teoria della famiglia, trad. MANCINI M., Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1984, passim.
Il lutto infantile, a cura di CASSIBBA R., ZAVATTINI G. C., trad. SANTUCCI C., Bologna, Il Mulino Editore, 2007.
LINGIARDI V., GAZZILLO F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014, passim.
LINGIARDI V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore, pp. 317-318.
MINUCHIN S., Famiglie e terapia della famiglia, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977, passim.

Sitografia
Pubblicazioni on-line:
FONAGY P., STEELE M., STEELE H., MORAN G.S., HIGGITT A.C., The capacity for understanding mental states: the reflective self in parent and child and its significance for security of attachment, http://mentalizacion.com.ar/images/notas/The%20capacity%20for%20understandig%20mental%20states.pdf [data della pubblicazione 1991]
FONAGY P. TARGET M., Attachment and reflective function: their role in self-organization, http://mhfamilypsychology.com/docs/Fonagy%20Reflective%20Functioning%20Paper.pdf [data ultima consultazione 3 maggio 2015]

Riviste on-line:
DÈTTORE D., I disturbi di personalità: un’analisi critica dei gruppi diagnostici. http://www.neurolinguistic.com/proxima/articoli/art-53.htm [data ultima consultazione 9 settembre 2015]

 


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Work-life balance: il giusto equilibrio tra vita personale e lavorativa.

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Fino a qualche anno fa, la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare era praticamente impossibile, infatti chi aveva un impiego si dedicava totalmente ad esso e i compiti di cura della famiglia e della casa erano completamente affidati alla donna.
Oggi, la maggiore presenza delle donne nella forza lavoro, aumentata grazie alla diffusione degli strumenti di flessibilità, ha stimolato, insieme ai cambiamenti di ruolo nella famiglia, la ricerca riguardo al rapporto tra il work-life balance e lo stress.

Le organizzazioni, soprattutto quelle in fase di espansione sul mercato globale, richiedono ai propri lavoratori una disponibilità molto elevata, in particolare orari molto più lunghi o fasce temporali diverse, ad esempio serali o durante i week-end. Ovviamente questa situazione incide negativamente sulla qualità del tempo familiare.

È così che, verso la fine degli anni ’70, nasce e si sviluppa in America il concetto di work-life balance, quando alcune corporation statunitensi di servizi, quali Oracle e Apple, iniziarono a dotare i loro stabilimenti di company perks: asili nido, lavanderie, palestre. In seguito a questi servizi “fisici” si affiancarono anche servizi di consulenza finanziaria, psicologica e legati alla vita quotidiana. Queste pratiche si sono poi diffuse nel Regno Unito e quindi hanno raggiunto tutta l’Europa.

Lo scopo del work-life balance è quello di avere una conciliazione tra la vita personale e la vita professionale, che consiste nella necessità di trovare il giusto equilibrio tra ciò che possiamo realizzare sul lavoro e quanto possiamo ottenere in qualità di vita nel tempo di non-lavoro.

Le organizzazioni si stanno rendendo conto che favorire una politica aziendale di conciliazione tra vita privata e vita professionale è doppiamente vantaggioso perché permette sia di accontentare necessità e bisogni dei propri dipendenti, sia di garantire performance migliori per l’azienda stessa.

Il work-life balance si traduce in interventi volti, ad esempio, a fornire ai collaboratori indicazioni per risolvere problemi personali o relativi alla gestione del tempo libero, consentendo al lavoratore di vivere in un ambiente di lavoro gradevole.

Strumenti di work-life balance possono essere:

  • gestione dell’orario di lavoro (ad esempio, il part-time o l’elasticità nell’orario di lavoro);
  • servizi al lavoratore e di conseguenza alla famiglia (ad esempio, la mensa e l’asilo aziendale, la palestra, la lavanderia, supporti di tipo finanziario, psicologico etc.);
  • forme di lavoro alternativo (ad esempio, il telelavoro che consente di poter lavorare da casa).

I vantaggi diretti, per coloro che lavorano presso aziende attente al “work-life balance” sono:

  • flessibilità sugli orari di lavoro;
  • riduzione dello stress negativo e quindi dei periodi di malattia, di turnover e dell’assenteismo sui luoghi di lavoro;
  • miglioramento del rapporto azienda-dipendenti;
  • miglioramento della concentrazione sul posto di lavoro;
  • miglioramento della motivazione dei lavoratori.

L’importanza del work-life balance sta quindi nel trovare un giusto equilibrio tra il tempo speso al lavoro e la propria vita privata. Non si tratta di lavorare di meno, ma di cercare un approccio al lavoro più equilibrato e responsabile e che consenta di salvaguardare la salute. A tutt’oggi sembra infatti che l’identificazione di un ambiente di lavoro positivo non sia riconducibile alla retribuzione o ai benefici, ma alla promessa di cura del benessere dei dipendenti e di valorizzazione del loro potenziale e delle loro capacità. Il lavoro infatti non deve essere solo uno strumento di reddito, ma deve rappresentare una fonte di benessere per l’individuo e la sua famiglia.

In Italia la sensibilità aziendale in merito alle suddette tematiche è andata aumentando negli ultimi anni, ma è un fenomeno definibile tardivo rispetto al resto d’Europa: Eudaimon, fondata nel 2002, è la prima azienda nel nostro Paese nata per offrire servizi atti a favorire la conciliazione (F. Ballone et al., 2005).

Il loro progetto è quello di aiutare le aziende ad ottenere il massimo dai loro dipendenti, creando per loro delle condizioni di lavoro ottimali ed aumentandone il grado di coinvolgimento.
Eudaimon è l’unica azienda in Italia in grado di trovare soluzioni migliori con l’obiettivo di arricchire il rapporto dipendenti/azienda; rendere l’organizzazione sensibile alle esigenze dei suoi dipendenti; creare le condizioni più adatte per ottenere maggiori concentrazioni sul lavoro. Per farlo mette a disposizione dell’azienda servizi personalizzati, relativamente a quattro aree:

  • Famiglia. Individui con elevati carichi professionali sempre più difficilmente riescono a trovare un’assistenza adeguata per i figli in età prescolare o per i genitori anziani; servizi quali nido e assistenza agli anziani, rappresentano un supporto indispensabile ed esclusivo dell’azienda per i suoi dipendenti.
  • Salute. I ritmi lavorativi sono spesso così frenetici da essere causa di malessere; fornire un sostegno che sottolinei l’attenzione per la cura della propria persona con servizi come esercizio fisico, massaggi e supporto medico è il modo migliore per ottenere il meglio dalle proprie risorse umane.
  • Assistenza/consulenza di professionisti. Offrire la possibilità d confrontarsi con dei professionisti quali avvocati, medici, psicologi, ecc., rappresenta un contributo al miglioramento della qualità di vita dei dipendenti.
  • Time e money saving. Facilitare l’accesso ai servizi quotidiani quali ad esempio lavanderia, assistenza auto e pratiche d’ufficio portandoli in azienda permette di risparmiare tempo utile e massimizzare così la produttività del lavoratore.

I programmi proposti da Eudaimon hanno la caratteristica di essere flessibili, quindi personalizzabili a seconda delle esigenze e richieste dell’azienda, e di intervenire in tutte le fasi del progetto.

Negli Stati Uniti, dove il work-life balance è nato, come anche in Canada e in Gran Bretagna, esiste la rete di servizi e di informazioni più fitta al mondo. Il Canada, in modo particolare, sembra il paese che davvero può rappresentare le pratiche di bilanciamento nella loro veste più avanzata, sia per le azioni mirate a trattenere il personale femminile che per quelle orientate al benessere psicofisico dei dipendenti che viene favorito attraverso interventi personalizzati in base alle esigenze individuali.
In Europa, al contrario, gli studi specifici sul tema della conciliazione sono ancora pochi e generalmente presentano una serie di casi significativi, ma non presentano classificazioni o selezioni in base a criteri di valutazione che aiutino ad orientare azioni emulative da parte delle aziende affinché le misure e le relative azioni si diffondano sul territorio.
Pochi sono i casi che si possono considerare in qualche modo esemplari, anche se cominciano a diffondersi iniziative di un certo interesse che riguardano soprattutto le imprese medio-grandi dei servizi.

Possiamo concludere affermando che il tema del work life balance è diventato di forte attualità negli ultimi anni a causa del massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro che ha fatto sparire – in molte famiglie – la figura della moglie e madre unicamente addetta ai lavori domestici e di cura e ha fatto nascere la necessità di conciliare il nuovo doppio ruolo del genere femminile ed anche le nuove responsabilità domestiche del genere maschile.

Uno degli strumenti fondamentali per raggiungere gli obiettivi di conciliazione è certamente quello dell’orario flessibile, ma è qui doveroso fare una distinzione tra i vari Paesi europei, i quali possono essere suddivisi, in modo molto generale, in due categorie:

  • Da una parte vi sono i Paesi ad elevata occupazione femminile, i quali offrono una massiccia presenza di servizi per l’infanzia, utilizzano la flessibilità oraria per adattare le esigenze private a quelle produttive e hanno un sistema di welfare universale, cioè non tarato su uno dei due generi.
  • Dall’altra troviamo un modello completamente opposto al primo, nel quale si può riscontrare un’inferiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, una presenza contenuta dei servizi per l’infanzia e sistemi di welfare a carattere particolaristico, a vantaggio del genere maschile. In questo tipo di modello le donne si trovano costrette ad organizzare la propria attività lavorativa in base alla vita familiare, questo per sopperire alla scarsità dei servizi per l’infanzia, ma anche perché inserite in società tradizionalmente patriarcali.

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Sitografia

http://www.benessere4u.it/cos-e-il-work-life-balance/

 


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Mobbing: terrore psicologico sul posto di lavoro

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Con la parola Mobbing 1 si intende una forma di terrore psicologico che avviene sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori. La vittima di queste vere e proprie persecuzioni viene così emarginata, calunniata, criticata: i compiti che le vengono affidati sono dequalificanti, può venire spostata da un ufficio all’altro oppure essere sistematicamente messa in ridicolo di fronte a clienti o superiori. In alcuni casi gravissimi si può anche arrivare al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali.

Lo scopo del Mobbing può essere vario, ma è sempre distruttivo e consiste nell’eliminare una persona divenuta in qualche modo “scomoda”, inducendola alle dimissioni volontarie o provocandone un motivato licenziamento.

Il Mobbing si manifesta come un’azione, o una serie di azioni, che si ripete per un lungo periodo di tempo, compiuta da uno o più mobber per danneggiare qualcuno, in modo sistematico e con uno scopo preciso. Il mobbizzato viene quindi circondato e aggredito intenzionalmente da aggressori che mettono in atto strategie comportamentali volte alla sua distruzione psicologica, sociale e professionale. I rapporti sociali diventano conflittuali e si diradano sempre più, costringendo così la vittima nell’isolamento e nell’emarginazione più disperata.

In alcuni casi il mobber è l’azienda stessa e la strategia persecutoria assume i contorni di una vera e propria strategia aziendale di riduzione, ringiovanimento o razionalizzazione del personale oppure di semplice eliminazione di una persona indesiderata. 2

Il Mobbing è un fenomeno complesso, con tante sfaccettature diverse e i cui attori possono comportarsi in modi differenti a seconda della situazione.

Tuttavia esiste una costante: la vittima è sempre in una posizione di inferiorità rispetto ai suoi avversari. Inferiorità riferita non al potere, all´intelligenza o alla cultura, ma intesa come status. Infatti, durante il lungo periodo di tempo in cui il lavoratore subisce il Mobbing, egli perde gradatamente la sua posizione iniziale, in particolare:

  1. la sua influenza
  2. il rispetto di colleghi e/o superiori
  3. il suo potere decisionale
  4. la salute
  5. la fiducia in se stessi
  6. gli amici
  7. l´entusiasmo nel lavoro
  8. se stesso
  9. la propria dignità.

L’insieme delle strategie, che un mobber può mettere in atto, può essere davvero crudele. Tra i vari casi riportati dalla stampa possiamo trovare quelli di impiegati trasferiti in uffici senza servizi igienici e impossibilitati a lasciare il proprio posto di lavoro per i bisogni fisici; di maestre ridotte a bibliotecarie; storie di donne mobbizzate dal capoufficio come vendetta per i loro rifiuti di prestazioni sessuali. I casi più gravi riguardano ovviamente persone giunte a meditare ed a attuare il suicidio, ultimo atto di un quadro depressivo dilaniante ed esasperate.

In Italia il problema del Mobbing è stato introdotto dallo psicologo tedesco Harald Ege, il quale ha pubblicato un metodo per il riconoscimento del fenomeno che prevede il riconoscimento di 7 parametri.
Il metodo Ege si struttura in sei fasi legate tra di loro e precedute da una pre-fase detta “condizione zero” che riguarda la conflittualità fisiologica, riscontrata normalmente nelle aziende italiane. Nella condizione zero non esiste una vittima, ma soltanto la condizione ideale attraverso la quale il Mobbing può prendere corpo.

  • La “Condizione Zero”: è’ una pre-fase, una condizione normalmente presene nei contesti lavorativi italiani, che prevede scontri e conflitti considerati normali, a causa dell’alta competitività degli italiani. E’ un conflitto fisiologico, normale ed accettato, che non si identifica con il mobbing, ma che rappresenta un terreno fertile per la sua nascita. In questo momenti la conflittualità è diffusa e non polarizzata contro un unico individuo, come accade nel mobbing. Sono presenti discussioni, piccole accuse e ripicche, con lo scopo di emergere rispetto agli altri. Le motivazioni che sono alla base di queste scaramucce non sono dettate dal desiderio di distruggere, ma da quello di elevarsi rispetto ai colleghi.
  • Fase 1: il conflitto mirato. Il normale conflitti fisiologico si incanala verso un conflitto patologico, che non riguarda più semplicemente in settore lavorativo, ma si espanda anche verso aspetti più privati della vita, dove l’aggressività diviene più evidente e rivolta verso una persona, la vittima. Cambia la motivazione, non è più quella di emergere, ma quella di distruggere l’avversario con ogni mezzo. La vittima ancora non si è resa conto di quello che sta succedendo e cerca il chiarimento dialettico con gli stessi strumenti di prima, quando lo scontro era ancora fisiologico, ma con risultati sempre più negativi e frustranti, perché si accorge di non riuscire più a comunicare con i colleghi con la stessa chiarezza di prima, che il suo pensiero viene male interpretato, distorto, ignorato.
  • Fase 2: l’inizio del mobbing. Durante questa fase la vittima comincia ad avvertire disagi a livello sociale: si rende conto che qualcosa è cambiato introno a lui: i colleghi non lo salutano più, il suo lavoro viene continuamente attaccato davanti ai superiori o nelle riunioni collegiali, etc. È consapevole dell’inasprimento delle relazioni, ma non riesce a darsi una valida spiegazione di quando sta accadendo.
  • Fase 3: primi sintomi psicosomatici. Il mobbizzato comincia ad avvertire i primi sintomi psicosomatici, come l’insonnia o problemi digestivi, che sono da attribuire alla situazione in cui si trova. La persona è molto coinvolta.
  • Fase 4: errori ed abusi nell’amministrazione del personale. Questo accade quando il mobbing diventa un fenomeno ufficiale, di cui si accorge anche l’amministrazione, che deciderà soluzioni più idonee per l’azienda (e non per la vittima). Nel più frequente dei casi la vittima viene convocata dal Dirigente a cui interessa di giungere ad un accomodamento, ma la sua visione del problema è quella che gli è stata presentata dal mobber ed è quindi già prevenuto in partenza. In genere si consiglia al mobbizzato di richiedere “spontaneamente” il cambio di ufficio, sezione, etc. Si può giungere ad ammonire il mobbizzato al quale spesso si consiglia un periodo di malattia o di aspettativa.
  • Fase 5: serio aggravamento della salute psicosomatica della vittima. In questa fase si verifica un peggioramento dei disturbi psicosomatici già presenti e dall’insorgenza di un senso di disperazione ed inutilità che conducono a vissuti di depressione più o meno gravi, che vengono attenuati, ma non eliminati, attraverso il ricorso a psicoterapie e psicofarmaci. Ma la situazione potrà solo peggiorare sino a quando continuerà l’azione del mobber. Inoltre se il dirigente prenderà provvedimenti contrari all’interesse psico-fisico della vittima, quest’ultima si convincerà di essere lei il vero problema, la causa del suo stesso disagio.
  • Fase 6: esclusione dal mondo del lavoro.Implica l’uscita della vittima dal mondo del lavoro come esito finale. Esistono modi diversi, più o meno dignitosi per la vittima, di sbarazzarsi di una situazione ormai intollerabile, tra cui forme più disperate.

 

mobbing

 

Il Mobbing è un fenomeno sociale che necessita di almeno due attori per poter esistere: l’aggressore e la vittima. Ovviamente, in un qualsiasi luogo di lavoro, è impensabile l’idea di trovare solo questi due personaggi, infatti nella maggior parte dei casi, attorno a loro, c’è un numero variabile di persone. Queste possono fare da semplice sfondo oppure parteggiare apertamente per una delle due parti.

  • Il mobbizzato: Il tratto tipico del mobbizzato è l´isolamento, molto spesso la vittima si ritrova letteralmente con le spalle al muro senza conoscere nemmeno il motivo. È difficile poter stilare una casistica di vittime e trovare la persona caratterialmente più propensa ad essere mobbizzata; tuttavia è però possibile affermare che ci sono delle situazioni in cui è probabile venire mobbizzati. Tra i casi da prendere in considerazione troviamo la donna che lavora in un ufficio di uomini o la persona nuova, più qualificata e più brava nel lavoro che viene assunta come capufficio. Indipendentemente dalla posizione e dal carattere, la vittima tende a reagire in qualche modo al Mobbing. Statisticamente è stato dimostrato che uomini e donne reagiscono in modo diverso: una donna in crisi reagisce aumentando la sua attività al contrario dell’uomo che tende a diminuirla. Queste differenze evidenziano due modi di essere e di percepire la realtà distinti, tuttavia, ai fini del Mobbing stesso, va evidenziato che nessuna delle due reazioni ottiene un risultato. In entrambi i casi è la reazione stessa della vittima, sia essa donna o uomo, a dare al mobber motivo per continuare la sua azione aggressiva: “Lei è troppo nervosa e invece di lavorare non fa che parlare” oppure “Lui non lavora più come dovrebbe e le sue prestazioni lasciano a desiderare”.
  • Il mobber: non è semplice definire con certezza e precisione le caratteristiche di un possibile mobber, anche perché tutto deve essere messo in relazione sia alle caratteristiche di personalità che all’ambiente di lavoro specifico. Come nel mobbizzato, anche le strategie del mobber sono diverse tra uomo e donna. In particolare, sotto l´aspetto psicologico il mobber uomo preferisce azioni passive, come ignorare qualcuno, o dargli sempre nuovi lavori o metterlo sotto pressione. Il mobber donna invece preferisce il Mobbing attivo, cioè azioni come parlare male, prendere in giro qualcuno davanti ad altri o fare girare voci su di lui.                                                                                                                                                                                                                                    Harald Ege ha delineato i seguenti 14 profili di mobber che si riscontrano con maggiore frequenza:                                                                                                                                                                     1. l’istigatore: è sempre alla ricerca di nuove cattiverie per diffamare e colpire gli altri;
    2. il casuale: è colui che diventa mobber per caso, quando trovandosi all’interno di un conflitto prende il sopravvento sull’altro;
    3. il conformista: è un tipo di mobber spettatore, nel senso che è una persona che non prende direttamente parte al conflitto attaccando la vittima, però la sua non reazione equivale ad un’azione che favorisce l’emergere del mobbing;
    4. il collerico: è la persona che non riesce a contenere la rabbia e far fronte ai suoi problemi e solo prendendosela con gli altri riesce a scaricare la forte tensione interna;
    5. il megalomane: è colui che ha una visione distorta di se stesso considerandosi sempre al di sopra, un senso di Io grandioso che lo autorizza a colpire gli altri ritenuti inferiori;
    6. il frustrato: è l’individuo insoddisfatto della sua vita che scarica il suo malessere sugli altri;
    7. il sadico: è la persona che prova piacere nel distruggere l’altro e che non è disposto a lasciarsi scappare la vittima, questa tipologia rappresenta il modello più pericoloso in quanto è da considerarsi uno psicotico senza sintomi che rifiuta di prendere in considerazione i suoi conflitti interni e trova il suo equilibrio scaricando il dolore su di un altro;
    8. il criticone: è la persona perennemente insoddisfatta degli altri che crea un clima di insoddisfazione e di tensione;
    9. il leccapiedi: è il classico carrierista, che si comporta da tiranno coi subalterni ed ossequioso coi superiori;
    10. il pusillanime: è colui che ha troppa paura per esporsi e si limita ad aiutare il mobber o, se agisce in prima persona, lo fa in maniera subdola, con cattiverie e sparlando della vittima;
    11. il tiranno: è simile al sadico, non sente ragione ed i suoi metodi seguono uno stile dittatoriale;
    12. il terrorizzato: persona che teme la concorrenza e inizia a fare azioni di mobbing per difendersi;
    13. l’invidioso: è colui che non può accettare l’idea che qualcun altro stia meglio di lui;
    14. il carrierista: è la persona che cerca di farsi una posizione con tutti i mezzi possibili, anche non legali, non puntando sulle sue reali capacità.
  • Gli spettatori: sono tutte quelle persone che non sono coinvolte direttamente nel Mobbing ma che in qualche modo vi partecipano e lo vivono di riflesso. In particolare, sono i colleghi, superiori, addetti alla gestione del personale, i quali ricoprono un ruolo cruciale per lo sviluppo del Mobbing. Infatti il loro tacito assenso, il loro disinteresse verso la situazione, fa sì che il mobber possa continuare la propria offensiva. Gli spettatori spesso hanno paura di diventare vittima del mobber e così non reagiscono e a volte aiutano il mobber nelle sue vessazioni. Nel Mobbing, più che in altre situazioni, chi tace acconsente. La responsabilità della mancata segnalazione è tanto più grave, quanto superiore è il grado dello spettatore.

 

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Masciocchi P. Stress lavoro-correlato

 

Sitografia

http://www.enaios.it/index.php/supporto-psicologico/stress,-burn-out-e-mobbing,-conoscerli-per-difendersi.html

http://w3.uniroma1.it/mobbing/Fasi_del_Mobbing.html

 


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Il burnout

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Il termine burnout denota un soggetto “bruciato”, “fuso” ed è apparso la prima volta nel mondo dello sport, nel 1930, per indicare l’incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, di ottenere ulteriori risultati e/o mantenere quelli acquisiti. Con burnout si intende una condizione di esaurimento emotivo causato dallo stress dovuto alle condizioni di lavoro ma anche ad aspetti della vita personale; è tipico delle professioni ad elevato coinvolgimento relazionale. La sindrome del burnout è l’esito patologico del processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni di aiuto, qualora queste non rispondano in maniere adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere. I primi ad occuparsi del problema furono H. Freudenberger e da C. Maslach, i quali, a partire dal 1970, osservarono il fenomeno, all’interno di un reparto di igiene mentale, riscontrando che alcuni operatori presentavano i sintomi caratteristici del problema.

La Maslach definisce il burnout come una perdita di interesse vissuta dall’operatore verso le persone con le quali svolge la propria attività (pazienti, assistiti, utenti, etc.), è una sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in persone che, per professione, sono a contatto e si prendono cura degli altri. Il contatto costante con le persone e con le loro esigenze, l’essere a disposizione delle molteplici richieste e necessità, sono alcune delle caratteristiche comuni a tutte quelle attività che hanno come obiettivo professionale il benessere delle persone e la risoluzione dei loro problemi, come nel caso di medici, psicologi, infermieri, insegnanti, etc. Lo stress, che deriva dall’interazione tra operatore e utente, si verifica nel momento in cui il coinvolgimento emotivo è molto forte e perdura per periodi prolungati e che comporta da parte dell’operatore un impegno molto intenso non solo sul piano professionale ma anche e soprattutto su quello umano. Il burnout comporta esaurimento emotivo, depersonalizzazione, un atteggiamento spesso improntato al cinismo e un sentimento di ridotta realizzazione personale. Il soggetto tende ad eludere l’ambiente lavorativo assentandosi sempre più spesso e lavorando con sempre minore entusiasmo o interesse, provando frustrazione e insoddisfazione, mostrando una ridotta empatia nei confronti delle persone delle quali dovrebbe occuparsi. Il deterioramento del benessere fisico dovuto dal burnout si accompagna a sintomi psicosomatici (ad esempio l’insonnia) e psicologici (ad esempio la depressione). I primi disagi vengono avvertiti nel campo professionale per poi presentarsi anche sul piano personale, il che può portare all’abuso di alcool e di sostanze psicoattive fino al suicidio.

Le cause del burnout vanno ricercate in diversi fattori, che si possono raggruppare in tre grandi aree: fattori sociali e personali del soggetto (il background culturale, ideologico e religioso; livello socio-economico; stile di vita; situazione familiare; sesso; età; aspettative professionali; intolleranza alla frustrazione; eccessivo coinvolgimento; capacità più o meno alta di tolleranza allo stress) , fattori relazionali (sono cioè relative ai rapporti con l’utenza, nelle sue forme e tipologie, differenti a seconda del tipo di organizzazione nelle quali si opera; nelle scuole, ad esempio riguardo i rapporti con gli studenti e i loro familiari, la direzione scolastica, i colleghi, l’affollamento delle classi, l’eccessiva competitività fra colleghi) e fattori oggettivi organizzativi o professionali (scarsa retribuzione, condizioni ambientali sfavorevoli, turni e orari stressanti, routine burocratica).

La sindrome si manifesta generalmente seguendo quattro fasi:

  • La prima, preparatoria, è quella dell'”entusiasmo idealistico” che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale.
  • Nella seconda (“stagnazione“) il soggetto, sottoposto a carichi di lavoro e di stress eccessivi, inizia a rendersi conto di come le sue aspettative non coincidano con la realtà lavorativa.  L’entusiasmo, l’interesse ed il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a diminuire.
  • Nella terza fase (“frustrazione“) il soggetto affetto da burnout avverte sentimenti di inutilità, di inadeguatezza, di insoddisfazione, uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato; spesso tende a mettere in atto comportamenti di fuga dall’ambiente lavorativo, ed eventualmente atteggiamenti aggressivi verso gli altri o verso se stesso.
  • Nel corso della quarta fase (“apatia“) l’interesse e la passione per il proprio lavoro si spengono completamente e all’empatia subentra l’indifferenza, fino ad una vera e propria “morte professionale”.

Dal punto di vista clinico (psicopatologico) i sintomi del burnout sono molteplici, richiamano i disturbi dello spettro ansioso-depressivo e sottolineano la particolare tendenza alla somatizzazione e allo sviluppo di disturbi comportamentali.
Il soggetto colpito da burnout manifesta:

  • Sintomi aspecifici: stanchezza ed esaurimento, apatia, nervosismo, irrequietezza, insonnia;
  • Sintomi somatici: insorgenza di patologie varie (ulcera, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali, sintomi gastrointestinali, cefalea, astenia, apatia, ma anche manifestazioni cutanee tipo eczema, acne e dermatite, oppure asma e allergie, disturbi del sonno e dell’appetito etc.);
  • Sintomi psicologici: rabbia, risentimento, irritabilità, aggressività, alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, negativismo, indifferenza, depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, isolamento, sensazione di immobilismo, difficoltà nelle relazioni con gli utenti, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti e critico nei confronti dei colleghi.

Tale situazione di disagio molto spesso porta il soggetto ad avere tendenze autodistruttive e, come detto in precedenza, può spingere il lavoratore, ad esempio, ad abusare di alcool, di psicofarmaci, fumo o droghe. Questi comportamenti, oltre che peggiorare la salute del soggetto, influiscono negativamente anche sul suo rendimento professionale. Inoltre è stata rilevata la necessità di studiare il fenomeno di burnout non solo sul singolo individuo ma sull’intero gruppo di appartenenza del lavoratore stesso. Infatti è molto probabile che l’intero gruppo soffra di questa condizione, questo sia perché più individui vivono la stessa condizione di lavoro stressante, sia perché lo stress di uno può ripercuotersi sugli altri.
Per misurare il burnout ci sono diverse scale ma è assolutamente necessario ricordare la scala di Maslach, il MBI, Maslach Burnout Inventory : un questionario di 22 items atti a stabilire se nell’individuo sono attive dinamiche psicofisiche che rientrano nel burnout. A ogni domanda il soggetto interessato deve rispondere inserendo un valore da 0 a 6 per indicare intensità e frequenza con cui si verificano le sensazioni descritte nella domanda stessa. Questi items studiano i tre aspetti che secondo l’autrice compongono il burnout e sono:

  1. Esaurimento emotivo, viene esamina la sensazione di essere inaridito emotivamente ed esaurito dal proprio lavoro;
  2. Depersonalizzazione, viene misura una risposta fredda ed impersonale nei confronti degli utenti del proprio servizio;
  3. Realizzazione personale, viene valuta la sensazione relativa alla propria competenza e al proprio desiderio di successo nel lavorare con gli altri.

Pertanto un soggetto affetto da burnout avrà un elevato punteggio nella scala relativa all’esaurimento emotivo e alla depersonalizzazione mentre sarà basso il punteggio relativo alla realizzazione personale.

 

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

 

Sitografia

http://www.enaios.it/index.php/supporto-psicologico/stress,-burn-out-e-mobbing,-conoscerli-per-difendersi.html

http://www.psicologiadellavoro.org/?q=burnout

http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_da_burnout

 

 

 

 

 


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Quando l’amore fa impazzire: il Gaslighting, il manipolatore e la vittima – 2° parte

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Il gaslighter è ovviamente un ottimo manipolatore e agli occhi delle altre persone è un uomo impeccabile, abile a camuffare la propria personalità violenta ed intimidatoria ed è proprio per questo motivo che, molto spesso, non è possibile riconoscere la situazione di gaslighting e la vittima stessa.

Nello specifico, esistono tre tipologie di gaslighter:

  • L’Affascinante: ossia colui che utilizza come strumento manipolativo le lusinghe e le attenzioni, con lo scopo di avvicinare emotivamente la vittima, carpendone la totale fiducia. È difficile da identificare come manipolatore, questo perché all’inizio sembrerà essere l’uomo perfetto. È importante sottolineare che i suoi comportamenti non sono messi in atto per i reali bisogni della compagna ma sono diretti unicamente a soddisfare se stesso e le proprie aspettative. Attraverso l’adulazione tenderà a scusare le sue mancanze e le sue critiche nei confronti della donna.
  • Bravo ragazzo: ovvero colui che apparentemente sembra interessarsi solo ed esclusivamente al bene della vittima, sostenendola ed incoraggiandola. In realtà tutto ciò è fatto per soddisfare le proprie necessità, interponendo i propri bisogni a quelli della compagna, riuscendo comunque a dare un’impressione opposta. Anche questa figura disorienta la vittima poiché si presenta in maniera impeccabile, è innamorato, affidabile e disponibile; la violenza che mette in atto è subdola e difficile da identificare in breve tempo, quindi sarà accondiscendente con la vittima a parole ma, in realtà, metterà in atto comportamenti freddi e scarsa partecipazione.
  • Intimidatore: è antitetico ai manipolatori precedentemente descritti in quanto mancano le caratteristiche di base quali l’attenzione e il romanticismo. Egli esprime esplicitamente la violenza con un’aggressività diretta, con continue critiche e sarcasmo. Rimprovera quindi la vittima apertamente, la maltratta e cerca di farla sentire in colpa in quanto non si comporta come lui vorrebbe. La sua intimidazione si basa sull’apocalisse emotiva, quindi urla, offese, minacce di abbandono, tutto ciò per creare insicurezze nella vittima. Molto spesso approfittano di situazioni in cui la vittima non può controbattere, ad esempio durante una cena con amici, così da rendere il tutto ancora più orribile e terrificante.

Alcune frasi tipiche di un gaslighter posso essere “sei grassa”, “sbagli sempre ogni cosa”, “sei insignificante”, “non me lo hai detto, te lo sei immaginato”, “se ti lascio resterai sola a vita” etc.…
Ciò ha effetti devastanti sull’anima della vittima, ancora di più se pronunciate in presenza di altre persone.
La violenza psicologica non va affatto sottovalutata perché, anche se non lascia segni visibili sulla pelle, porta ad una morte interiore di chi ne è vittima e possono verificarsi casi limite di induzione al suicidio.

La personalità del gaslighter può essere descritta come una sorta di mosaico di disturbi, dei quali nessuno predomina, tranne l’inclinazione a fingere, a mentire, ad ingannare. Ma il gaslighter è molto di più; è senza alcun dubbio una persona disturbata, che ha bisogno di frustrare ed umiliare l’altro per sentirsi qualcuno. Non possedendo delle qualità che lo soddisfino proietta sulla partner (o comunque sulla sua vittima) le proprie mancanze e la propria inadeguatezza, riuscendo così a sopravvivere.

Tuttavia, non è solo il gaslighter a possedere determinate caratteristiche di personalità, infatti è necessario che anche la vittima presenti specifiche peculiarità soggettive, quali scarsa autostima, vissuti di insicurezza e una propensione alla dipendenza e alla fusione; è una persona di spiccata sensibilità, vicina ai bisogni degli altri, molto empatica, teme la solitudine, idealizza facilmente l’altro e non vuole deluderlo. Ha inoltre bisogno di dare un’immagine di sé sempre positiva e di essere approvata. Ha paura dell’apocalisse emotiva e molto spesso è riscontrabile il disturbo dipendente di personalità.

Questi sono gli elementi che possono favorire l’instaurarsi di una relazione affettiva malata, basata sulla violenza psicologica di uno dei due partner. È in questo caso che può verificarsi una situazione paradossale, ovvero la vittima ormai deumanizzata e spogliata di ogni sua consapevolezza e capacità di resistenza riconosce come suo unico sostegno e fonte di protezione il suo carnefice.

In particolare, sono tre caratteristiche principali della vittima: la paura dell’apocalisse emotiva, il desiderio fusionale e l’empatia.

  • Paura dell’apocalisse emotiva: paura della vittima di essere preda di una forte esplosione emotiva da parte del gaslighter, caratterizzata da insulti, grida, aggressività manifestata con lancio di oggetti, offese e critiche distruttive.
  • Desiderio fusionale: alcune persone tendono a vivere le relazioni amorose in un modo definito “fusionale”, ovvero il partner viene considerato indispensabile. Si tende a condurre una vita di coppia in cui ogni attività viene svolta insieme all’altro. Inoltre queste persone hanno un forte bisogno di approvazione da parte del partner, arrivando al punto di idealizzarlo. Così la vittima, pur di non contraddire il suo manipolatore, arriva a mettere in discussione la propria percezione della realtà.
  • Eccessiva empatia: è una sorta di trappola in cui la vittima può cadere. Mettersi nei panni dell’altro porterà la persona a sentire profondamente le sofferenze del partner, con il solo desiderio che queste cessino. Caduti in questo vortice inevitabilmente si tenderà a salvaguardare più l’altro che se stessi, quindi è necessario distaccarsi da questo meccanismo per prendersi cura del proprio bene.

La vittima cessa di essere tale nel momento in cui pone fine alle illusioni riguardanti se stessa, il proprio compagno e il loro legame affettivo; in questo modo prende consapevolezza di avere accanto un uomo vile e debole.
Nel gaslighting, il carnefice perde qualsiasi forma di potere nel momento in cui la vittima si rende conto dell’inganno e della distorsione della realtà a cui è stata sottoposta fino a quel momento.

 

 

Bibliografia
“Come mi vuoi? Imparare a difendersi dalla manipolazione emotiva” di Stern Robin

Sitografia
http://www.ritamascialino.com/cms/wp-content/uploads/2011/05/Il-gaslighter-e-la-sua-vittima.pdf
http://it.wikipedia.org/wiki/Gaslighting
http://en.wikipedia.org/wiki/Gaslighting
http://www.fondazioneinsieme.it/PDF/A002820
http://www.mentesociale.it/criminologia/speciale-stalking/48-il-gaslighting-aspetti-psicologici.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_dipendente_di_personalit%C3%A0
http://www.mentesociale.it/criminologia/speciale-stalking/605-il-gaslighting-aspetti-legali.html


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Quando l’amore fa impazzire: il Gaslighting – 1° parte

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Con il termine gaslighting si fa riferimento ad una forma di violenza psicologica, molto sottile e subdola, che non lascia segni sulla pelle e si basa sulla manipolazione psicologica.

Il vocabolo trae origine dal titolo del film Gas light del 1944, in italiano tradotto con il termine “Angoscia”, nel quale vengono narrate le vicende di una giovane coppia. Dopo un breve periodo felice di vita matrimoniale, qualcosa nel loro rapporto si incrina; la moglie, protagonista di una diabolica e artificiosa tecnica psicologica inscenata dal marito, arriva a convincersi di essere sull’orlo della pazzia. Il marito cerca, infatti, di renderla folle inscenando una serie di episodi poco chiari all’interno della casa, per esempio nascondendo gli oggetti della moglie o abbassando le lampade, attribuendo questi fenomeni ad allucinazioni visive della donna, facendola così dubitare delle proprie facoltà mentali. La donna sente sempre più il bisogno di approvazione da parte del marito, il quale però continuerà a ripeterle che è instabile. Recupererà sicurezza in se stessa solo dopo aver avuto conferma da altre persone che effettivamente le luci si affievolivano e che tutto questo non era frutto della sua mente.

Questo film, come anche “Rebecca – la prima moglie” di Alfred Hitchcock, è un chiaro esempio di gaslighting, in cui la manipolazione psicologica viene esercitata sulla vittima, la quale diviene vulnerabile e completamente dipendente del suo carnefice.

Il gaslighting è un comportamento messo in atto dal persecutore, il quale ha come obiettivo quello di minare l’autostima e la fiducia che la vittima ha di se stessa, di farne vacillare la percezione della realtà mettendone quindi in dubbio il giudizio, facendo sentire così la persona confusa fino al punto di credere di stare per impazzire.

Questa forma di violenza può nascere all’interno di rapporti costruiti precedentemente sull’amore, ma anche in contesti familiari, amicali e lavorativi 1; ma, come sottolinea la psicoanalista Robin Stern, Ph.D., il fenomeno del gaslighting si sviluppa prevalentemente all’interno di quelle coppie in cui l’uomo non è in grado di accettare i cambiamenti sociali e la conseguente emancipazione della donna. Attratto da personalità forti ed intelligenti, al contempo vuole controllare e riprogrammare la partner per sottometterla, sia psicologicamente che fisicamente. Pertanto egli è lucido e consapevole dei danni che sta provocando alla sua vittima. La persecuzione, l’inganno e la finzione, questi sono gli strumenti utilizzati per minare l’integrità psichica della compagna, arrivando così a renderla succube, togliendole la libertà di poter affrontare autonomamente la propria vita.

Pertanto è possibile parlare di un vero e proprio “lavaggio del cervello”, brainwashing, ad opera del carnefice sulla propria vittima, la quale, sentendosi sbagliata, arriverà a pensare di meritare tutto questo. Si instaurerà una dinamica di “dipendenza emotiva” in cui la vittima, per stare bene, avrà sempre bisogno di approvazione da parte del compagno; egli saprà condurre il gioco della manipolazione, sapendo quando frustare la donna, togliendole l’amore, il rispetto, la parola, creando così in lei una vera e propria astinenza. È una violenza insidiosa e gratuita, ripetuta ogni giorno e molte volte giustificata dalla vittima stessa, la quale, vedendo la realtà attorno a sé falsata, arriva a giustificare il gaslighter e i suoi comportamenti.

Il manipolatore, inizialmente, si mostra come una persona altruista, empatica, molto sensibile alle necessità della sua futura vittima; ovviamente mette in atto questo meccanismo al fine di poter entrare nella sua vita. Successivamente avverrà in lui un cambiamento, si mostrerà egoista e il suo unico obiettivo sarà quello di mantenere alto il proprio senso di sé e il proprio potere. Se l’altro permetterà l’inizio del gioco, molto presto ne sarà vittima e con il tempo sperimenterà incubi ricorrenti, scarsa fiducia nel senso di realtà, confusione, ansia, frustrazione, tristezza e rabbia.

Il gaslighter deumanizza la vittima, la manipola fino ad ottenerne il controllo totale; Robin Stern definisce la manipolazione affettiva come una sorta di tango, ballato da due persone opposte con caratteristiche complementari: il manipolatore che ha bisogno di mantenere un’alta percezione di sé attraverso la svalutazione dell’altro e la vittima che permette tutto questo in quanto ha un forte bisogno di approvazione. Questa necessità della vittima la porterà ad idealizzare il suo carnefice e per fare questo si troverà a dover rinunciare al proprio punto di vista per abbracciare incondizionatamente quello dell’altro.

Questo processo è caratterizzato da tre fasi:

  • La fase dell’incredulità: è il livello iniziale; il manipolatore alterna momenti di estrema gentilezza e dolcezza a momenti di brutalità e crudeltà, ovviamente sempre nei confronti della compagna, la quale ha ancora una sufficiente sicurezza in sé e una buona dose di obiettività, ma non riesce a codificare in modo corretto i messaggi che il partner le invia, creando così in lei confusione. Infatti a questo livello raramente ci si rende conto di avere a che fare con un manipolatore. Un esempio potrebbe essere un piccolo malinteso, considerato trascurabile da parte della vittima ma che la spinge a dare troppe spiegazioni. Immaginiamo una donna che frequenta da poco un uomo, lei lo considera la persona giusta. È affettuoso, gentile e sincero. Hanno tutte le basi per iniziare una relazione seria. Un pomeriggio vanno a fare la spesa. La donna, essendo molto socievole, scherza con il cassiere. Dopo aver terminato tutte le commissioni il suo fidanzato la accusa di aver flirtato con il commesso e quindi di avergli mancato di rispetto. La donna sa bene che questo non è affatto vero, ma poiché ci tiene all’uomo cerca di spiegargli che quello è semplicemente il suo modo di essere e non civetteria. L’uomo non le crede e continua con le accuse, facendo sentire la compagna a disagio e infastidita. In questa fase sono presenti segnali di irritazione, il timore dei malintesi, la preoccupazione delle reazioni dell’altro; si sente il bisogno di dover controllare le cose da dire e fare e si prova confusione.
  • La fase della difesa: la vittima ha ancora consapevolezza di sé ma è completamente confusa e sbalordita; inizia a vacillare la propria considerazione sulle sue percezioni; ha ancora la forza di difendersi e di sostenere la propria posizione di persona sana. Cercherà anche di instaurare con il compagno un dialogo nel tentativo di fargli cambiare comportamento. In questa fase possono comparire le prime urla, offese o silenzi e la vittima, non essendo in grado di tollerare questa apocalisse emotiva, è disposta sempre di più a fare qualsiasi cosa pur di evitarla. I segnali di questa fase possono essere l’eccessiva stanchezza, infatti la vittima si sente debole e fragile. La donna perde interesse per le cose che prima la appassionavano; inoltre, molto spesso, deve difendersi in presenza di amici e familiari dagli attacchi subdoli del compagno. Non riesce a ricordare i dettagli delle discussioni e cerca di capire dove sbaglia e come provoca la rabbia del compagno, giustificando sempre più spesso le reazioni spiacevoli.
  • La fase della depressione: è la fase più grave. La vittima ha maturato l’idea di essere “sbagliata” e quindi di “meritare” quel tipo di trattamento da parte del suo carnefice, giustificandone il comportamento. In quest’ultima fase la vittima, sfinita, getta le armi e si convince che il manipolatore ha ragione riguardo a ciò che dice e pensa su di lei. Sprofonda così nell’insicurezza, nell’autosvalutazione e diventa dipendente psicologicamente e fisicamente del suo compagno, isolandosi completamente a livello sociale. Assimila il punto di vista del manipolatore fino a renderlo proprio, così da essere approvata e amata da lui. Possono verificarsi veri e propri episodi di abuso o violenza psicologica e fisica da parte del partner, in quanto la vittima non ha più armi per fermare questo processo: ha solo bisogno di approvazione, la sua autostima è molto bassa e ha il terrore dell’apocalisse emotiva. I segnali sono la stanchezza, la perdita di interesse, l’angoscia, attacchi di panico, depressione, sintomi da stress, sviluppo di malattie psicosomatiche, la vittima ha paura quando deve incontrare il manipolatore e si colpevolizza su tutto, giustificando così i comportamenti del partner.

 

 

Bibliografia
“Come mi vuoi? Imparare a difendersi dalla manipolazione emotiva” di Stern Robin

Sitografia
http://www.ritamascialino.com/cms/wp-content/uploads/2011/05/Il-gaslighter-e-la-sua-vittima.pdf
http://it.wikipedia.org/wiki/Gaslighting
http://en.wikipedia.org/wiki/Gaslighting
http://www.fondazioneinsieme.it/PDF/A002820
http://www.mentesociale.it/criminologia/speciale-stalking/48-il-gaslighting-aspetti-psicologici.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_dipendente_di_personalit%C3%A0
http://www.mentesociale.it/criminologia/speciale-stalking/605-il-gaslighting-aspetti-legali.html