Category Archives: Psicologia dello sviluppo

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Peter Fonagy: la Funzione Riflessiva e il Mentalization Based Treatment

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Peter Fonagy e Mary Target descrivono la funzione riflessiva o mentalizzazione come la capacità di interpretare i comportamenti propri e altrui in termini di ipotetici stati mentali e quindi non come una copia fedele della realtà ma come una rappresentazione di essa.

Dallo sviluppo di questa funzione derivano una serie di capacità, tra cui il capire le manifestazioni affettive altrui, la regolazione degli affetti e il controllo degli impulsi e il fare esperienza di Sé come soggetto agente. Al contrario, se questa funzione è compromessa il bambino avrà difficoltà di adattamento, le sue relazioni sociali saranno incrinate, non acquisirà la capacità di preoccuparsi per gli altri e tutto questo perché non potrà rappresentarsi mentalmente la loro sofferenza.

Questa funzione comporta, in uno sviluppo normale, l’acquisizione della capacità di potersi rappresentare mentalmente un pensiero, un sentimento, un affetto senza la necessità di averli concretamente davanti a sé per poterli richiamare alla mente. Lo sviluppo della capacità di mentalizzazione è essenzialmente collegato al livello di coerenza e al funzionamento psichico del caregiver.

Secondo Fonagy è indispensabile, per un sano sviluppo, che le relazioni primarie di attaccamento offrano sostegno e protezione, in quanto le prime facoltà mentali del bambino derivano proprio dalla capacità del genitore di rispondere ai bisogni e alle richieste del figlio. Rispetto a questo punto, gli studi di Gunderson e Austin hanno documentato che i pazienti con diagnosi di DBP hanno in comune caregiver che non sono stati capaci di offrire loro supporto e appoggio.

Per quanto riguarda lo sviluppo di questa funzione, Fonagy sostiene che questa non esiste sin dalla nascita ma che compare solo verso il terzo, quarto anno di vita; prima di ciò l’esperienza che il bambino ha della realtà è legata a due modalità specifiche: l’equivalenza psichica e il modo del far finta.

Con la prima, il bambino non riconosce le idee come rappresentazioni della realtà, ma le considera equivalenti alla realtà stessa; con il far finta, tipico del gioco, le idee sono reputate come rappresentazioni, senza però cercare alcun riscontro nella realtà.

Durante il quarto anno di vita, le due modalità vengono integrate e ciò determina la nascita della funzione riflessiva, ovvero il modo attraverso cui il bambino può rappresentarsi gli stati mentali in quanto tali ed è quindi in grado di riconoscere che questi stati sono sostanzialmente delle rappresentazioni della realtà.

Affinché possa svilupparsi questa funzione, non è essenziale solo la maturazione fisica ma, come afferma Fonagy, è fondamentale anche l’interazione fra l’adulto e il bambino, nella quale il genitore, mentre gioca con il piccolo, intanto commenta il gioco. Ciò genera una sorta di ponte tra la realtà del gioco e la realtà in cui entrambi vivono, ossia tra il far finta e l’equivalenza psichica.

Questa modalità di rapporto tra adulto e bambino è facilitata da una relazione di attaccamento sicuro, all’interno della quale il piccolo può soddisfare due bisogni indispensabili per lo sviluppo della funzione riflessiva, infatti può individuare i propri stati mentali rappresentati nella mente dell’altro e sentirsi identificato dall’altro come essere che pensa. Il bambino, quindi, considerando lo stato mentale del suo caregiver giunge all’effettiva esperienza mentale di Sé. L’attaccamento sicuro costituisce una premessa molto importante per l’acquisizione della teoria della mente. Al contrario, un bambino costretto a mettere in atto comportamenti difensivi per proteggersi da un genitore poco comprensivo svilupperà un attaccamento di tipo insicuro; il genitore, infatti, mostra al figlio le proprie difese, il quale le assimila: tutto questo ostacola un’adeguata comprensione della propria mente e di quella dell’altro. È possibile, infatti, comprendere gli altri solo se si ha una buona consapevolezza di Sé e se si è in grado di distinguere la realtà dalla finzione.

Con l’acquisizione della teoria della mente c’è la nascita del Sé riflessivo. È proprio attraverso quest’ultimo che il bambino ottiene la capacità di rappresentarsi come soggetto dotato di stati mentali, come i pensieri, i sentimenti, i desideri.

Ciò che consente di prevedere quale sarà lo stile di attaccamento che si svilupperà non è solo il comportamento osservabile della figura di riferimento, ma anche la capacità metacognitiva dello stesso. Se il bambino ha la possibilità di vedere se stesso nell’altro come essere pensato e pensante, allora l’immagine che interiorizza è quella di essere intenzionale, capace di pensare, sentire e desiderare.

Nelle famiglie in cui la capacità riflessiva dei genitori è estremamente compromessa, il bambino non ha l’occasione di sperimentare i propri stati mentali attraverso l’identificazione con lo stato mentale dell’oggetto. In questi casi il figlio ritrova nella mente del genitore, con una funzione riflessiva carente o inesistente, una rappresentazione di Sé del tutto inconsistente. Conseguenza di ciò è la compromissione dello sviluppo del Sé riflessivo. Le strategie messe in atto dal bambino sono drastiche, come l’aggressività e l’evitamento. È a questo livello che si colloca l’origine della psicopatologia borderline.

Nelle storie dei bambini, che svilupperanno il DBP, si riscontrano molto spesso un maltrattamento o un abuso all’interno di una relazione significativa e, contemporaneamente, mancanza di sicurezza e conforto. Il bambino, per sopravvivere, non può fare altro che eludere di rappresentarsi la mente del genitore, poiché non sarebbe in grado di comprendere le motivazioni che sottendono tali comportamenti di violenza. Rinvenire l’immagine di Sé nella mente del caregiver significherebbe riconoscere ostilità e rifiuto da parte dell’altro; per proteggersi da questo, il piccolo inibisce la propria capacità di cogliere gli stati mentali e finisce per concepirsi esclusivamente in termini di realtà fisica. Il deficit viene considerato una conseguenza dell’impossibilità di interiorizzare gli stati mentali del caregiver abusante.

Studi empirici recenti hanno dimostrato che le conseguenze dell’abuso subito durante l’infanzia, si tramandano attraverso le generazioni, dalle competenze metacognitive del genitore al figlio.


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Luigi Cancrini: l’oceano borderline e l’infanzia borderline

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Una revisione molto interessante della teoria strutturale delle relazioni oggettuali è stata compiuta dal Prof. Luigi Cancrini.

Egli riconosce i meriti di Kernberg, in particolare quello di aver differenziato in modo preciso e distinto quei pazienti che hanno in comune l’inclinazione ad utilizzare meccanismi di difesa basati sulla scissione ma che sono profondamente dissimili fra di loro, infatti una categoria di questi, i pazienti borderline, conserva il principio di realtà e ciò permette loro di poter organizzare la propria vita e di rispondere agli interventi terapeutici in modo diverso rispetto al paziente psicotico. Inoltre, i concetti espressi da Kernberg consentono di racchiudere all’interno di una grande e unica categoria diagnostica, quella dell’organizzazione borderline, forme cliniche tra loro diverse, ad esempio tossicomanie, disturbi del comportamento alimentare o perversioni sessuali.

Un limite tangibile e reale della teoria di Kernberg è quello di considerare la mente borderline una struttura; ciò rimanda all’idea di immodificabilità e, di conseguenza, il bambino si troverebbe incastrato per tutta la vita, e in modo definitivo, ad una struttura imperfetta della sua personalità.

Cancrini, per questo motivo, preferisce parlare di funzionamento borderline, termine che non esclude la reversibilità. Secondo l’autore, infatti, la reale differenza tra gli individui non è da ricercare tra la categorizzazione di nevrotico, psicotico e borderline, quanto piuttosto andare ad analizzare la soglia di attivazione dei relativi schemi di comportamento.

Una caratteristica assai comune della mente che funziona a livello borderline è la tendenza a dare giudizi estremi su se stessi e sugli altri e ciò è dovuto all’utilizzo della scissione. È possibile riscontare questo stesso funzionamento in tutti gli esseri umani; infatti tutti i bambini tra i 15 e i 21 mesi, attraversano una fase simile a quella del funzionamento borderline, il che li porta a considerare la madre in maniera dicotomica: buona nel attimo in cui è presente e li nutre, suscitando così sentimenti di gioia e gratificazione, cattiva quando è assente, generando sentimenti di odio e rabbia.

Questa fase viene superata intorno ai 3 anni, quando il bambino riesce ad integrare le parti scisse; questo processo prosegue nel tempo fino ai suoi massimi livelli nell’età adulta.

Quello che sottolinea Cancrini come importante è che la tendenza a regredire verso la modalità di funzionamento borderline è sempre possibile, soprattutto in situazioni di stress e tensione, come accade, ad esempio, nel lutto, nelle crisi evolutive, nell’innamoramento etc.

Questa regressione è possibile sia nelle persone più sane e mature sia in quelle meno, per le quali è ovviamente più facile che ciò avvenga.

Quando un bambino piccolo cresce e si sviluppa in un ambiente traumatico, caratterizzato da scontri, carenze di cure e paura, la sua capacità di integrare le rappresentazioni buone e cattive del Sé e dell’altro non si sviluppa completamente e la soglia di attivazione del funzionamento borderline tende a restare più bassa del normale.

Ciò che diversifica le persone è la particolare tendenza di alcune a regredire a livelli di funzionamento borderline quando si trovano di fronte alle dure prove della vita; quello che ne consegue è una mente che funziona senza sfumature, caratterizzata da giudizi totalitari e opposti. La peculiarità del funzionamento borderline è però l’oscillazione che avviene tra questi due stati d’animo contrastanti.

Riassumendo il pensiero di Cancrini, è possibile affermare che il funzionamento borderline è uno dei possibili funzionamenti di ogni persona, in quanto rappresenta una tappa dello sviluppo psichico di ciascuno.

La regressione a tale funzionamento dipende dal superamento di una soglia di attivazione, diversa per ogni individuo, il cui valore dipende dalle esperienze dell’infanzia.

Una soglia di attivazione bassa è caratteristica di individui con un DP, al contrario è alta in soggetti maturi e affidabili. È però importante evidenziare il fatto che questa soglia oscilla continuamente, in base alle varie problematicità che caratterizzano la vita di ogni persona.

Per quello che riguarda l’eziologia, Cancrini ha definito la sua teoria le infanzie infelici.

Con questo concetto egli si riferisce alle infanzie di quei bambini che sono costretti a vivere, per un lungo periodo di tempo, in contesti che non consentono un funzionamento integrato della mente del piccolo, bloccando o stravolgendo lo sviluppo della sua capacità di integrare le rappresentazioni buone e cattive di Sé e dell’oggetto.

I vari contesti sono ovviamente diversi tra di loro ma ciò che hanno in comune è la capacità di innescare molteplici forme di funzionamento borderline della mente.

Maltrattamenti, abusi, trascuratezza o, più in generale, le infanzie infelici generano, tendenzialmente, adulti problematici. Il lavoro magistrale di Cancrini si propone proprio di rintracciare nell’adulto, che presenta manifestazioni psicopatologiche, il bambino ferito e ripercorrere con il paziente quella che è stata la sua infanzia infelice. Allo stesso tempo, Cancrini prende in cura anche i bambini feriti reali, con lo scopo di fermare il loro inesorabile viaggio verso il DP.

Lo studio condotto da Cancrini si basa sostanzialmente sul testo Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità di L. Smith Benjamin e sulle osservazioni dirette dei bambini infelici presso il Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia e presso la Domus de Luna.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Luigi Cancrini, L’Oceano Borderline, Racconti di Viaggio, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006, p.16.

Lorna Smith Benjamin, Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, Roma, LAS, 1999.


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Le infanzie infelici – 2° parte

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Quando i bisogni fondamentali del bambino vengono soddisfatti, egli si ritrova a vivere una condizione di felicità. In particolare, questo accade quando riceve amore incondizionato da parte dei genitori, indipendentemente dagli eventi avversi che possono caratterizzare la vita familiare o dal comportamento del bambino; quando i suoi pensieri e i suoi sentimenti vengono considerati e apprezzati; quando è soddisfatto il bisogno di stabilità affettiva ed infine quando vengono riconosciuti e rispettati i ruoli generazionali interni alla famiglia.
Nel momento in cui questi bisogni primari vengono trascurati e ignorati, è possibile che il bambino possa provare insicurezza e angoscia esistenziale, le quali rappresentano una seria minaccia allo sviluppo sano dello stesso. Questa condizione è tipica del bambino che cresce dentro una famiglia disarmonica, la quale determinerà un’evoluzione disfunzionale del piccolo. Egli, alla lunga, mostrerà per mezzo del corpo, del comportamento o dello stato emotivo, tutta la sua sofferenza e tutto il disagio psicologico, ossia il suo stato di infelicità.

La famiglia perfetta ovviamente non esiste e per serenità non si intende l’assenza di difficoltà, di malattie, di ostilità, di lutti e di eventi sfavorevoli. Al contrario, la serenità è una condizione emotiva che il bambino respira in famiglia tramite il modello concreto dei genitori, ossia attraverso i modi in cui questi ultimi affrontano gli avvenimenti della vita, dando ai loro figli una visione ottimistica e positiva delle cose, senza tuttavia nascondere loro le problematicità e le difficoltà. La serenità si basa, sia a livello coniugale sia nelle relazioni con le rispettive famiglie di origine, sull’armonia, sull’affetto e sul rispetto. Sono le ostilità e i conflitti tra i coniugi o tra questi e le rispettive famiglie ad influenzare e a danneggiare i rapporti affettivi positivi tra genitori e figli. Questi ultimi diventano, spesso, dei capri espiatori delle ostilità che si verificano a livello familiare, obbligati a schierarsi con uno dei due genitori. Per valutare il funzionamento di una famiglia è indispensabile valutare i confini esistenti tra i vari membri di essa. Quando le informazioni scambiate sono appropriate per qualità e attinenza rispetto alla relazione e alla fase del ciclo vitale si parla di confini chiari. I confini sono invece diffusi se si ha un passaggio di informazioni quantitativamente eccessive e qualitativamente non pertinenti, in questo caso la famiglia viene definita invischiata. Infine si parla di confini rigidi se la quantità di informazioni inviate ad un membro della famiglia sono insufficienti, ciò accade nelle famiglie disimpegnate. Sia la famiglia invischiata sia quella disimpegnata presentano confini disfunzionali.

Salvador Minuchin ha introdotto il concetto di triade rigida per denotare una configurazione relazionale nella quale i figli vengono utilizzati dai genitori per schivare o spostare i conflitti esistenti a livello di coppia, definendo così una struttura triadica in cui il confine tra il sottosistema genitoriale e quello del figlio è diffuso, mentre il confine intorno alla triade genitori-figlio è rigido.
È all’interno di questo quadro che è possibile identificare il sintomo, il quale insorge in un momento specifico dello sviluppo per poi essere regolarmente monitorato lungo tutto l’arco temporale della crescita, fino all’età adulta. L’origine del sintomo va individuata nel legame tra le cure del caregiver, i fattori genetici e socio-ambientali e le risposte specifiche individuali.
Il sintomo è strettamente collegato alla qualità dell’adattamento nei vari contesti di vita, quali la famiglia, la scuola, il rapporto con i pari e la società, del bambino prima e dell’adolescente in seguito. La famiglia, essendo un organismo sociale, ha un proprio ciclo vitale: nasce, cresce, si riproduce e muore. Come accade negli individui, anche nella famiglia esistono periodi di crisi che mettono alla prova la salute e la maturità del gruppo familiare stesso; alcuni momenti di crisi implicano evoluzione e crescita, altri comportano un blocco nello sviluppo in quanto la famiglia non è in grado di superare adeguatamente le crisi. 1

Il modello del ciclo di vita proposto nel 1980 da Carter e McGoldrick ha lo scopo di rappresentare lo sviluppo della famiglia sana e delle relative dinamiche relazionali. La famiglia, infatti, è considerata l’unità base per lo sviluppo emozionale dei propri membri.
In ogni fase del modello proposto da Carter e McGoldrick almeno tre o quattro generazioni si trovano a dover cambiare contemporaneamente e ad adattarsi alle trasformazioni del ciclo di vita, tramite paragoni tra aspettative e bisogni diversi tra loro.
Tale sviluppo si svolge su due assi: l’asse verticale, il quale riguarda il passaggio dei modelli relazionali di generazione in generazione; l’asse orizzontale, il quale indica le crisi e gli eventi, normativi e paranormativi 2 che interessano l’intera famiglia.
I sintomi emergono laddove si intersecano problematiche derivanti dalla storia trigenerazionale, asse verticale, con quelle che si possono incontrare durante il proprio ciclo di vita, asse orizzontale.

Secondo Carter e McGoldrick, il ciclo vitale della famiglia può essere suddiviso in sei fasi:
1. Giovane adulto senza legami, il quale ha il compito emozionale di differenziarsi e definire il proprio Sé rispetto ai familiari;
2. Formazione della coppia, in cui il compito emozionale è quello di creare l’identità della coppia, con conseguente ridefinizione delle relazioni con le famiglie di origine;
3. Nascita del primo figlio e famiglia con bambini piccoli, il figlio deve essere accettato come nuovo membro del sistema, si sviluppano i ruoli genitoriali e vengono nuovamente rinegoziati i rapporti con le famiglie di origine;
4. Famiglia con adolescenti, in questa fase i confini familiari divengono sempre più flessibili al fine di permettere lo svincolo dei figli;
5. Famiglia con figli adulti che escono di casa, la famiglia, in questo caso accetta movimenti di uscita ed entrata sempre più numerosi. È la fase del nido vuoto;
6. Famiglia nell’età anziana, fase in cui è indispensabile acconsentire il cambiamento dei ruoli generazionali, conservare il funzionamento della coppia e sostenere i giovani.

Orientamenti più attuali di questo modello inseriscono, all’interno delle fasi del ciclo vitale, delle microtransizioni quotidiane dalle quali deriva la capacità della famiglia di affrontare con successo gli eventi critici presenti nei diversi momenti evolutivi. Il concetto di sviluppo familiare si crea in senso sovraordinato ed include compiti di sviluppo, fasi evolutive, eventi critici e microtransizioni.
Gli eventi critici sono avvenimenti che distinguono una fase del ciclo di vita, consentendo alla famiglia il passaggio allo stadio consecutivo. In un primo momento la famiglia vive una fase di rottura rispetto alle precedenti modalità organizzative, in seguito si dà inizio ad un momento di transizione che può terminare o in una riorganizzazione evolutiva della famiglia oppure, se questa non riesce ad affrontare i compiti di sviluppo specifici dall’evento critico, in una destrutturazione del sistema.
La famiglia in grado di cambiare, di adattarsi alle circostanze, è una famiglia normale, sana e non patologica. Se la famiglia, invece, non riesce ad adeguarsi agli eventi, in uno dei suoi membri possono comparire i sintomi.
Le crisi spesso corrispondono con i momenti della vita familiare legati al suo ciclo storico. Nel matrimonio è necessario il passaggio dall’innamoramento alla disillusione oggettuale fino alla nascita di un vero legame d’amore. I membri della coppia devono imparare a condividere la quotidianità. Con la nascita del primo figlio emerge il problema legato all’introduzione di un terzo membro nella coppia. Il neonato può essere considerato da uno dei due coniugi come un avversario in amore, ossia la rivalità edipica. Questa situazione può ripetersi anche con la nascita di altri figli. Con l’entrata dei figli in età scolare, la socializzazione con i pari implica lo stretto e assiduo contatto con altri gruppi familiari e con essi l’introduzione di nuovi valori e abitudini che mettono in discussione i valori familiari, fino a quel momento assoluti e indiscutibili. Con la pubertà e l’adolescenza dei figli questi impongono condizioni nuove e contestano i valori familiari e gli ideali. Il conflitto edipico si inasprisce. Durante il periodo della crisi di mezza età dei genitori si effettuano i bilanci di quanto è stato fatto o non fatto nella vita. Affiorano i problemi non risolti relativi riguardo la sottomissione alla famiglia di origine, alle norme sociali, etc. Per quanto riguarda l’indipendenza dei figli, i genitori, che fino a quel momento hanno avuto come compito principale la cura e l’attenzione nella crescita dei figli, si ritrovano da soli e a dover saggiare la qualità e l’intensità del legame esistente tra di loro. Possono riemergere problematicità e conflitti irrisolti. Altri eventi critici possono essere la menopausa e il climaterio, le crisi economiche e politiche, le malattie fisiche, il divorzio e la costruzione di nuove famiglie, la morte dei genitori o di altri membri della famiglia.
Una famiglia sana è quindi contraddistinta dalla capacità di cambiamento nel corso del ciclo vitale, dalla capacità di equilibrio tra l’intimità e la distanza nelle relazioni intrafamiliari, dall’opportunità di una relativa indipendenza dei membri tra loro e la possibilità di tollerare la vicinanza, dalla capacità di valutare i conflitti in modo positivo, stimolando i cambiamenti e l’adattamento a nuove condizioni, dalla presenza di comunicazione tra i membri al fine di risolvere insieme i problemi.

Un bambino, costretto a vivere per un periodo di tempo abbastanza lungo in un ambiente ostile e in condizioni estremamente complicate, non per forza sarà un bambino infelice. Infatti, affinché questa infelicità si evidenzi realmente, è fondamentale che il bambino viva queste difficoltà in estrema solitudine. Un bambino che non si sente solo, abbandonato e trascurato è in grado di affrontare e superare, senza gravi danni psichici, prove estremamente complesse e faticose. Ciò consente al bambino, a distanza di tempo e quando la situazione lo permette, di sviluppare rapidamente una nuova relazione, basata sul sentimento e sulla fiducia, con un altro nuovo. In questo caso, l’altro nuovo sostituisce l’oggetto buono introiettato in precedenza dal bambino senza trasformarsi in un personaggio cattivo, ostile, come accade in altre circostanze.
La sola esposizione a circostanze difficili, quindi, non è sufficiente di per sé a nuocere gravemente un bambino. Quando però egli si ritrova ad affrontare in solitudine queste condizioni di sofferenza, è molto probabile che in età adulta possa sviluppare un disturbo di personalità.
Le infanzie infelici, osservate e descritte da Cancrini, sono state suddivise in tre gruppi, a seconda della gravità del maltrattamento subito.
Il primo gruppo include quelle infanzie caratterizzate sia da violenza psicologica ma anche e soprattutto da maltrattamenti fisici, abusi sessuali e trascuratezza. Appartengono a questo gruppo l’infanzia borderline, quella antisociale, la paranoidea e infine l’infanzia schizotipica.
Il secondo gruppi include l’infanzia narcisista, quella istrionica, la ossessivo-compulsiva, l’evitante e la schizoide, ossia infanzie in cui i processi di cura sono presenti ma male impostati e i maltrattamenti sono per lo più di ordine psicologico.
Infine, l’ultimo gruppo comprende l’infanzia dipendente e passivo-aggressiva, in cui i processi di cura, inizialmente sufficienti, diventano gradualmente errati, deboli o insoddisfacenti.

Per concludere, considerando i dati di un’indagine svolta su territorio italiano dall’organizzazione internazionale Terre des hommes in collaborazione con Cismai, in cui è stato evidenziato che, in Italia, 1 bambino su 100 risulta vittima di una qualche forma di maltrattamento, è facile intuire quanto sia urgente e necessario intervenire sia ad un livello di cura ma anche a livello di prevenzione. Per quanto riguarda la prevenzione primaria, è necessario intervenire nel contesto sociale, in particolare nelle scuole, fornendo agli insegnanti, agli educatori e agli operatori strumenti per identificare il disagio dei minori che vivono in contesti violenti; nella prevenzione secondaria è importante rilevare precocemente la violenza laddove sussistano i fattori di rischio, così da interrompere il maltrattamento e proteggere le piccole vittime; infine, nella prevenzione terziaria, evitare il ripetersi della violenza, dell’abuso e aiutare la vittima a superare il danno attraverso la verbalizzazione e il cambiamento del contesto.

La famiglia è o, meglio, dovrebbe essere il luogo predisposto alla cura dei figli, luogo di amore e accudimento, che permette ai piccoli di crescere e svilupparsi in modo sano, con una rappresentazione di Sé stabile, integrata, sicura, capace, di una persona degna di essere amata. Tuttavia non sempre accade questo e la famiglia diviene luogo di maltrattamento e abuso ed è proprio in questi casi che bisogna intervenire mettendo in atto azioni chiare, tempestive e concrete di ordine psicologico, sociologico, educativo, giuridico e medico. È necessario, infatti, sottolineare l’importanza di sviluppare una concezione in cui si metta al centro dell’attenzione la tutela e la felicità del bambino. Solo quando si arriverà a comprendere la grandezza dell’impatto che gli avvenimenti dell’infanzia hanno sullo sviluppo della persona allora, molto probabilmente, si porgerà maggiore attenzione al maltrattamento e all’abuso subito dai minori.

 

 

Bibliografia
ANDOLFI M., La terapia con la famiglia, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977, passim.
BENJAMIN L. S., Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, a cura di P. SCILLIGO, LAS, 1999, passim.
BOWEN M., Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del Sé nel sistema familiare, a cura di ANDOLFI M., DE NICHILO M., Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1980, passim.
BOWLBY J., Attaccamento e perdita: attaccamento alla madre, trad. SCHEPISI M. A., SCHWARZ L., vol. I, Torino, Bollati Boringhieri Editore, 1999, passim.
CANCRINI L., La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2013, 3°, (2012), passim.
______________, L’oceano borderline. Racconti di viaggio, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2006, passim.
CIRILLO S., DI BLASIO P., La famiglia maltrattante, Milano, Cortina Raffaello Editore, 1989, passim.
FONAGY P., TARGET M., Attaccamento e funzione riflessiva, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2001, passim.
HOFFMAN L., Principi di teoria della famiglia, trad. MANCINI M., Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1984, passim.
Il lutto infantile, a cura di CASSIBBA R., ZAVATTINI G. C., trad. SANTUCCI C., Bologna, Il Mulino Editore, 2007.
LINGIARDI V., GAZZILLO F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014, passim.
LINGIARDI V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore, pp. 317-318.
MINUCHIN S., Famiglie e terapia della famiglia, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977, passim.

Sitografia
Pubblicazioni on-line:
FONAGY P., STEELE M., STEELE H., MORAN G.S., HIGGITT A.C., The capacity for understanding mental states: the reflective self in parent and child and its significance for security of attachment, http://mentalizacion.com.ar/images/notas/The%20capacity%20for%20understandig%20mental%20states.pdf [data della pubblicazione 1991]
FONAGY P. TARGET M., Attachment and reflective function: their role in self-organization, http://mhfamilypsychology.com/docs/Fonagy%20Reflective%20Functioning%20Paper.pdf [data ultima consultazione 3 maggio 2015]

Riviste on-line:
DÈTTORE D., I disturbi di personalità: un’analisi critica dei gruppi diagnostici. http://www.neurolinguistic.com/proxima/articoli/art-53.htm [data ultima consultazione 9 settembre 2015]


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Le infanzie infelici – 1° parte

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Numerosi studi empirici ed osservazioni cliniche dimostrano come esperienze traumatiche di maltrattamento ed abuso, vissute durante l’infanzia, siano molto spesso correlate con una psicopatologia in età adulta.

Alcune condizioni familiari, contrassegnate da violenza e rabbia, costituiscono quelle infanzie che Luigi Cancrini definisce infelici. In particolare, egli si riferisce a quei bambini che subiscono gravi maltrattamenti ed abusi e che sono costretti a vivere in un ambiente che non permette alle loro ferite di rimarginarsi 1. Ciò determina in loro degli effetti immediati, in termini di regressione ad un livello borderline della mente, ossia un funzionamento non integrato della nostra mente, la quale funziona senza sfumature, caratterizzata da giudizi totalitari, e conseguenze a lungo termine, ovvero lo sviluppo di un disturbo di personalità, una modalità di pensiero e comportamento disadattivi che compromette le sfere di vita dell’individuo, quali quella cognitiva, affettiva ed interpersonale.

Bambini che nascono e si sviluppano in contesti poco favorevoli, sottoposti continuamente a traumi da parte dei genitori, possono reagire con un sistema di meccanismi di difesa primitivi, basati sulla scissione, che hanno il compito di allontanare da loro l’angoscia ma, contemporaneamente, arrestano il naturale processo di integrazione della mente, essenziale per la crescita psicologica.

È importante sottolineare, però, che la correlazione tra le esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia e lo sviluppo dei disturbi di personalità nell’adulto non è una conseguenza automatica ed inevitabile, infatti è possibile evitare lo sviluppo di una psicopatologia, sia durante l’adolescenza sia durante l’età adulta, occupandosi in modo adeguato dei bambini che vivono in contesti caratterizzati da maltrattamento, abusi, violenza e trascuratezza.

Per questo è indispensabile curare questi bambini, in particolare Cancrini propone la combinazione di due tipi di intervento, il primo è definito sociale/giudiziario, il quale prevede l’allontanamento del bambino dal contesto patologico per mezzo di affidamenti, adozioni o inserimento in case famiglia; tale allontanamento è sufficientemente motivato in quanto i genitori risultano incompetenti, come nel caso di genitori tossicodipendenti, alcolizzati o madri prostitute. Questo tipo di intervento consente di modificare stabilmente le condizioni di vita del piccolo e quindi di instaurare una relazione nutritiva, protettiva, benevola con un nuovo caregiver. Quando questo allontanamento non è adeguatamente giustificato potrebbe, invece, determinare effetti opposto sulla condizione psichica del bambino, il quale ha effettivamente bisogno di restare con i propri genitori; solitamente è auspicabile intervenire a sostegno del nucleo familiare con lo scopo di riuscire a salvaguardare il legame con le figure genitoriali o con almeno una di esse.
Contemporaneamente a questo primo intervento è necessaria una psicoterapia appropriata, sia essa individuale o familiare, a seconda della situazione. Ciò permette al bambino di verbalizzare ed elaborare il trauma vissuto con la figura di accudimento. Infatti, quello che nuoce gravemente alla salute mentale del piccolo non è il trauma in quanto tale, ma il fatto di vivere questa condizione di sofferenza in completa solitudine.

Uno strumento molto interessante, applicato nel corso degli ultimi anni a vari studi relativi ai processi psicologici, è la Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby. Questa teoria, formulata originariamente per descrivere e spiegare il legame emotivo esistente tra caregiver e bambino, attualmente fornisce contributi molto interessanti e considerevoli per la comprensione della psicopatologia in età evolutiva, illustrando come le prime relazioni significative di attaccamento influiscano sullo sviluppo, sia sano sia patologico, del bambino.
Per questo motivo sono stati analizzati i MOI dei vari stili di attaccamento, in particolare quelli relativi all’attaccamento disorganizzato, il quale è correlato con la psicopatologia in età adulta.
L’attaccamento disorganizzato si sviluppa nell’80% dei bambini inseriti in famiglie definite maltrattamenti in cui è presente il genitore spaventante; questa incidenza scende al 15% nella popolazione a basso rischio, in questo caso il genitore non è maltrattante ma spaventato, ossia presenta traumi non risolti, quali incesti, violenza, lutti non elaborati, con la propria figura di accudimento.
Il sistema comportamentale di attaccamento svolge una funzione fondamentale, ossia quella di favorire la sopravvivenza tramite il mantenimento della vicinanza con la figura di accudimento. Questo sistema non può svilupparsi adeguatamente quando il caregiver diviene di per sé fonte di paura, ossia maltratta. Lo stesso accade quando il genitore è spaventato, in quanto il bambino, non essendo in grado di identificare la fonte di paura del caregiver, può arrivare a pensare di essere egli stesso la causa di tale angoscia e sviluppare un’idea di Sé come cattivo e pericoloso.
Il comportamento che questi bambini sviluppano, definito disorganizzato/disorientato, deriva quindi sia da maltrattamenti diretti da parte del genitore, sia come effetto di seconda generazione per un trauma non risolto del caregiver.
È proprio su questo concetto che si basa l’ipotesi secondo cui esista una trasmissione transgenerazionale dei pattern di attaccamento, cioè un’associazione tra lo stile di attaccamento del bambino e lo stato della mente del genitore. Questa continuità è stata evidenziata da Peter Fonagy e Mary Target, i quali somministrando l’Adult Attachment Interview hanno evidenziato una corrispondenza pari al 73-80%. Nel caso di madri il cui stato della mente era stato classificato come irrisolto-disorganizzato, queste donne tendevano ad avere figli disorganizzati-disorientati. Ne consegue che, una volta adulti, questi bambini possono diventare loro stessi genitori e correre così il rischio di mettere in atto condotte maltrattanti e abusanti. Da ciò è facile desumere quanto sia forte il peso delle esperienze traumatiche dell’infanzia sulla patologia adulta.
Stabilito che nella psicopatologia sia presente un’indiscussa continuità, questo conduce inevitabilmente ad accettare una prospettiva evolutiva, al fine di comprendere quali sono i meccanismi che provocano il disturbo, così da poter identificare i fattori di rischio e quelli di resilienza.

Un aspetto innovativo e rilevante è la funzione riflessiva, descritta da Fonagy, ossia la capacità di tenere a mente la mente, che permette di interpretare e comprendere i propri e altrui comportamenti in termini di ipotetici stati mentali (sentimenti, desideri, intensioni, convinzioni…). Questa funzione è fondamentale per l’organizzazione e la formazione del Sé e per la regolazione affettiva. Viene acquisita all’interno di un attaccamento sicuro, in cui il caregiver considera il figlio come altro rispetto a Sé, distinguendo i propri stati mentali da quelli del piccolo e che grazie alle proprie capacità riflessive, guida il bambino nella comprensione dei suoi e altrui comportamenti. In questo tipo di attaccamento viene così a svilupparsi una sana teoria della mente, in quanto viene fornita al bambino una fiducia di base che gli consente di esplorare gli stati mentali del genitore senza sentirli minacciosi e annullanti; il bambino trova nella mente del caregiver una rappresentazione di Sé come essere pensato e pensante, infatti i suoi stati mentali possono venir compresi e restituiti dal genitore in forma adeguata. La mentalizzazione è una capacità che risulta collegata alla modalità di accudimento ed alle cure ricevute dal bambino nell’infanzia. Infatti, l’interesse per la mente dell’altro è possibile solo se il bambino ha potuto fare l’esperienza precoce che i suoi stati interni sono stati compresi da un’altra mente. Difficoltà di mentalizzare sono state riscontrate nella maggior parte dei soggetti affetti da disturbi di personalità, in particolare con diagnosi di disturbo borderline di personalità. Risulta compromessa in una percentuale significativa di soggetti che hanno vissuto un’esperienza traumatica, soprattutto nell’infanzia. Il maltrattamento, infatti, spinge il bambino a non assumere la prospettiva dell’altro, che viene percepito come minacciante.
Fonagy e Target hanno sottolineato come molti soggetti borderline che hanno subito, nel periodo infantile, situazioni di abuso fisico o maltrattamento, hanno anche attivato un parallelo misconoscimento degli stati mentali dei propri genitori, difendendosi così da una consapevolezza che sarebbe stata troppo pericolosa per lo sviluppo del proprio Sé. In effetti, se avessero riconosciuto l’odio implicito negli atti di abuso dei propri genitori, di chi avrebbe cioè dovuto prendersi cura di loro, sarebbero stati costretti a rappresentare se stessi come indegni di amore. In questa prospettiva, è comprensibile il motivo per cui i soggetti con disturbo borderline di personalità mostrino una così consistente difficoltà a mentalizzare, a «tenere a mente la mente», a rappresentarsi cioè le emozioni ed i pensieri sia propri che altrui.

 

Bibliografia
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Sitografia
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