Tag Archives: aggressività

  • 0

Cos’è la violenza?

Tags : 

Etimologicamente violenza deriva da violare, ossia infrangere i limiti, oltrepassare i limiti altrui. Con il termine violenza si indica ogni azione fisica o verbale attraverso la quale si intende annullare l’altro o distruggerne una parte, la sua volontà. Nella violenza, il desiderio di far scomparire l’altro, di escluderlo, di ridurlo al silenzio diventa più forte e fondamentale rispetto al desiderio di dialogo e di confronto. La violenza conduce alla negazione dell’altro, al suo annientamento, alla sua morte, non sempre in senso fisico ma anche e soprattutto psicologico. Più in generale, la violenza fa si che, all’interno di una relazione, entrino in gioco due elementi, il potere e il controllo e, soprattutto, la donna non può decidere liberamente per se stessa.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la violenza è definibile come “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, o la minaccia di tale uso, rivolto contro se stessi o contro un’altra persona che produca, o che sia molto probabile che possa produrre, lesioni fisiche, morte, danni psicologici, danni allo sviluppo, provazioni”.
I dati dell’ultimo studio ufficiale dell’ISTAT risalgono al 2014 e mettono in evidenza un dato allarmante, ossia che 6 milioni e 788 mila donne, di età compresa tra i 16 e i 70 anni, hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale (il 31,5%). Questi dati ci permettono di affermare che la violenza è un fenomeno grave, diffuso e trasversale tra i diversi status sociali.
Le conseguenze della violenza possono verificarsi sia a livello fisico sia a livello psicologico. Sul piano fisico comporta dolore fisico e muscolare, lividi, lesioni, lacerazioni e abrasioni a livello genitale e malattie sessualmente trasmissibili. A livello psicologico, la donna può sviluppare disturbi psicosomatici, disturbo del sonno, disturbi alimentari, ansia, attacchi di panico, disturbo da stress post-traumatico.


  • 0

Lo strano caso di Phineas Gage

Tags : 

Uno dei cas più celebri nella storia della neurologia è sicuramente quello di Phineas Gage.

È il 13 settembre del 1848, siamo nel Vermont e precisamente vicino la città di Cavendish, nella contea di Windsor. Alcuni operai sono al lavoro per la costruzione della nuova linea ferroviaria Rutland-Burlington Railroad. Un grosso masso ostacola i lavori. Gage pensa di farlo esplodere collocando una carica di polvere da sparo all’interno della roccia, dopo aver praticato un foro. Versata la polvere, Phineas inizia a pressarla utilizzando una lunga barra di ferro ed un martello. Dopo poco la disgrazia: una scintilla, generata dalla percussione, accende la polvere e, di conseguenza, l’asta di metallo, lunga circa un metro e larga 3 cm, entra nello zigomo sinistro dell’uomo per poi fuoriuscire dalla sommità destra del cranio. Nonostante la gravità dell’incidente, l’uomo riprende conoscenza dopo pochi minuti.

 

 

 

 

 

 

Phineas sopravvisse all’accaduto ma tutti notarono un lui un grosso cambiamento nella personalità: l’uomo era diventato, improvvisamente, scurrile, inquieto, blasfemo, intrattabile, violento.

Cosa era accaduto? L’asta aveva provocato un grave trauma cranico che interessò i lobi frontali del cervello. Questo caso clinico illustra il ruolo critico svolto dalla corteccia orbitofrontale e da quella prefrontale, le quali esercitano un’influenza inibitoria sull’emergere dei comportamenti aggressivi impulsivi. In particolare, lesioni della corteccia prefrontale all’inizio dell’infanzia possono determinare un comportamento disinibito e aggressivo durante l’età adulta1, mentre la riduzione della materia grigia nell’area prefrontale è stata associata al disturbo di personalità antisociale, caratterizzato da comportamenti aggressivi e impulsivi2.

Un altro caso clinico molto affascinante è quello di Tommy McHugh, un operaio inglese che all’età di 51 anni ha avuto un ictus cerebrale che ha compromesso entrambi i lobi frontali. Dopo la dimissione dall’ospedale, Tommy ha sviluppato straordinarie doti artistiche, mai avute in precedenza, tra cui la poesia e la pittura.


  • 0

Il termine Borderline: origini ed evoluzione

Tags : 

Il termine Borderline 1 è stato coniato dallo piscoanalista americano Adolph Stern nel 1938, il quale partendo da osservazioni cliniche 2 ha descritto, per la prima volta, la maggior parte dei sintomi del disturbo e ha rilevato che un gran numero di pazienti presentava caratteristiche non assimilabili alle classificazioni nosologiche in uso all’epoca e non rispondevano ai trattamenti psicoterapeutici. Come conseguenza, la classica distinzione tra “nevrosi” e “psicosi” lasciò spazio ad una nuova area di diagnosi e di intervento clinico, ovvero l’area borderline.

Nel 1942, Helene Deutsch condusse uno studio molto interessante sulle cosiddette personalità “Come-Se” nel quale l’autrice descrive una tipologia di carattere all’apparenza normale ma che, ad un’analisi più approfondita, mostrava un grave disturbo di personalità e colui che ne soffriva tendeva ad assumere su di sé le caratteristiche dei soggetti con cui si relazionava.

Nel 1953, il vocabolo borderline viene utilizzato da Robert Knight per identificare una particolare categoria diagnostica, caratterizzata da una severa debolezza dell’Io e da netta incapacità di gestire gli impulsi. Questo autore fu il primo a proporre di concepire questa entità nosografica come autonoma e di allargare questa tipologia di funzionamento a tutti quei pazienti considerati fino a quel momento non classificabili e non inquadrabili nelle categorie note.

Durante gli anni ’60, Roy Grinker e il suo gruppo di ricerca osservarono ben oltre sessanta pazienti ricoverati presso il Michael Reese Hospital di Chicago. Questa fu il primo studio condotto su pazienti con la “sindrome di confine”. Fu per merito di questo autore che si riuscì a dare maggior rigore diagnostico all’esistenza della sindrome borderline.

I criteri diagnostici utilizzati si basavano prevaletemene su comportamenti osservabili, in particolare: ipersensibilità alle critiche, paura e inadeguatezza dei rapporti intimi, disturbi dell’identità, bassa autostima, tendenza alla depressione, difese primitive (negazione e proiezione), sospettosità, rabbia come emozione prevalente, etc. Vennero identificati quattro gruppi di pazienti che si collocavano lungo un continuum sintomatologico, che andava dal versante psicotico a quello nevrotico, passando per altre due tipologie, il “borderline nucleare”, caratterizzato da identità diffusa, acting out aggressivi, prevalenza affetti negativi e difficoltà a mantenere le relazioni personali stabili e il “borderline come se”, la cui particolarità era la perdita diffusa dell’identità, che generava il bisogno di prendere a prestito l’identità altrui.

Negli anni Sessanta del 1900, Otto Kernberg prende le mosse dal lavoro innovativo di Freud e lo coniuga con la teoria delle relazioni oggettuali di Melanie Klein e la Psicologia dell’Io di Margaret Mahler e di Edith Jacobson. Questo lavoro lo porta a descrivere un nuovo livello di organizzazione della personalità, ossia quello borderline.
Kernberg descrive una serie di criteri strutturali necessari per determinare il livello dell’organizzazione di personalità. Essi sono:
1. Integrazione vs. diffusione dell’identità.
2. Meccanismi di difesa.
3. Esame di realtà.

Dopo Kernberg, altri autori hanno portato avanti delle ricerche nel campo della psicopatologia borderline. Tra questi, è necessario menzionare Gunderson e Singer, i quali hanno descritto il disturbo borderline attraverso la creazione dell’Intervista Diagnostica per i Borderline. Attraverso questo strumento è stato possibile evidenziare sei peculiarità della patologia borderline: affettività intensa, di natura prevalentemente rabbiosa o depressiva; impulsività; pattern relazionali instabili; episodi psicotici transitori; tendenza a perdere i nessi associativi se sottoposti a test proiettivi o comunque a situazioni non strutturate e adattamento superficiale alle situazioni sociali.

A partire da questo momento, il disturbo borderline di personalità 3 trova la sua posizione all’interno del DSM.

Robert Spitzer, nel 1979, gettò le basi per l’inserimento di questo disturbo nel DSM-III. L’autore analizzò le due condizioni psicopatologiche in cui il termine borderline compariva: la condizione borderline schizotipica e la sindrome della personalità instabile. La prima veniva considerata una forma attenuata di schizofrenia, con la presenza di gravi disturbi del comportamento, dell’affettività, del pensiero e delle relazioni. Con il tempo perse la connotazione di borderline e nel DSM-III venne inserito come personalità schizotipica.  La seconda, era una sindrome che si manifestava con disturbi del carattere, degli impulsi e delle relazioni sociali. Anche questa perse la sua sfumatura di instabile e divenne la personalità borderline.  

Bibliografia

Lingiardi V., La personalità e i suoi disturbi, Milano, Il Saggiatore, 2004, passim

Lingiardi V., Gazzillo F. La personalità e i suoi disturbi, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2014, Edizione Kindle.

 

 


  • 1

I meccanismi di difesa dell’Io

Tags : 

I meccanismi di difesa sono aspetti psicologici inconsci che moderano il conflitto e di conseguenza l’angoscia. Le difese sono evolutivamente indispensabili e hanno molte funzioni positive, in particolare operano per proteggere il Sé da una minaccia. La persona che le utilizza cerca inconsciamente di evitare o gestire l’angoscia e di mantenere la propria autostima.

Ogni individuo ha delle difese preferenziali, che corrispondono al nostro modo abituale di affrontare le situazioni problematiche. La preferenza per un tipo di difesa deriva da una serie di fattori, quali il temperamento costituzionale, la natura delle difficoltà subite nella prima infanzia, le difese adoperate dai genitori, gli esiti sperimentati dall’uso di particolari difese.

Le difese possono essere normali e adattive oppure patologiche. Sono una delle funzione dell’Io e sono inconsce. Sono dinamiche e mutevoli ma, in stati patologici possono divenire rigide. Sono collegate a stati psicologici diversi, ad esempio l’annullamento e l’isolamento sono proprie della nevrosi ossessiva. Sono associate a vari livelli di sviluppo. Alcune sono considerate primitive, altre mature.

Le ricerche odierne nell’ambito delle neuroscienze stanno convalidando l’esistenza di meccanismi cerebrali alla base dell’elaborazione mentale inconscia.

Acting out
Espressione dei vissuti emotivi dell’individuo attraverso l’azione piuttosto che con il linguaggio. La persona mette in atto comportamenti in modo poco riflessivo, senza riflettere sulle possibili conseguenze negative. Esempi sono gli atti violenti, i furti, le menzogne o i rapporti sessuali occasionali, lo scopo è quello di gestire un conflitto emotivo non risolto.

Annullamento
Caratteristico del Disturbo Ossessivo Compulsivo, è un meccanismo di difesa formato da due fasi. Nella prima, l’impulso proibito viene espresso per mezzo dell’azione o del pensiero, nella seconda viene compiuto un altro atto che cancella simbolicamente l’impulso precedentemente manifestato. Questa seconda fase è la cosiddetta compulsione, ossia un modo magico e simbolico di annullare o cancellare il pensiero, l’atto precedente provocato dall’impulso inconscio inaccettabile. Esempi tipici sono il lavarsi ripetutamente le mani, il pulire, il controllare, il pregare, il contare, il marito che porta dei fiori alla moglie per compensare il litigio della sera precedente.

Compartimentazione
Meccanismo di difesa la cui funzione è quella di permettere a due condizioni in conflitto tra di loro di esistere senza creare confusione, sensi di colpa, vergogna e angoscia sul piano cosciente. La persona abbraccia due idee, due atteggiamenti che sono in conflitto ma non ne coglie la contraddizione. Un esempio è rappresentato da quelle persone molto umanitarie nella sfera pubblica ma che in privato picchiano i figli.

Conversione
Meccanismo di difesa automatico e involontario attraverso il quale un conflitto psichico viene tradotto in un sintomo somatico. L’impulso rimosso e inaccettabile viene tenuto fuori dalla consapevolezza e contemporaneamente espresso mediante un disturbo della funzione corporea. Esempi di conversione sono sordità, cecità, paralisi.

Diniego
Meccanismo di difesa che esclude, inconsapevolmente e involontariamente, dalla consapevolezza un certo aspetto disturbante della realtà, ossia si nega la realtà stessa della percezione. È una difesa primitiva, la quale opera contro l’esame di realtà e può portare al delirio. Se un adulto utilizza il diniego come difesa principale, ciò indica la presenza di un grave disturbo nella sua capacità di valutare la realtà o di una psicosi. Un esempio di diniego è quello in cui una persona, con una grave malattia letale, nega la sua morte imminente; oppure una vedova che, molti mesi dopo la morte del marito, continua ad apparecchiare per due. L’esperienza di queste persone è guidata dalla convinzione secondo cui se non lo riconosco non succede.

Dissociazione
Processo automatico attraverso il quale le attività mentali di un individuo si scindono in modo da permettere la manifestazione di impulsi proibiti e inconsci, senza che la persona si senta responsabile per le proprie azioni, in quanto, in seguito, non ricorda quanto accaduto. Solitamente questi comportamenti, messi in atto durante la dissociazione, sono l’esatto opposto di quelli che normalmente caratterizzano la condotta dell’individuo. La dissociazione è particolarmente evidente nel caso del Disturbo Dissociativo dell’Identità, ossia nei casi di personalità multipla. 1

Formazione reattiva
Meccanismo di difesa tipico del Disturbo Ossessivo Compulsivo, si riferisce a comportamenti, sentimenti, atteggiamenti automatici e inconsci che sono esattamente l’opposto delle pulsioni e dei sentimenti da cui la formazione reattiva deve difendere. Un esempio, il bambino che mostra amore e cure eccessive per il fratello neonato, per il quale invece prova gelosia.

Idealizzazione e svalutazione
Meccanismo attraverso il quale un individuo attribuisce caratteristiche estremamente positive o estremamente negative a se stesso o ad altre persone. Difese utilizzate nei confronti dell’angoscia che deriva da aspetti essenzialmente ambivalenti sia di se stessi che degli altri. Se estremizzate, viene messa in atto la scissione, ossia o tutto buono o tutto cattivo. Un processo normale di idealizzazione è l’innamoramento, nel quale, le persone mature idealizzano degli aspetti del partner che non si discostano troppo dalle reali caratteristiche dello stesso, mentre diventa problematico nelle persone affettivamente instabili, le quali idealizzano il partner in modo utopistico. Nel momento in cui la fase iniziale e coinvolgente dell’innamoramento volge al termine, nelle persone che presentano un disturbo di personalità borderline o narcisistico, entra in azione un altro meccanismo di difesa, completamente opposto al precedente, ossia la svalutazione, caratterizzata dallo svilimento e dall’umiliazione dell’altro.

Identificazione
Quando l’identificazione è utilizzata come meccanismo di difesa, viene intesa come un processo psicologico, involontario e automatico, attraverso il quale un individuo assimila un attributo, un aspetto, una qualità di un’altra persona, emotivamente importante, con lo scopo ultimo di evitare o ridurre il conflitto scaturito dalla perdita reale o simbolica di quella persona, in questo caso si parla di identificazione con l’oggetto perduto. Un esempio di questa condizione è il lutto. Un’altra situazione, in cui l’identificazione assume il ruolo di difesa, è l’identificazione con l’aggressore, 2 attraverso la quale una persona evita l’angoscia identificandosi con l’aggressore, il quale incute timore e attraverso questo meccanismo di difesa il soggetto non lo teme più. Ciò accade, ad esempio, in una situazione nella quale una persona subisce violenza estrema.

Identificazione proiettiva
Meccanismo di difesa elaborato nel 1946 da Melanie Klein, in Note su alcuni meccanismi schizoidi, proprio della posizione schizoparanoide. Gli aspetti scissi del proprio Sé, avvertiti come cattivi, vengono introdotti fantasticamente nell’oggetto esterno, ossia il seno della madre, nel tentativo di danneggiarlo e controllarlo. Secondo la Klein rappresenta il prototipo di una relazione aggressiva. Bion parla di un meccanismo complesso, che può essere suddiviso in due categorie, a seconda del grado di violenza del meccanismo stesso. Nel primo caso, denominato identificazione proiettiva normale, lo scopo consiste in una prima forma di comunicazione tra madre e bambino; nel secondo caso, ossia nell’identificazione proiettiva massiccia o patologica, lo scopo è quello di evacuare violentemente uno stato mentale doloroso con l’intento di entrare con forza nell’oggetto, per mezzo della fantasia, ed ottenere così un sollievo immediato e di assumere un controllo intimidatorio dell’oggetto stesso.

Inibizione
Difesa inconscia e involontaria che determina la diminuzione o la perdita della motivazione necessaria per svolgere una certa attività. Lo scopo è quello di evitare l’angoscia connessa agli impulsi inaccettabili. L’attività in questione è altresì piacevole per l’individuo ma viene evitata perché susciterebbe un conflitto riguardo agli impulsi primitivi. Tra gli esempi ci sono i blocchi nello scrivere, la timidezza sociale che impedisce alcune attività, come il parlare in pubblico o praticare sport.

Isolamento dell’affetto
Meccanismo di difesa implicito nella formazione dei pensieri ossessivi. Consente di separare un pensiero o un’esperienza sgradevole dalla sua carica affettiva. In questo modo, ad esempio, un evento traumatico può essere ricordato facilmente, infatti l’individuo ha consapevolezza degli elementi cognitivi, ossia può descrivere in modo dettagliato l’evento stesso, ma contemporaneamente è incapace di sperimentare la parte affettiva dello stesso. L’esperienza è conscia mentre l’emozione rimane inconscia. Il meccanismo entra azione in presenza di traumi o situazioni estreme, come ad esempio, durante l’Olocausto.

Negazione
Meccanismo di difesa più evoluto e meno grave rispetto al diniego. Consiste nel ricacciare indietro un elemento disturbante nell’istante in cui sta affiorando. Attraverso la negazione si prendere consapevolezza, in modo indiretto, del rimosso, ma quello che giunge alla coscienza è soltanto la rappresentazione di esso. Nella negazione ciò che viene negato è solo l’affetto, mentre il rapporto con la realtà è di norma mantenuto; per esempio dopo la fine di una grande storia d’amore si nega a se stessi di aver mai provato un sentimento vero e profondo per quella persona. Un uso massiccio della negazione è, per la persona, disadattivo e disfunzionale, in quanto non permette la risoluzione del problema e procura danno all’individuo stesso.

Proiezione
Meccanismo di difesa attraverso il quale si attribuisce, in maniera automatica e inconscia, un proprio atteggiamento o un proprio impulso inaccettato e misconosciuto, ad un’altra persona, la quale verrà percepita come ostile e pericolosa. È il meccanismo alla base della paranoia. È, ad esempio, il comportamento ostile che un individuo delirante attribuisce ad altre persone, il quale, altro non è, che il proiettare aspetti di sé disconosciuti su altri.

Razionalizzazione
Processo inconscio ed involontario attraverso il quale si danno spiegazioni logiche ad un comportamento irrazionale, il quale deriva da desideri inaccettabili e inconsci. Uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano è quello dei sentire sempre il proprio comportamento coerente e razionale e, nel momento in cui, lo percepisce insensato fa ricorso alla razionalizzazione, proprio per trovare una spiegazione logica e rendere così sensato ciò che ha fatto.

Regressione
La regressione è un ritorno, automatico e involontario, a forme precedenti di sviluppo del pensiero, delle relazioni oggettuali, della strutturazione del comportamento. Si verifica quando l’individuo viene a trovarsi, nel presente, di fronte a un grave conflitto. Il ritorno simbolico agli anni dell’infanzia permette all’individuo di eludere le ostilità presenti e di trattarle come se non fossero ancora avvenute. Freud distinse tre tipologie di regressione: topica, ossia stratificata e strutturale, temporale, con ritorno a forme psichiche più antiche e formale, che comporta il passaggio dal processo secondario a quello primario. Si verifica, ad esempio, quando un bambino, coinvolto in una situazione che genera in lui molta più ansia di quella che è in grado di affrontare, abbandona gli schemi comportamentali adeguati alla sua età e regredisce a forme comportamentali che in passato lo compiacevano, ossia può comportarsi in maniera capricciosa, può parlare come un bebè, può comparire l’enuresi notturna, in ogni caso sono tutti comportamenti che accentuano la sua dipendenza dal caregiver. Una forma particolare di regressione è la regressione al servizio dell’Io, cosi definita da Kris nel 1952 ed indica l’uso della regressione come mezzo per favorire la creatività.

Rimozione
Meccanismo di difesa basilare, utilizzato sia dagli adulti sia dagli adolescenti. Tutti gli altri meccanismi vengono chiamati in causa in aiuto della difesa, nel momento in cui la rimozione perde di efficacia. Difesa automatica e inconscia che esclude dalla consapevolezza un impulso interno, insopportabile e inaccettabile, ed il pensiero, l’emozione, il ricordo, la fantasia ad esso associato. Esempi di rimozione sono le comuni dimenticanze o i lapsus linguae.

Rivolgimento contro il sé
Meccanismo di difesa contro l’aggressività. È un processo inconscio e involontario attraverso il quale un individuo devia l’aggressività dalla persona, verso la quale è rivolta, verso se stesso. Resta così celata l’identità dell’oggetto, verso il quale l’ostilità era originariamente diretta, e il sentimento ad esso correlato. Esempi di questo meccanismo di difesa sono le forme gravi di onicofagia, le autolesioni, le automutilazioni, il suicidio.

Scissione
Meccanismo di difesa primitivo, proprio dei primi mesi di vita e, nell’adulto, è particolarmente evidente in varie forme di psicosi e nel disturbo borderline di personalità. Secondo la Klein è uno dei meccanismi della posizione schizoparanoide e indispensabile nello sviluppo psichico del bambino. Consiste nello scindere in modo netto, gli uni dagli altri, i sentimenti contraddittori, le rappresentazioni di Sé e quelle dell’oggetto; permette così di separare il buono dal cattivo, l’amore dall’odio, il piacere dal dispiacere. Opera contro l’esame di realtà.

Spostamento
Processo automatico e inconscio attraverso il quale una minaccia interna, derivante da un impulso inaccettabili, viene spostate su un oggetto sostitutivo. Il legame tra i due oggetti è simbolico e inconscio. Attraverso lo spostamento questa minaccia, che non è stata evitata per mezzo della rimozione, viene ora avvertita e riconosciuta come un pericolo esterno, non più apparentemente connesso all’impulso interno inaccettabile. È ora possibile per l’individuo affrontare il pericolo evitando la situazione, l’oggetto, l’animale, la persona pericolosa. Esempi di spostamento sono le fobie.

Sublimazione
Processo automatico e inconscio attraverso il quale le pulsioni vengono deviate verso mete non sessuali e socialmente accettate e valorizzate. I comportamenti che ne derivano sono soddisfacenti per l’individuo, in quanto gli danno la possibilità di scaricare le pulsioni istintuali che motivano il comportamento stesso, e utili per la società. Quando la sublimazione riesce, il comportamento che ne deriva è socialmente adattivo e la persona che lo mette in pratica ne trae piacere, proprio perché esprime la pulsione originaria. Se fallisce, gli impulsi infantili sottostanti diventano manifesti e si generano conflitti. Un classico esempio è rappresentato dal chirurgo, il quale convoglia la sua aggressività e il suo sadismo in un’attività indispensabile per l’intera società.

 

Bibliografia

GALIMBERTI U., Dizionario di Psicologia, Torino, Utet, 2006

GODINO A., CANESTRARI R., La psicologia scientifica: nuovo trattato di psicologia generale, Bologna, CLUEB Editore, 2007

WHITE R. B., GILLILAND R. M., I meccanismi di difesa, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa


  • 0

Mobbing: terrore psicologico sul posto di lavoro

Tags : 

Con la parola Mobbing 1 si intende una forma di terrore psicologico che avviene sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori. La vittima di queste vere e proprie persecuzioni viene così emarginata, calunniata, criticata: i compiti che le vengono affidati sono dequalificanti, può venire spostata da un ufficio all’altro oppure essere sistematicamente messa in ridicolo di fronte a clienti o superiori. In alcuni casi gravissimi si può anche arrivare al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali.

Lo scopo del Mobbing può essere vario, ma è sempre distruttivo e consiste nell’eliminare una persona divenuta in qualche modo “scomoda”, inducendola alle dimissioni volontarie o provocandone un motivato licenziamento.

Il Mobbing si manifesta come un’azione, o una serie di azioni, che si ripete per un lungo periodo di tempo, compiuta da uno o più mobber per danneggiare qualcuno, in modo sistematico e con uno scopo preciso. Il mobbizzato viene quindi circondato e aggredito intenzionalmente da aggressori che mettono in atto strategie comportamentali volte alla sua distruzione psicologica, sociale e professionale. I rapporti sociali diventano conflittuali e si diradano sempre più, costringendo così la vittima nell’isolamento e nell’emarginazione più disperata.

In alcuni casi il mobber è l’azienda stessa e la strategia persecutoria assume i contorni di una vera e propria strategia aziendale di riduzione, ringiovanimento o razionalizzazione del personale oppure di semplice eliminazione di una persona indesiderata. 2

Il Mobbing è un fenomeno complesso, con tante sfaccettature diverse e i cui attori possono comportarsi in modi differenti a seconda della situazione.

Tuttavia esiste una costante: la vittima è sempre in una posizione di inferiorità rispetto ai suoi avversari. Inferiorità riferita non al potere, all´intelligenza o alla cultura, ma intesa come status. Infatti, durante il lungo periodo di tempo in cui il lavoratore subisce il Mobbing, egli perde gradatamente la sua posizione iniziale, in particolare:

  1. la sua influenza
  2. il rispetto di colleghi e/o superiori
  3. il suo potere decisionale
  4. la salute
  5. la fiducia in se stessi
  6. gli amici
  7. l´entusiasmo nel lavoro
  8. se stesso
  9. la propria dignità.

L’insieme delle strategie, che un mobber può mettere in atto, può essere davvero crudele. Tra i vari casi riportati dalla stampa possiamo trovare quelli di impiegati trasferiti in uffici senza servizi igienici e impossibilitati a lasciare il proprio posto di lavoro per i bisogni fisici; di maestre ridotte a bibliotecarie; storie di donne mobbizzate dal capoufficio come vendetta per i loro rifiuti di prestazioni sessuali. I casi più gravi riguardano ovviamente persone giunte a meditare ed a attuare il suicidio, ultimo atto di un quadro depressivo dilaniante ed esasperate.

In Italia il problema del Mobbing è stato introdotto dallo psicologo tedesco Harald Ege, il quale ha pubblicato un metodo per il riconoscimento del fenomeno che prevede il riconoscimento di 7 parametri.
Il metodo Ege si struttura in sei fasi legate tra di loro e precedute da una pre-fase detta “condizione zero” che riguarda la conflittualità fisiologica, riscontrata normalmente nelle aziende italiane. Nella condizione zero non esiste una vittima, ma soltanto la condizione ideale attraverso la quale il Mobbing può prendere corpo.

  • La “Condizione Zero”: è’ una pre-fase, una condizione normalmente presene nei contesti lavorativi italiani, che prevede scontri e conflitti considerati normali, a causa dell’alta competitività degli italiani. E’ un conflitto fisiologico, normale ed accettato, che non si identifica con il mobbing, ma che rappresenta un terreno fertile per la sua nascita. In questo momenti la conflittualità è diffusa e non polarizzata contro un unico individuo, come accade nel mobbing. Sono presenti discussioni, piccole accuse e ripicche, con lo scopo di emergere rispetto agli altri. Le motivazioni che sono alla base di queste scaramucce non sono dettate dal desiderio di distruggere, ma da quello di elevarsi rispetto ai colleghi.
  • Fase 1: il conflitto mirato. Il normale conflitti fisiologico si incanala verso un conflitto patologico, che non riguarda più semplicemente in settore lavorativo, ma si espanda anche verso aspetti più privati della vita, dove l’aggressività diviene più evidente e rivolta verso una persona, la vittima. Cambia la motivazione, non è più quella di emergere, ma quella di distruggere l’avversario con ogni mezzo. La vittima ancora non si è resa conto di quello che sta succedendo e cerca il chiarimento dialettico con gli stessi strumenti di prima, quando lo scontro era ancora fisiologico, ma con risultati sempre più negativi e frustranti, perché si accorge di non riuscire più a comunicare con i colleghi con la stessa chiarezza di prima, che il suo pensiero viene male interpretato, distorto, ignorato.
  • Fase 2: l’inizio del mobbing. Durante questa fase la vittima comincia ad avvertire disagi a livello sociale: si rende conto che qualcosa è cambiato introno a lui: i colleghi non lo salutano più, il suo lavoro viene continuamente attaccato davanti ai superiori o nelle riunioni collegiali, etc. È consapevole dell’inasprimento delle relazioni, ma non riesce a darsi una valida spiegazione di quando sta accadendo.
  • Fase 3: primi sintomi psicosomatici. Il mobbizzato comincia ad avvertire i primi sintomi psicosomatici, come l’insonnia o problemi digestivi, che sono da attribuire alla situazione in cui si trova. La persona è molto coinvolta.
  • Fase 4: errori ed abusi nell’amministrazione del personale. Questo accade quando il mobbing diventa un fenomeno ufficiale, di cui si accorge anche l’amministrazione, che deciderà soluzioni più idonee per l’azienda (e non per la vittima). Nel più frequente dei casi la vittima viene convocata dal Dirigente a cui interessa di giungere ad un accomodamento, ma la sua visione del problema è quella che gli è stata presentata dal mobber ed è quindi già prevenuto in partenza. In genere si consiglia al mobbizzato di richiedere “spontaneamente” il cambio di ufficio, sezione, etc. Si può giungere ad ammonire il mobbizzato al quale spesso si consiglia un periodo di malattia o di aspettativa.
  • Fase 5: serio aggravamento della salute psicosomatica della vittima. In questa fase si verifica un peggioramento dei disturbi psicosomatici già presenti e dall’insorgenza di un senso di disperazione ed inutilità che conducono a vissuti di depressione più o meno gravi, che vengono attenuati, ma non eliminati, attraverso il ricorso a psicoterapie e psicofarmaci. Ma la situazione potrà solo peggiorare sino a quando continuerà l’azione del mobber. Inoltre se il dirigente prenderà provvedimenti contrari all’interesse psico-fisico della vittima, quest’ultima si convincerà di essere lei il vero problema, la causa del suo stesso disagio.
  • Fase 6: esclusione dal mondo del lavoro.Implica l’uscita della vittima dal mondo del lavoro come esito finale. Esistono modi diversi, più o meno dignitosi per la vittima, di sbarazzarsi di una situazione ormai intollerabile, tra cui forme più disperate.

 

mobbing

 

Il Mobbing è un fenomeno sociale che necessita di almeno due attori per poter esistere: l’aggressore e la vittima. Ovviamente, in un qualsiasi luogo di lavoro, è impensabile l’idea di trovare solo questi due personaggi, infatti nella maggior parte dei casi, attorno a loro, c’è un numero variabile di persone. Queste possono fare da semplice sfondo oppure parteggiare apertamente per una delle due parti.

  • Il mobbizzato: Il tratto tipico del mobbizzato è l´isolamento, molto spesso la vittima si ritrova letteralmente con le spalle al muro senza conoscere nemmeno il motivo. È difficile poter stilare una casistica di vittime e trovare la persona caratterialmente più propensa ad essere mobbizzata; tuttavia è però possibile affermare che ci sono delle situazioni in cui è probabile venire mobbizzati. Tra i casi da prendere in considerazione troviamo la donna che lavora in un ufficio di uomini o la persona nuova, più qualificata e più brava nel lavoro che viene assunta come capufficio. Indipendentemente dalla posizione e dal carattere, la vittima tende a reagire in qualche modo al Mobbing. Statisticamente è stato dimostrato che uomini e donne reagiscono in modo diverso: una donna in crisi reagisce aumentando la sua attività al contrario dell’uomo che tende a diminuirla. Queste differenze evidenziano due modi di essere e di percepire la realtà distinti, tuttavia, ai fini del Mobbing stesso, va evidenziato che nessuna delle due reazioni ottiene un risultato. In entrambi i casi è la reazione stessa della vittima, sia essa donna o uomo, a dare al mobber motivo per continuare la sua azione aggressiva: “Lei è troppo nervosa e invece di lavorare non fa che parlare” oppure “Lui non lavora più come dovrebbe e le sue prestazioni lasciano a desiderare”.
  • Il mobber: non è semplice definire con certezza e precisione le caratteristiche di un possibile mobber, anche perché tutto deve essere messo in relazione sia alle caratteristiche di personalità che all’ambiente di lavoro specifico. Come nel mobbizzato, anche le strategie del mobber sono diverse tra uomo e donna. In particolare, sotto l´aspetto psicologico il mobber uomo preferisce azioni passive, come ignorare qualcuno, o dargli sempre nuovi lavori o metterlo sotto pressione. Il mobber donna invece preferisce il Mobbing attivo, cioè azioni come parlare male, prendere in giro qualcuno davanti ad altri o fare girare voci su di lui.                                                                                                                                                                                                                                    Harald Ege ha delineato i seguenti 14 profili di mobber che si riscontrano con maggiore frequenza:                                                                                                                                                                     1. l’istigatore: è sempre alla ricerca di nuove cattiverie per diffamare e colpire gli altri;
    2. il casuale: è colui che diventa mobber per caso, quando trovandosi all’interno di un conflitto prende il sopravvento sull’altro;
    3. il conformista: è un tipo di mobber spettatore, nel senso che è una persona che non prende direttamente parte al conflitto attaccando la vittima, però la sua non reazione equivale ad un’azione che favorisce l’emergere del mobbing;
    4. il collerico: è la persona che non riesce a contenere la rabbia e far fronte ai suoi problemi e solo prendendosela con gli altri riesce a scaricare la forte tensione interna;
    5. il megalomane: è colui che ha una visione distorta di se stesso considerandosi sempre al di sopra, un senso di Io grandioso che lo autorizza a colpire gli altri ritenuti inferiori;
    6. il frustrato: è l’individuo insoddisfatto della sua vita che scarica il suo malessere sugli altri;
    7. il sadico: è la persona che prova piacere nel distruggere l’altro e che non è disposto a lasciarsi scappare la vittima, questa tipologia rappresenta il modello più pericoloso in quanto è da considerarsi uno psicotico senza sintomi che rifiuta di prendere in considerazione i suoi conflitti interni e trova il suo equilibrio scaricando il dolore su di un altro;
    8. il criticone: è la persona perennemente insoddisfatta degli altri che crea un clima di insoddisfazione e di tensione;
    9. il leccapiedi: è il classico carrierista, che si comporta da tiranno coi subalterni ed ossequioso coi superiori;
    10. il pusillanime: è colui che ha troppa paura per esporsi e si limita ad aiutare il mobber o, se agisce in prima persona, lo fa in maniera subdola, con cattiverie e sparlando della vittima;
    11. il tiranno: è simile al sadico, non sente ragione ed i suoi metodi seguono uno stile dittatoriale;
    12. il terrorizzato: persona che teme la concorrenza e inizia a fare azioni di mobbing per difendersi;
    13. l’invidioso: è colui che non può accettare l’idea che qualcun altro stia meglio di lui;
    14. il carrierista: è la persona che cerca di farsi una posizione con tutti i mezzi possibili, anche non legali, non puntando sulle sue reali capacità.
  • Gli spettatori: sono tutte quelle persone che non sono coinvolte direttamente nel Mobbing ma che in qualche modo vi partecipano e lo vivono di riflesso. In particolare, sono i colleghi, superiori, addetti alla gestione del personale, i quali ricoprono un ruolo cruciale per lo sviluppo del Mobbing. Infatti il loro tacito assenso, il loro disinteresse verso la situazione, fa sì che il mobber possa continuare la propria offensiva. Gli spettatori spesso hanno paura di diventare vittima del mobber e così non reagiscono e a volte aiutano il mobber nelle sue vessazioni. Nel Mobbing, più che in altre situazioni, chi tace acconsente. La responsabilità della mancata segnalazione è tanto più grave, quanto superiore è il grado dello spettatore.

 

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Masciocchi P. Stress lavoro-correlato

 

Sitografia

http://www.enaios.it/index.php/supporto-psicologico/stress,-burn-out-e-mobbing,-conoscerli-per-difendersi.html

http://w3.uniroma1.it/mobbing/Fasi_del_Mobbing.html