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Le origini del disturbo borderline

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Analizzare le origini del DBP significa addentrarsi nell’ambiente familiare del paziente e approfondire le eventuali esperienze traumatiche premature. Spesso, infatti, questi pazienti hanno genitori con una psicopatologia oppure raccontano storie di traumi precoci, quali abbandoni, rifiuti, abusi o perdite.

Molti autori suppongono che la genesi del disturbo sia da collocarsi nel periodo dell’infanzia, nella sottofase di riavvicinamento del processo di separazione-individuazione della Mahler. Secondo James Masterson e Donald Rinsley, i soggetti borderline non hanno potuto vivere tale fase a causa di una madre, anch’essa borderline, che si sentiva spaventata e minacciata dalla volontà di individuazione del figlio, e a causa di ciò gli ha negato l’affetto nei momenti in cui il bambino si allontanava da lei per cercare la propria autonomia, e che invece provava soddisfazione e piacere nel momento in cui il piccolo tornava da lei. Tutto ciò ha generato in lui l’idea che crescere e individuarsi determinerà la perdita dell’amore materno, in particolare se questo accade durante la fase di separazione-individuazione, infatti determina la nascita di una relazione con l’oggetto scissa in due parti, una cattiva e una buona senza giungere, così, alla totalità della rappresentazione di Sé e dell’Altro. L’incapacità della madre nel prendersi cura del bambino e nel fornirgli rassicurazione, determina una grossa confusione e l’oscillazione tra frustrazione e gratificazione tale da non consentire che si stabilisca la costanza dell’oggetto. Inoltre, la madre, in maniera inconscia, proietta sula bambino le proprie parti distruttive, utilizzandolo come appendice narcisistica.

Altri autori, al contrario, affermano che la psicopatologia borderline derivi da un deficit. Questo difetto non consente al soggetto di introiettare le immagini buone dell’oggetto e quindi, non esistendo la parte buona dell’oggetto, il paziente non può rappresentarsi una madre che lo tranquillizzi nei momenti di stress.

Varie ricerche sulle esperienze infantili dei borderline evidenziano che alla base della psicopatologia vi sia il fallimento del legame genitoriale. Il bambino, nel provare ad organizzare il caos emotivo interno, osserva ciò che le sue emozioni provocano nel genitore, ma se il caregiver non è sintonizzato su queste emozioni, il piccolo avrà difficoltà nel comprenderle e il suo potenziale autocontrollo sarà impoverito, aumentando così la probabilità che si generi la disregolazione emotiva, tipica del borderline. Il bambino interiorizza l’immagine di Sé che rinvieni nell’oggetto e se il caregiver non è in grado di funzionare come contenitore dei pensieri, delle emozioni e delle angosce del piccolo, quest’ultimo non è in grado di apprendere dalla propria esperienza emotiva e, quindi, sarà sempre alla frustrante e angosciante ricerca di modalità alternative di contenimento dei propri pensieri e dei forti sentimenti ad essi collegati. Da ciò generano le ipotesi di Peter Fonagy, il quale afferma che questa continua ricerca di modalità alternative di contenimento mentale possa produrre soluzioni patologiche, in particolare il bambino può assimilare la mente dell’altro, con tutte le immagini negative e distorte che ha del piccolo stesso, come parte integrante del proprio Sé. Trovandosi a confronto con un genitore spaventato/spaventante, il bambino assimilerà i sentimenti negativi del caregiver e, di conseguenza, avrà un’immagine di se stesso spaventosa. Per poter sopportare la propria immagine e avere un’idea di sé coerente, il bambino dovrà assolutamente esternalizzare questa immagine negativa attraverso tutta una serie di comportamenti manipolatori e controllanti.


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Qual è il rapporto tra personalità, genetica e ambiente?

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Negli ultimi venti anni, le ricerche hanno messo in evidenza quanto sia rilevante l’influenza dei fattori genetici sulle interazioni tra genitori e figli, rispetto a quelli ambientali, per quanto riguarda i tratti di personalità. I fattori genetici spiegherebbero il 30-50% della varianza sia dei tratti di personalità normali, sia di quelli definiti maladattivi e quindi legati ai DP.

I fattori che compongono la personalità non sono esclusivamente appartenenti all’organismo o all’ambiente: entrambi questi sistemi concorrono, in stretta relazione, alla formazione della stessa. Di conseguenza, il comportamento dipende da fattori biologici, ereditari e da quelli ambientali e culturali. Gli studi di genetica comportamentale hanno sottolineato il fatto che molti processi, ritenuti in passato interamente mediati dall’ambiente, sono in realtà influenzati in parte dai geni, questo perché l’esposizione all’ambiente è in parte sotto l’influenza genetica.

Robert Plomin[1] afferma che il bambino seleziona e modifica il suo ambiente in base a quelle che sono le sue caratteristiche temperamentali. Ad esempio, il bambino estroverso ha maggiori possibilità di essere invitato a prendere parte ad attività sociali rispetto a quello che è avvertito come introverso oppure i bambini più intelligenti sono attratti da compiti difficili e competitivi. Le influenze ambientali che hanno maggior peso non sono quelle connesse all’ambiente fisico ma quelle collegate a quello relazionale. Infatti, le esperienze che rendono diverso lo stesso ambiente sono, ad esempio, il differente trattamento ricevuto dai genitori, i differenti legami instauratisi con i vari membri della famiglia, le aspettative e i sentimenti che hanno accompagnato tali relazioni.

Recentemente è stato dimostrato che non per forza le esperienze negative dei primi anni di vita determineranno psicopatologia durante la vita adulta; in realtà esperienze successive riparatorie possono attenuare o addirittura annullare gli effetti negativi delle sofferenze precoci ma anche che alcuni soggetti sono fin da piccoli più resilienti di altre a cimentarsi con le problematicità della vita.

[1] R. Plomin, Genetica del comportamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2° 2014 (2001).