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Luigi Cancrini: l’oceano borderline e l’infanzia borderline

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Una revisione molto interessante della teoria strutturale delle relazioni oggettuali è stata compiuta dal Prof. Luigi Cancrini.

Egli riconosce i meriti di Kernberg, in particolare quello di aver differenziato in modo preciso e distinto quei pazienti che hanno in comune l’inclinazione ad utilizzare meccanismi di difesa basati sulla scissione ma che sono profondamente dissimili fra di loro, infatti una categoria di questi, i pazienti borderline, conserva il principio di realtà e ciò permette loro di poter organizzare la propria vita e di rispondere agli interventi terapeutici in modo diverso rispetto al paziente psicotico. Inoltre, i concetti espressi da Kernberg consentono di racchiudere all’interno di una grande e unica categoria diagnostica, quella dell’organizzazione borderline, forme cliniche tra loro diverse, ad esempio tossicomanie, disturbi del comportamento alimentare o perversioni sessuali.

Un limite tangibile e reale della teoria di Kernberg è quello di considerare la mente borderline una struttura; ciò rimanda all’idea di immodificabilità e, di conseguenza, il bambino si troverebbe incastrato per tutta la vita, e in modo definitivo, ad una struttura imperfetta della sua personalità.

Cancrini, per questo motivo, preferisce parlare di funzionamento borderline, termine che non esclude la reversibilità. Secondo l’autore, infatti, la reale differenza tra gli individui non è da ricercare tra la categorizzazione di nevrotico, psicotico e borderline, quanto piuttosto andare ad analizzare la soglia di attivazione dei relativi schemi di comportamento.

Una caratteristica assai comune della mente che funziona a livello borderline è la tendenza a dare giudizi estremi su se stessi e sugli altri e ciò è dovuto all’utilizzo della scissione. È possibile riscontare questo stesso funzionamento in tutti gli esseri umani; infatti tutti i bambini tra i 15 e i 21 mesi, attraversano una fase simile a quella del funzionamento borderline, il che li porta a considerare la madre in maniera dicotomica: buona nel attimo in cui è presente e li nutre, suscitando così sentimenti di gioia e gratificazione, cattiva quando è assente, generando sentimenti di odio e rabbia.

Questa fase viene superata intorno ai 3 anni, quando il bambino riesce ad integrare le parti scisse; questo processo prosegue nel tempo fino ai suoi massimi livelli nell’età adulta.

Quello che sottolinea Cancrini come importante è che la tendenza a regredire verso la modalità di funzionamento borderline è sempre possibile, soprattutto in situazioni di stress e tensione, come accade, ad esempio, nel lutto, nelle crisi evolutive, nell’innamoramento etc.

Questa regressione è possibile sia nelle persone più sane e mature sia in quelle meno, per le quali è ovviamente più facile che ciò avvenga.

Quando un bambino piccolo cresce e si sviluppa in un ambiente traumatico, caratterizzato da scontri, carenze di cure e paura, la sua capacità di integrare le rappresentazioni buone e cattive del Sé e dell’altro non si sviluppa completamente e la soglia di attivazione del funzionamento borderline tende a restare più bassa del normale.

Ciò che diversifica le persone è la particolare tendenza di alcune a regredire a livelli di funzionamento borderline quando si trovano di fronte alle dure prove della vita; quello che ne consegue è una mente che funziona senza sfumature, caratterizzata da giudizi totalitari e opposti. La peculiarità del funzionamento borderline è però l’oscillazione che avviene tra questi due stati d’animo contrastanti.

Riassumendo il pensiero di Cancrini, è possibile affermare che il funzionamento borderline è uno dei possibili funzionamenti di ogni persona, in quanto rappresenta una tappa dello sviluppo psichico di ciascuno.

La regressione a tale funzionamento dipende dal superamento di una soglia di attivazione, diversa per ogni individuo, il cui valore dipende dalle esperienze dell’infanzia.

Una soglia di attivazione bassa è caratteristica di individui con un DP, al contrario è alta in soggetti maturi e affidabili. È però importante evidenziare il fatto che questa soglia oscilla continuamente, in base alle varie problematicità che caratterizzano la vita di ogni persona.

Per quello che riguarda l’eziologia, Cancrini ha definito la sua teoria le infanzie infelici.

Con questo concetto egli si riferisce alle infanzie di quei bambini che sono costretti a vivere, per un lungo periodo di tempo, in contesti che non consentono un funzionamento integrato della mente del piccolo, bloccando o stravolgendo lo sviluppo della sua capacità di integrare le rappresentazioni buone e cattive di Sé e dell’oggetto.

I vari contesti sono ovviamente diversi tra di loro ma ciò che hanno in comune è la capacità di innescare molteplici forme di funzionamento borderline della mente.

Maltrattamenti, abusi, trascuratezza o, più in generale, le infanzie infelici generano, tendenzialmente, adulti problematici. Il lavoro magistrale di Cancrini si propone proprio di rintracciare nell’adulto, che presenta manifestazioni psicopatologiche, il bambino ferito e ripercorrere con il paziente quella che è stata la sua infanzia infelice. Allo stesso tempo, Cancrini prende in cura anche i bambini feriti reali, con lo scopo di fermare il loro inesorabile viaggio verso il DP.

Lo studio condotto da Cancrini si basa sostanzialmente sul testo Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità di L. Smith Benjamin e sulle osservazioni dirette dei bambini infelici presso il Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia e presso la Domus de Luna.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Luigi Cancrini, L’Oceano Borderline, Racconti di Viaggio, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006, p.16.

Lorna Smith Benjamin, Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, Roma, LAS, 1999.


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Le infanzie infelici – 1° parte

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Numerosi studi empirici ed osservazioni cliniche dimostrano come esperienze traumatiche di maltrattamento ed abuso, vissute durante l’infanzia, siano molto spesso correlate con una psicopatologia in età adulta.

Alcune condizioni familiari, contrassegnate da violenza e rabbia, costituiscono quelle infanzie che Luigi Cancrini definisce infelici. In particolare, egli si riferisce a quei bambini che subiscono gravi maltrattamenti ed abusi e che sono costretti a vivere in un ambiente che non permette alle loro ferite di rimarginarsi 1. Ciò determina in loro degli effetti immediati, in termini di regressione ad un livello borderline della mente, ossia un funzionamento non integrato della nostra mente, la quale funziona senza sfumature, caratterizzata da giudizi totalitari, e conseguenze a lungo termine, ovvero lo sviluppo di un disturbo di personalità, una modalità di pensiero e comportamento disadattivi che compromette le sfere di vita dell’individuo, quali quella cognitiva, affettiva ed interpersonale.

Bambini che nascono e si sviluppano in contesti poco favorevoli, sottoposti continuamente a traumi da parte dei genitori, possono reagire con un sistema di meccanismi di difesa primitivi, basati sulla scissione, che hanno il compito di allontanare da loro l’angoscia ma, contemporaneamente, arrestano il naturale processo di integrazione della mente, essenziale per la crescita psicologica.

È importante sottolineare, però, che la correlazione tra le esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia e lo sviluppo dei disturbi di personalità nell’adulto non è una conseguenza automatica ed inevitabile, infatti è possibile evitare lo sviluppo di una psicopatologia, sia durante l’adolescenza sia durante l’età adulta, occupandosi in modo adeguato dei bambini che vivono in contesti caratterizzati da maltrattamento, abusi, violenza e trascuratezza.

Per questo è indispensabile curare questi bambini, in particolare Cancrini propone la combinazione di due tipi di intervento, il primo è definito sociale/giudiziario, il quale prevede l’allontanamento del bambino dal contesto patologico per mezzo di affidamenti, adozioni o inserimento in case famiglia; tale allontanamento è sufficientemente motivato in quanto i genitori risultano incompetenti, come nel caso di genitori tossicodipendenti, alcolizzati o madri prostitute. Questo tipo di intervento consente di modificare stabilmente le condizioni di vita del piccolo e quindi di instaurare una relazione nutritiva, protettiva, benevola con un nuovo caregiver. Quando questo allontanamento non è adeguatamente giustificato potrebbe, invece, determinare effetti opposto sulla condizione psichica del bambino, il quale ha effettivamente bisogno di restare con i propri genitori; solitamente è auspicabile intervenire a sostegno del nucleo familiare con lo scopo di riuscire a salvaguardare il legame con le figure genitoriali o con almeno una di esse.
Contemporaneamente a questo primo intervento è necessaria una psicoterapia appropriata, sia essa individuale o familiare, a seconda della situazione. Ciò permette al bambino di verbalizzare ed elaborare il trauma vissuto con la figura di accudimento. Infatti, quello che nuoce gravemente alla salute mentale del piccolo non è il trauma in quanto tale, ma il fatto di vivere questa condizione di sofferenza in completa solitudine.

Uno strumento molto interessante, applicato nel corso degli ultimi anni a vari studi relativi ai processi psicologici, è la Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby. Questa teoria, formulata originariamente per descrivere e spiegare il legame emotivo esistente tra caregiver e bambino, attualmente fornisce contributi molto interessanti e considerevoli per la comprensione della psicopatologia in età evolutiva, illustrando come le prime relazioni significative di attaccamento influiscano sullo sviluppo, sia sano sia patologico, del bambino.
Per questo motivo sono stati analizzati i MOI dei vari stili di attaccamento, in particolare quelli relativi all’attaccamento disorganizzato, il quale è correlato con la psicopatologia in età adulta.
L’attaccamento disorganizzato si sviluppa nell’80% dei bambini inseriti in famiglie definite maltrattamenti in cui è presente il genitore spaventante; questa incidenza scende al 15% nella popolazione a basso rischio, in questo caso il genitore non è maltrattante ma spaventato, ossia presenta traumi non risolti, quali incesti, violenza, lutti non elaborati, con la propria figura di accudimento.
Il sistema comportamentale di attaccamento svolge una funzione fondamentale, ossia quella di favorire la sopravvivenza tramite il mantenimento della vicinanza con la figura di accudimento. Questo sistema non può svilupparsi adeguatamente quando il caregiver diviene di per sé fonte di paura, ossia maltratta. Lo stesso accade quando il genitore è spaventato, in quanto il bambino, non essendo in grado di identificare la fonte di paura del caregiver, può arrivare a pensare di essere egli stesso la causa di tale angoscia e sviluppare un’idea di Sé come cattivo e pericoloso.
Il comportamento che questi bambini sviluppano, definito disorganizzato/disorientato, deriva quindi sia da maltrattamenti diretti da parte del genitore, sia come effetto di seconda generazione per un trauma non risolto del caregiver.
È proprio su questo concetto che si basa l’ipotesi secondo cui esista una trasmissione transgenerazionale dei pattern di attaccamento, cioè un’associazione tra lo stile di attaccamento del bambino e lo stato della mente del genitore. Questa continuità è stata evidenziata da Peter Fonagy e Mary Target, i quali somministrando l’Adult Attachment Interview hanno evidenziato una corrispondenza pari al 73-80%. Nel caso di madri il cui stato della mente era stato classificato come irrisolto-disorganizzato, queste donne tendevano ad avere figli disorganizzati-disorientati. Ne consegue che, una volta adulti, questi bambini possono diventare loro stessi genitori e correre così il rischio di mettere in atto condotte maltrattanti e abusanti. Da ciò è facile desumere quanto sia forte il peso delle esperienze traumatiche dell’infanzia sulla patologia adulta.
Stabilito che nella psicopatologia sia presente un’indiscussa continuità, questo conduce inevitabilmente ad accettare una prospettiva evolutiva, al fine di comprendere quali sono i meccanismi che provocano il disturbo, così da poter identificare i fattori di rischio e quelli di resilienza.

Un aspetto innovativo e rilevante è la funzione riflessiva, descritta da Fonagy, ossia la capacità di tenere a mente la mente, che permette di interpretare e comprendere i propri e altrui comportamenti in termini di ipotetici stati mentali (sentimenti, desideri, intensioni, convinzioni…). Questa funzione è fondamentale per l’organizzazione e la formazione del Sé e per la regolazione affettiva. Viene acquisita all’interno di un attaccamento sicuro, in cui il caregiver considera il figlio come altro rispetto a Sé, distinguendo i propri stati mentali da quelli del piccolo e che grazie alle proprie capacità riflessive, guida il bambino nella comprensione dei suoi e altrui comportamenti. In questo tipo di attaccamento viene così a svilupparsi una sana teoria della mente, in quanto viene fornita al bambino una fiducia di base che gli consente di esplorare gli stati mentali del genitore senza sentirli minacciosi e annullanti; il bambino trova nella mente del caregiver una rappresentazione di Sé come essere pensato e pensante, infatti i suoi stati mentali possono venir compresi e restituiti dal genitore in forma adeguata. La mentalizzazione è una capacità che risulta collegata alla modalità di accudimento ed alle cure ricevute dal bambino nell’infanzia. Infatti, l’interesse per la mente dell’altro è possibile solo se il bambino ha potuto fare l’esperienza precoce che i suoi stati interni sono stati compresi da un’altra mente. Difficoltà di mentalizzare sono state riscontrate nella maggior parte dei soggetti affetti da disturbi di personalità, in particolare con diagnosi di disturbo borderline di personalità. Risulta compromessa in una percentuale significativa di soggetti che hanno vissuto un’esperienza traumatica, soprattutto nell’infanzia. Il maltrattamento, infatti, spinge il bambino a non assumere la prospettiva dell’altro, che viene percepito come minacciante.
Fonagy e Target hanno sottolineato come molti soggetti borderline che hanno subito, nel periodo infantile, situazioni di abuso fisico o maltrattamento, hanno anche attivato un parallelo misconoscimento degli stati mentali dei propri genitori, difendendosi così da una consapevolezza che sarebbe stata troppo pericolosa per lo sviluppo del proprio Sé. In effetti, se avessero riconosciuto l’odio implicito negli atti di abuso dei propri genitori, di chi avrebbe cioè dovuto prendersi cura di loro, sarebbero stati costretti a rappresentare se stessi come indegni di amore. In questa prospettiva, è comprensibile il motivo per cui i soggetti con disturbo borderline di personalità mostrino una così consistente difficoltà a mentalizzare, a «tenere a mente la mente», a rappresentarsi cioè le emozioni ed i pensieri sia propri che altrui.

 

Bibliografia
ANDOLFI M., La terapia con la famiglia, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977, passim.
BENJAMIN L. S., Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità, a cura di P. SCILLIGO, LAS, 1999, passim.
BOWEN M., Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del Sé nel sistema familiare, a cura di ANDOLFI M., DE NICHILO M., Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1980, passim.
BOWLBY J., Attaccamento e perdita: attaccamento alla madre, trad. SCHEPISI M. A., SCHWARZ L., vol. I, Torino, Bollati Boringhieri Editore, 1999, passim.
CANCRINI L., La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2013, 3°, (2012), passim.
______________, L’oceano borderline. Racconti di viaggio, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2006, passim.
CIRILLO S., DI BLASIO P., La famiglia maltrattante, Milano, Cortina Raffaello Editore, 1989, passim.
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Il lutto infantile, a cura di CASSIBBA R., ZAVATTINI G. C., trad. SANTUCCI C., Bologna, Il Mulino Editore, 2007.
LINGIARDI V., GAZZILLO F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014, passim.
LINGIARDI V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore, pp. 317-318.
MINUCHIN S., Famiglie e terapia della famiglia, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977, passim.

Sitografia
Pubblicazioni on-line:
FONAGY P., STEELE M., STEELE H., MORAN G.S., HIGGITT A.C., The capacity for understanding mental states: the reflective self in parent and child and its significance for security of attachment, http://mentalizacion.com.ar/images/notas/The%20capacity%20for%20understandig%20mental%20states.pdf [data della pubblicazione 1991]
FONAGY P. TARGET M., Attachment and reflective function: their role in self-organization, http://mhfamilypsychology.com/docs/Fonagy%20Reflective%20Functioning%20Paper.pdf [data ultima consultazione 3 maggio 2015]

Riviste on-line:
DÈTTORE D., I disturbi di personalità: un’analisi critica dei gruppi diagnostici. http://www.neurolinguistic.com/proxima/articoli/art-53.htm [data ultima consultazione 9 settembre 2015]