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Peter Fonagy: la Funzione Riflessiva e il Mentalization Based Treatment

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Peter Fonagy e Mary Target descrivono la funzione riflessiva o mentalizzazione come la capacità di interpretare i comportamenti propri e altrui in termini di ipotetici stati mentali e quindi non come una copia fedele della realtà ma come una rappresentazione di essa.

Dallo sviluppo di questa funzione derivano una serie di capacità, tra cui il capire le manifestazioni affettive altrui, la regolazione degli affetti e il controllo degli impulsi e il fare esperienza di Sé come soggetto agente. Al contrario, se questa funzione è compromessa il bambino avrà difficoltà di adattamento, le sue relazioni sociali saranno incrinate, non acquisirà la capacità di preoccuparsi per gli altri e tutto questo perché non potrà rappresentarsi mentalmente la loro sofferenza.

Questa funzione comporta, in uno sviluppo normale, l’acquisizione della capacità di potersi rappresentare mentalmente un pensiero, un sentimento, un affetto senza la necessità di averli concretamente davanti a sé per poterli richiamare alla mente. Lo sviluppo della capacità di mentalizzazione è essenzialmente collegato al livello di coerenza e al funzionamento psichico del caregiver.

Secondo Fonagy è indispensabile, per un sano sviluppo, che le relazioni primarie di attaccamento offrano sostegno e protezione, in quanto le prime facoltà mentali del bambino derivano proprio dalla capacità del genitore di rispondere ai bisogni e alle richieste del figlio. Rispetto a questo punto, gli studi di Gunderson e Austin hanno documentato che i pazienti con diagnosi di DBP hanno in comune caregiver che non sono stati capaci di offrire loro supporto e appoggio.

Per quanto riguarda lo sviluppo di questa funzione, Fonagy sostiene che questa non esiste sin dalla nascita ma che compare solo verso il terzo, quarto anno di vita; prima di ciò l’esperienza che il bambino ha della realtà è legata a due modalità specifiche: l’equivalenza psichica e il modo del far finta.

Con la prima, il bambino non riconosce le idee come rappresentazioni della realtà, ma le considera equivalenti alla realtà stessa; con il far finta, tipico del gioco, le idee sono reputate come rappresentazioni, senza però cercare alcun riscontro nella realtà.

Durante il quarto anno di vita, le due modalità vengono integrate e ciò determina la nascita della funzione riflessiva, ovvero il modo attraverso cui il bambino può rappresentarsi gli stati mentali in quanto tali ed è quindi in grado di riconoscere che questi stati sono sostanzialmente delle rappresentazioni della realtà.

Affinché possa svilupparsi questa funzione, non è essenziale solo la maturazione fisica ma, come afferma Fonagy, è fondamentale anche l’interazione fra l’adulto e il bambino, nella quale il genitore, mentre gioca con il piccolo, intanto commenta il gioco. Ciò genera una sorta di ponte tra la realtà del gioco e la realtà in cui entrambi vivono, ossia tra il far finta e l’equivalenza psichica.

Questa modalità di rapporto tra adulto e bambino è facilitata da una relazione di attaccamento sicuro, all’interno della quale il piccolo può soddisfare due bisogni indispensabili per lo sviluppo della funzione riflessiva, infatti può individuare i propri stati mentali rappresentati nella mente dell’altro e sentirsi identificato dall’altro come essere che pensa. Il bambino, quindi, considerando lo stato mentale del suo caregiver giunge all’effettiva esperienza mentale di Sé. L’attaccamento sicuro costituisce una premessa molto importante per l’acquisizione della teoria della mente. Al contrario, un bambino costretto a mettere in atto comportamenti difensivi per proteggersi da un genitore poco comprensivo svilupperà un attaccamento di tipo insicuro; il genitore, infatti, mostra al figlio le proprie difese, il quale le assimila: tutto questo ostacola un’adeguata comprensione della propria mente e di quella dell’altro. È possibile, infatti, comprendere gli altri solo se si ha una buona consapevolezza di Sé e se si è in grado di distinguere la realtà dalla finzione.

Con l’acquisizione della teoria della mente c’è la nascita del Sé riflessivo. È proprio attraverso quest’ultimo che il bambino ottiene la capacità di rappresentarsi come soggetto dotato di stati mentali, come i pensieri, i sentimenti, i desideri.

Ciò che consente di prevedere quale sarà lo stile di attaccamento che si svilupperà non è solo il comportamento osservabile della figura di riferimento, ma anche la capacità metacognitiva dello stesso. Se il bambino ha la possibilità di vedere se stesso nell’altro come essere pensato e pensante, allora l’immagine che interiorizza è quella di essere intenzionale, capace di pensare, sentire e desiderare.

Nelle famiglie in cui la capacità riflessiva dei genitori è estremamente compromessa, il bambino non ha l’occasione di sperimentare i propri stati mentali attraverso l’identificazione con lo stato mentale dell’oggetto. In questi casi il figlio ritrova nella mente del genitore, con una funzione riflessiva carente o inesistente, una rappresentazione di Sé del tutto inconsistente. Conseguenza di ciò è la compromissione dello sviluppo del Sé riflessivo. Le strategie messe in atto dal bambino sono drastiche, come l’aggressività e l’evitamento. È a questo livello che si colloca l’origine della psicopatologia borderline.

Nelle storie dei bambini, che svilupperanno il DBP, si riscontrano molto spesso un maltrattamento o un abuso all’interno di una relazione significativa e, contemporaneamente, mancanza di sicurezza e conforto. Il bambino, per sopravvivere, non può fare altro che eludere di rappresentarsi la mente del genitore, poiché non sarebbe in grado di comprendere le motivazioni che sottendono tali comportamenti di violenza. Rinvenire l’immagine di Sé nella mente del caregiver significherebbe riconoscere ostilità e rifiuto da parte dell’altro; per proteggersi da questo, il piccolo inibisce la propria capacità di cogliere gli stati mentali e finisce per concepirsi esclusivamente in termini di realtà fisica. Il deficit viene considerato una conseguenza dell’impossibilità di interiorizzare gli stati mentali del caregiver abusante.

Studi empirici recenti hanno dimostrato che le conseguenze dell’abuso subito durante l’infanzia, si tramandano attraverso le generazioni, dalle competenze metacognitive del genitore al figlio.


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Le infanzie infelici – 1° parte

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Numerosi studi empirici ed osservazioni cliniche dimostrano come esperienze traumatiche di maltrattamento ed abuso, vissute durante l’infanzia, siano molto spesso correlate con una psicopatologia in età adulta.

Alcune condizioni familiari, contrassegnate da violenza e rabbia, costituiscono quelle infanzie che Luigi Cancrini definisce infelici. In particolare, egli si riferisce a quei bambini che subiscono gravi maltrattamenti ed abusi e che sono costretti a vivere in un ambiente che non permette alle loro ferite di rimarginarsi 1. Ciò determina in loro degli effetti immediati, in termini di regressione ad un livello borderline della mente, ossia un funzionamento non integrato della nostra mente, la quale funziona senza sfumature, caratterizzata da giudizi totalitari, e conseguenze a lungo termine, ovvero lo sviluppo di un disturbo di personalità, una modalità di pensiero e comportamento disadattivi che compromette le sfere di vita dell’individuo, quali quella cognitiva, affettiva ed interpersonale.

Bambini che nascono e si sviluppano in contesti poco favorevoli, sottoposti continuamente a traumi da parte dei genitori, possono reagire con un sistema di meccanismi di difesa primitivi, basati sulla scissione, che hanno il compito di allontanare da loro l’angoscia ma, contemporaneamente, arrestano il naturale processo di integrazione della mente, essenziale per la crescita psicologica.

È importante sottolineare, però, che la correlazione tra le esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia e lo sviluppo dei disturbi di personalità nell’adulto non è una conseguenza automatica ed inevitabile, infatti è possibile evitare lo sviluppo di una psicopatologia, sia durante l’adolescenza sia durante l’età adulta, occupandosi in modo adeguato dei bambini che vivono in contesti caratterizzati da maltrattamento, abusi, violenza e trascuratezza.

Per questo è indispensabile curare questi bambini, in particolare Cancrini propone la combinazione di due tipi di intervento, il primo è definito sociale/giudiziario, il quale prevede l’allontanamento del bambino dal contesto patologico per mezzo di affidamenti, adozioni o inserimento in case famiglia; tale allontanamento è sufficientemente motivato in quanto i genitori risultano incompetenti, come nel caso di genitori tossicodipendenti, alcolizzati o madri prostitute. Questo tipo di intervento consente di modificare stabilmente le condizioni di vita del piccolo e quindi di instaurare una relazione nutritiva, protettiva, benevola con un nuovo caregiver. Quando questo allontanamento non è adeguatamente giustificato potrebbe, invece, determinare effetti opposto sulla condizione psichica del bambino, il quale ha effettivamente bisogno di restare con i propri genitori; solitamente è auspicabile intervenire a sostegno del nucleo familiare con lo scopo di riuscire a salvaguardare il legame con le figure genitoriali o con almeno una di esse.
Contemporaneamente a questo primo intervento è necessaria una psicoterapia appropriata, sia essa individuale o familiare, a seconda della situazione. Ciò permette al bambino di verbalizzare ed elaborare il trauma vissuto con la figura di accudimento. Infatti, quello che nuoce gravemente alla salute mentale del piccolo non è il trauma in quanto tale, ma il fatto di vivere questa condizione di sofferenza in completa solitudine.

Uno strumento molto interessante, applicato nel corso degli ultimi anni a vari studi relativi ai processi psicologici, è la Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby. Questa teoria, formulata originariamente per descrivere e spiegare il legame emotivo esistente tra caregiver e bambino, attualmente fornisce contributi molto interessanti e considerevoli per la comprensione della psicopatologia in età evolutiva, illustrando come le prime relazioni significative di attaccamento influiscano sullo sviluppo, sia sano sia patologico, del bambino.
Per questo motivo sono stati analizzati i MOI dei vari stili di attaccamento, in particolare quelli relativi all’attaccamento disorganizzato, il quale è correlato con la psicopatologia in età adulta.
L’attaccamento disorganizzato si sviluppa nell’80% dei bambini inseriti in famiglie definite maltrattamenti in cui è presente il genitore spaventante; questa incidenza scende al 15% nella popolazione a basso rischio, in questo caso il genitore non è maltrattante ma spaventato, ossia presenta traumi non risolti, quali incesti, violenza, lutti non elaborati, con la propria figura di accudimento.
Il sistema comportamentale di attaccamento svolge una funzione fondamentale, ossia quella di favorire la sopravvivenza tramite il mantenimento della vicinanza con la figura di accudimento. Questo sistema non può svilupparsi adeguatamente quando il caregiver diviene di per sé fonte di paura, ossia maltratta. Lo stesso accade quando il genitore è spaventato, in quanto il bambino, non essendo in grado di identificare la fonte di paura del caregiver, può arrivare a pensare di essere egli stesso la causa di tale angoscia e sviluppare un’idea di Sé come cattivo e pericoloso.
Il comportamento che questi bambini sviluppano, definito disorganizzato/disorientato, deriva quindi sia da maltrattamenti diretti da parte del genitore, sia come effetto di seconda generazione per un trauma non risolto del caregiver.
È proprio su questo concetto che si basa l’ipotesi secondo cui esista una trasmissione transgenerazionale dei pattern di attaccamento, cioè un’associazione tra lo stile di attaccamento del bambino e lo stato della mente del genitore. Questa continuità è stata evidenziata da Peter Fonagy e Mary Target, i quali somministrando l’Adult Attachment Interview hanno evidenziato una corrispondenza pari al 73-80%. Nel caso di madri il cui stato della mente era stato classificato come irrisolto-disorganizzato, queste donne tendevano ad avere figli disorganizzati-disorientati. Ne consegue che, una volta adulti, questi bambini possono diventare loro stessi genitori e correre così il rischio di mettere in atto condotte maltrattanti e abusanti. Da ciò è facile desumere quanto sia forte il peso delle esperienze traumatiche dell’infanzia sulla patologia adulta.
Stabilito che nella psicopatologia sia presente un’indiscussa continuità, questo conduce inevitabilmente ad accettare una prospettiva evolutiva, al fine di comprendere quali sono i meccanismi che provocano il disturbo, così da poter identificare i fattori di rischio e quelli di resilienza.

Un aspetto innovativo e rilevante è la funzione riflessiva, descritta da Fonagy, ossia la capacità di tenere a mente la mente, che permette di interpretare e comprendere i propri e altrui comportamenti in termini di ipotetici stati mentali (sentimenti, desideri, intensioni, convinzioni…). Questa funzione è fondamentale per l’organizzazione e la formazione del Sé e per la regolazione affettiva. Viene acquisita all’interno di un attaccamento sicuro, in cui il caregiver considera il figlio come altro rispetto a Sé, distinguendo i propri stati mentali da quelli del piccolo e che grazie alle proprie capacità riflessive, guida il bambino nella comprensione dei suoi e altrui comportamenti. In questo tipo di attaccamento viene così a svilupparsi una sana teoria della mente, in quanto viene fornita al bambino una fiducia di base che gli consente di esplorare gli stati mentali del genitore senza sentirli minacciosi e annullanti; il bambino trova nella mente del caregiver una rappresentazione di Sé come essere pensato e pensante, infatti i suoi stati mentali possono venir compresi e restituiti dal genitore in forma adeguata. La mentalizzazione è una capacità che risulta collegata alla modalità di accudimento ed alle cure ricevute dal bambino nell’infanzia. Infatti, l’interesse per la mente dell’altro è possibile solo se il bambino ha potuto fare l’esperienza precoce che i suoi stati interni sono stati compresi da un’altra mente. Difficoltà di mentalizzare sono state riscontrate nella maggior parte dei soggetti affetti da disturbi di personalità, in particolare con diagnosi di disturbo borderline di personalità. Risulta compromessa in una percentuale significativa di soggetti che hanno vissuto un’esperienza traumatica, soprattutto nell’infanzia. Il maltrattamento, infatti, spinge il bambino a non assumere la prospettiva dell’altro, che viene percepito come minacciante.
Fonagy e Target hanno sottolineato come molti soggetti borderline che hanno subito, nel periodo infantile, situazioni di abuso fisico o maltrattamento, hanno anche attivato un parallelo misconoscimento degli stati mentali dei propri genitori, difendendosi così da una consapevolezza che sarebbe stata troppo pericolosa per lo sviluppo del proprio Sé. In effetti, se avessero riconosciuto l’odio implicito negli atti di abuso dei propri genitori, di chi avrebbe cioè dovuto prendersi cura di loro, sarebbero stati costretti a rappresentare se stessi come indegni di amore. In questa prospettiva, è comprensibile il motivo per cui i soggetti con disturbo borderline di personalità mostrino una così consistente difficoltà a mentalizzare, a «tenere a mente la mente», a rappresentarsi cioè le emozioni ed i pensieri sia propri che altrui.

 

Bibliografia
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CANCRINI L., La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2013, 3°, (2012), passim.
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CIRILLO S., DI BLASIO P., La famiglia maltrattante, Milano, Cortina Raffaello Editore, 1989, passim.
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Il lutto infantile, a cura di CASSIBBA R., ZAVATTINI G. C., trad. SANTUCCI C., Bologna, Il Mulino Editore, 2007.
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Sitografia
Pubblicazioni on-line:
FONAGY P., STEELE M., STEELE H., MORAN G.S., HIGGITT A.C., The capacity for understanding mental states: the reflective self in parent and child and its significance for security of attachment, http://mentalizacion.com.ar/images/notas/The%20capacity%20for%20understandig%20mental%20states.pdf [data della pubblicazione 1991]
FONAGY P. TARGET M., Attachment and reflective function: their role in self-organization, http://mhfamilypsychology.com/docs/Fonagy%20Reflective%20Functioning%20Paper.pdf [data ultima consultazione 3 maggio 2015]

Riviste on-line:
DÈTTORE D., I disturbi di personalità: un’analisi critica dei gruppi diagnostici. http://www.neurolinguistic.com/proxima/articoli/art-53.htm [data ultima consultazione 9 settembre 2015]