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Il termine Borderline: origini ed evoluzione

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Il termine Borderline 1 è stato coniato dallo piscoanalista americano Adolph Stern nel 1938, il quale partendo da osservazioni cliniche 2 ha descritto, per la prima volta, la maggior parte dei sintomi del disturbo e ha rilevato che un gran numero di pazienti presentava caratteristiche non assimilabili alle classificazioni nosologiche in uso all’epoca e non rispondevano ai trattamenti psicoterapeutici. Come conseguenza, la classica distinzione tra “nevrosi” e “psicosi” lasciò spazio ad una nuova area di diagnosi e di intervento clinico, ovvero l’area borderline.

Nel 1942, Helene Deutsch condusse uno studio molto interessante sulle cosiddette personalità “Come-Se” nel quale l’autrice descrive una tipologia di carattere all’apparenza normale ma che, ad un’analisi più approfondita, mostrava un grave disturbo di personalità e colui che ne soffriva tendeva ad assumere su di sé le caratteristiche dei soggetti con cui si relazionava.

Nel 1953, il vocabolo borderline viene utilizzato da Robert Knight per identificare una particolare categoria diagnostica, caratterizzata da una severa debolezza dell’Io e da netta incapacità di gestire gli impulsi. Questo autore fu il primo a proporre di concepire questa entità nosografica come autonoma e di allargare questa tipologia di funzionamento a tutti quei pazienti considerati fino a quel momento non classificabili e non inquadrabili nelle categorie note.

Durante gli anni ’60, Roy Grinker e il suo gruppo di ricerca osservarono ben oltre sessanta pazienti ricoverati presso il Michael Reese Hospital di Chicago. Questa fu il primo studio condotto su pazienti con la “sindrome di confine”. Fu per merito di questo autore che si riuscì a dare maggior rigore diagnostico all’esistenza della sindrome borderline.

I criteri diagnostici utilizzati si basavano prevaletemene su comportamenti osservabili, in particolare: ipersensibilità alle critiche, paura e inadeguatezza dei rapporti intimi, disturbi dell’identità, bassa autostima, tendenza alla depressione, difese primitive (negazione e proiezione), sospettosità, rabbia come emozione prevalente, etc. Vennero identificati quattro gruppi di pazienti che si collocavano lungo un continuum sintomatologico, che andava dal versante psicotico a quello nevrotico, passando per altre due tipologie, il “borderline nucleare”, caratterizzato da identità diffusa, acting out aggressivi, prevalenza affetti negativi e difficoltà a mantenere le relazioni personali stabili e il “borderline come se”, la cui particolarità era la perdita diffusa dell’identità, che generava il bisogno di prendere a prestito l’identità altrui.

Negli anni Sessanta del 1900, Otto Kernberg prende le mosse dal lavoro innovativo di Freud e lo coniuga con la teoria delle relazioni oggettuali di Melanie Klein e la Psicologia dell’Io di Margaret Mahler e di Edith Jacobson. Questo lavoro lo porta a descrivere un nuovo livello di organizzazione della personalità, ossia quello borderline.
Kernberg descrive una serie di criteri strutturali necessari per determinare il livello dell’organizzazione di personalità. Essi sono:
1. Integrazione vs. diffusione dell’identità.
2. Meccanismi di difesa.
3. Esame di realtà.

Dopo Kernberg, altri autori hanno portato avanti delle ricerche nel campo della psicopatologia borderline. Tra questi, è necessario menzionare Gunderson e Singer, i quali hanno descritto il disturbo borderline attraverso la creazione dell’Intervista Diagnostica per i Borderline. Attraverso questo strumento è stato possibile evidenziare sei peculiarità della patologia borderline: affettività intensa, di natura prevalentemente rabbiosa o depressiva; impulsività; pattern relazionali instabili; episodi psicotici transitori; tendenza a perdere i nessi associativi se sottoposti a test proiettivi o comunque a situazioni non strutturate e adattamento superficiale alle situazioni sociali.

A partire da questo momento, il disturbo borderline di personalità 3 trova la sua posizione all’interno del DSM.

Robert Spitzer, nel 1979, gettò le basi per l’inserimento di questo disturbo nel DSM-III. L’autore analizzò le due condizioni psicopatologiche in cui il termine borderline compariva: la condizione borderline schizotipica e la sindrome della personalità instabile. La prima veniva considerata una forma attenuata di schizofrenia, con la presenza di gravi disturbi del comportamento, dell’affettività, del pensiero e delle relazioni. Con il tempo perse la connotazione di borderline e nel DSM-III venne inserito come personalità schizotipica.  La seconda, era una sindrome che si manifestava con disturbi del carattere, degli impulsi e delle relazioni sociali. Anche questa perse la sua sfumatura di instabile e divenne la personalità borderline.  

Bibliografia

Lingiardi V., La personalità e i suoi disturbi, Milano, Il Saggiatore, 2004, passim

Lingiardi V., Gazzillo F. La personalità e i suoi disturbi, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2014, Edizione Kindle.

 

 


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Disturbo Istrionico di Personalità.

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I pazienti a cui viene diagnosticato il disturbo istrionico di personalità (da ora in poi DIP) ostentano un’eccessiva emotività, esternata con modalità teatrali; inoltre il loro comportamento[1], più o meno apparentemente seduttivo, è finalizzato alla ricerca di attenzione, di approvazione, di supporto da parte di altri. Questi individui infatti si sentono a disagio e non si sentono apprezzate nelle situazioni in cui non sono al centro dell’interesse altrui. Quindi, ottenere l’approvazione da parte delle altre persone è per loro fondamentale ed è così che ricorrono al loro aspetto fisico per ottenerla. Ne consegue che sono individui che si preoccupano eccessivamente di essere fisicamente attraenti, di riuscire così ad impressionare gli altri tramite il loro aspetto e spendono molto denaro e tempo in vestiti e per le cure personali.

Un’angoscia che affligge questi pazienti è l’invecchiamento, in quanto la degenerazione fisica potrebbe far perdere loro l’unico strumento attraverso il quale riescono ad affascinare e avvicinare le altre persone.

Il comportamento degli individui con tale disturbo di personalità è spesso provocatorio e seduttivo, così come il loro aspetto, questo anche in situazioni poco appropriate al contesto, come ad esempio, sul posto di lavoro, o nei confronti di persone per cui non nutrono un reale coinvolgimento sessuale o sentimentale, come ad esempio gli amici.

All’inizio di una relazione, questi pazienti possono risultare affascinanti, socievoli e piacevoli, ma con il passare del tempo, queste qualità tendono ad indebolirsi, in quanto le loro richieste di attenzione risultano eccessive. Al fine di farsi accettare e soprattutto di ricevere l’approvazione da parte delle altre persone, i soggetti con personalità istrionica possono far ricorso alla manipolazione, alla coercizione o a minacce di suicidio. Una particolarità propria di questo disturbo è la manifestazione emotiva drammatica e superficiale.

Le persone con DIP esprimono, infatti, le loro emozioni in modo troppo intenso, esagerato e plateale, soprattutto risultano prive di spontaneità e molto spesso vengono accusate dagli altri di simulare i sentimenti. Infatti, possono mostrare forte rabbia, esplosioni d’ira e di collera in risposta ad eventi minimi oppure manifestare emozioni molto profonde per persone conosciute da poco e, soprattutto, questi vissuti emotivi si accendono e si spengono in modo rapido. Il loro costante bisogno di affetto, attenzione e approvazione deriva dal fatto che ne sono stati deprivati durante l’infanzia. Ne consegue che vivono costantemente nel timore di essere abbandonati.

L’eccessivo interesse per il consenso altrui, piuttosto che sulle proprie capacità interne, porta questi pazienti a considerare se stessi solo in funzione degli altri e ciò determina uno inadeguato senso di identità personale.

Altra particolarità dei pazienti istrionici è quella di considerare le relazioni più intime di quello che in realtà sono, come il ritenere un conoscente un caro amico. In realtà questi individui hanno grande difficoltà ad instaurare un’autentica intimità emotiva con le persone con le quale si relaziona, questo perché, molto spesso, si ritrovano a recitare una parte, ad esempio quella della vittima, della bella principessa e del macho oppure cercano di controllare l’altro attraverso la manipolazione emotiva e la seduzione, pur non avendone coscienza. Si affiancano a partner forti, autorevoli, a cui attribuiscono doti straordinarie.

I pazienti istrionici presentano un alto grado di suggestionabilità, infatti possono cambiare valori, impressioni, stati d’animo in base agli interessi del partener del momento.  Il modo di comunicare di queste persone risulta teatrale, impressionistico ma carente di dettagli, infatti questi pazienti possono esprimere il loro pensiero in modo convincente, ma le ragioni che sottostanno alle loro opinioni spesso risultano povere di elementi che le possano supportare.

I dati per il DIP suggeriscono una percentuale pari al 2-3% della popolazione generale e del 10-15% della popolazione clinica; inoltre questa patologia sembrerebbe più diffusa nel genere femminile.

I criteri proposti dal DSM-5 per diagnosticare il DIP, sono i seguenti:

Un pattern pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione, che inizia entro la prima età adulta ed è presente in svariati contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  1. È a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione.
  2. L’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da inappropriato comportamento sessualmente seduttivo o provocante.
  3. Manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale.
  4. Utilizza costantemente l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sé.
  5. Lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e privo di dettagli.
  6. Mostra autodrammatizzazione, teatralità, ed espressione esagerata delle emozioni.
  7. È suggestionabile, cioè facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze.
  8. Considera le relazioni più intime di quanto non siano realmente.

Il modello alternativo presente nel DSM-5 non prende in considerazione il DIP.

[1] Per catturare l’interesse delle altre persone possono ricorrere a comportamenti teatrali, come ad esempio esagerazioni di episodi di vita, invenzioni di storie, descrizioni drammatiche del proprio stato fisico ed emotivo; comportamenti provocatori e seduttivi, come adulazioni, provocazioni sessuali, regali.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Text revision, a cura di V. Andreoli, G. B. Cassano, R. Rossi, Trento, Elsevier Editore, 1997.

______________, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore, 2014.

Lingiardi V., Gazzillo F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014.

Lingiardi V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore.


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Cosa è lo stress?

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Lo stress è una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Può essere sia fisiologica, ma può avere anche dei risvolti patologici che ricadono nel campo della psicosomatica. Ogni stressor che perturba l’omeostasi dell’organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichiche, emotive, locomotorie, ormonali e immunologiche. Lo stress è da considerarsi come una funzione essenziale per il nostro organismo, in quanto ci permette di far fronte alle pressioni e alle minacce esterne e quindi di adattarsi all’ambiente circostante, tutto ciò è fondamentale per la sopravvivenza dell’essere umano. Tuttavia in determinate condizioni, le sollecitazioni che generano stress possono divenire eccessive fino al punto di non essere più sopportabili dalla persona, con conseguenze negative anche assai gravi per la salute dell’individuo. Poiché non è possibile evitare lo stress, in quanto il nostro organismo è perennemente esposto a stimoli esterni, è però necessario e indispensabile, in particolare sul lavoro, cercare di fare in modo che le condizioni di lavoro non presentino fattori stressanti rilevanti e significativi. Da questa piccola premessa possiamo dedurre che lo stress si manifesta nel momento in cui il nostro organismo deve rispondere a stimoli esterni. Questa risposta consiste nell’attivazione dei sistemi psico-neuro-endocrini che consentono di contrastare e così risolvere la situazione, al fine di evitare possibili conseguenze negative e permettere l’adattamento nel caso in cui non sia possibile risolvere la situazione stressante. Possiamo pertanto distinguere due tipi di stress, quello positivo chiamato eustress, che ci permette di adattarci positivamente alle situazioni e uno negativo, distress, quando la situazione stressante richiede uno sforzo di adattamento superiore alle nostre possibilità, comportando un logorio progressivo che porta al deterioramento delle nostre difese psicofisiche.

In base alle modalità con cui gli stimoli esterni si presentano all’individuo, il nostro organismo risponderà in modo diverso e più precisamente attraverso due modalità distinte in:

  • Stress acuto: quando gli eventi stressanti si presentano in modo acuto e la risposta dell’organismo si gioca e/o si esaurisce nel giro di pochi minuti o di ore (ad esempio nel caso di un lutto).
  • Stress cronico: quando gli eventi stressanti si protraggono per giorni, settimane, mesi e la risposta dell’organismo si protrae nel tempo (ad esempio un rapporto di lavoro problematico).

Uno dei primi studiosi dello stress fu Hans Selye, il quale lo definì come “condizione aspecifica in cui si trova l’organismo quando deve adattarsi alle esigenze imposte dall’ambiente”, ossia è la reazione che ognuno di noi ha di fronte a diverse richieste, difficoltà o prove. Sempre Selye definì come “Sindrome Generale di Adattamento” quella risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor, quali stimoli fisici (ad es. fatica), mentali (ad es. impegno lavorativo), sociali o ambientali (ad es. obblighi o richieste dell’ambiente sociale).

L’evoluzione della sindrome avviene in tre fasi:

  1. una prima fase di “allarme”;
  2. una seconda fase di “resistenza”;
  3. una terza fase di “esaurimento funzionale.

Dopo una prima fase d’allarme, cioè di aumentata attenzione e tensione, l’organismo cerca di contrastare la situazione stressante, acuta o cronica che sia, opponendo una resistenza agli effetti che questa situazione produce sul proprio equilibrio. Il tentativo ripetuto di contrastare la situazione stressante causa l’esaurimento dell’organismo poiché il costo della resistenza al distress è più forte delle capacità di reazione ad esso, facendo così emergere gli effetti negativi dello stress.

Secondo Selye la risposta neurovegetativa e corticosurrenale allo stimolo stressante era finalizzata a mobilitazioni muscolari riassunte nell’atteggiamento di lotta/fuga (“fight/flight”) dipendenti dalla capacità dell’individuo di saper affrontare o meno lo stimolo stesso. I risultati dannosi dello stress erano attribuiti all’impossibilità di intraprendere un comportamento di lotta-fuga con conseguente accumulo tossico di adrenalina, cortisone e soprattutto conseguenze fisiologiche e metaboliche quali per esempio: aumento della vigilanza, della pressione arteriosa, dei grassi nel sangue della glicemia, dei processi infiammatori, etc..

In realtà si è riconosciuto che oltre alla risposta “attiva” prevista da Selye, è possibile una risposta “passiva” che è stata osservata in studi sperimentali sugli animali. Questo tipo di risposta passiva si esprime come “giocare a fare il morto”.

Inoltre il meccanismo con cui l’organismo reagisce agli stimoli stressanti, indipendentemente dal modo in cui vengono percepiti e valutati, è lo stesso in tutti gli individui; la differenza sta nel modo in cui le persone reagiscono emotivamente a queste sollecitazioni. Ciò significa che la stessa situazione di lavoro può in alcune persone suscitare stress, mentre altre rimanere del tutto indifferenti se sottoposte allo stesso fenomeno.

Accede questo perché lo stress è un fatto particolarmente soggettivo che non insorge esclusivamente in seguito alla presenza di situazioni o eventi potenzialmente stressanti, ma soprattutto in base al modo in cui il soggetto vive emotivamente l’evento.

Ne consegue che, per poter riconoscere e valutare l’esistenza di un problema di potenziale stress è indispensabile un approccio che permetta obiettivamente di rilevare e stabilire le reazioni soggettive prodotte dagli stressor, in riferimento al contesto stesso.

 

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Masciocchi P. Stress lavoro-correlato

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Stress_%28medicina%29


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Disturbo Antisociale di Personalità

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Il disturbo di personalità antisociale (da ora in poi DAP), denominato anche Psicopatia, o sociopatia, è caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti delle altre persone, infatti gli individui con questo disturbo non riescono a conformarsi né alla legge, il che li porta a commettere atti illegali, quali la truffa, il furto, etc., né alle norme sociali, per cui i loro comportamenti saranno per lo più disonesti e manipolativi come, ad esempio, mentire o assumere false identità, etc., con il fine di trarre vantaggio o piacere personale.

Questo disturbo ha inizio nell’infanzia o nella prima adolescenza e prosegue in età adulta.

Un elemento fondamentale delle persone con DAP è lo scarso rimorso mostrato per gli effetti delle proprie azioni, infatti possono danneggiare gli altri e rimanere emotivamente indifferenti a ciò oppure fornire spiegazioni superficiali e banali dell’accaduto, come il colpevolizzare gli altri assumendo così il ruolo di vittima.

Altri elementi che caratterizzano questo disturbo sono l’impulsività, che si manifesta nelle decisioni prese sotto la spinta del momento senza pensare alle conseguenze, e l’aggressività, come ad esempio picchiare il coniuge.

Le emozioni maggiormente sperimentate sono la rabbia, il disprezzo, il distacco, il piacere di dominare, l’euforia mentre, al contrario, hanno difficoltà nel provare la gratitudine, l’empatia, l’affetto, il senso di colpa, l’erotismo.

I rapporti che questi pazienti stringono sono superficiali e transitori, ma soprattutto hanno un fine utilitaristico.

Possono mettere in atto comportamenti pericolosi, che mostrano noncuranza sia per la propria sicurezza come, ad esempio, la guida spericolata o abuso di sostanze stupefacenti sia per la sicurezza altrui, ad esempio la malnutrizione dei figli. Tendono ad essere irresponsabili in ogni campo e hanno una bassa tolleranza alla frustrazione.

Caratteristica del DAP è la pseudologia fantastica, conosciuta anche come mitomania o bugia patologica, attraverso la quale il soggetto ricorre continuamente a fabulazioni, nelle quali racconta fatti reali misti a storie inventate. Il paziente si appropria di queste esperienze inventate, come se le avesse vissute in prima persona.

Il DAP viene diagnosticato in individui che hanno almeno diciotto anni, ma questi stessi soggetti presentano, prima dei quindici anni, alcuni sintomi del disturbo della condotta.

Inoltre i comportamenti antisociali possono manifestarsi esclusivamente a causa della schizofrenia o durante un episodio maniacale, in questi casi non viene effettuata diagnosi di DP.

La percentuale di prevalenza di questo disturbo è compresa tra 0,2 e 3,3%, con maggiore probabilità in coloro che vivono in ambienti sociali avversi, la cui condizione economica è caratterizzata da povertà. Secondo gli studiosi della teoria della mente, questi pazienti comprendono gli stati mentali propri e altrui ma hanno difficoltà ad assumere la prospettiva delle altre persone in quanto hanno avuto probabilmente figure di accudimento che presentano esse stesse il deficit.

I criteri per la diagnosi di DAP secondo l’approccio categoriale del DSM-5:

A) Un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta fin dall’età di 15 anni, come indicato da tre (o più) dei seguenti elementi:

  1. Incapacità di conformarsi alle norme sociali per ciò che concerne il comportamento legale, come indicato dal ripetersi di condotte suscettibili di arresto.
  2. Disonestà, come indicato dal mentire, usare falsi nomi, o truffare gli altri ripetutamente, per profitto o per piacere personale.
  3. Impulsività o incapacità di pianificare.
  4. Irritabilità e aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti.
  5. Inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri.
  6. Irresponsabilità abituale, come indicato dalla ripetuta incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa, o di far fronte ad obblighi finanziari.
  7. Mancanza di rimorso, come indicato dall’essere indifferenti o dal razionalizzare dopo avere danneggiato, maltrattato o derubato un altro.

B) L’individuo ha almeno 18 anni.

C) Presenza di un Disturbo della Condotta con esordio prima dei 15 anni di età.

D) Il comportamento antisociale non si manifesta esclusivamente durante il decorso della Schizofrenia o di un Episodio Maniacale.

L’approccio dimensionale proposto dal DSM-5 indica, come peculiarità per il DAP, l’incapacità dell’individuo di adeguarsi ai comportamenti stabiliti dalla legge ed etici e una marcata e insensibile preoccupazione per gli altri. Inoltre la persona si mostra falsa, irresponsabile, manipolatoria, con tendenza a correre rischi.

I criteri per effettuare la diagnosi sono i seguenti:

A) Moderata o più grave compromissione del funzionamento della personalità, che si manifesta con caratteristiche difficoltà in due o più delle seguenti quattro aree:

  1. Identità: egocentrismo, autostima derivante dal vantaggio personale, dal potere o dal piacere.
  2. Autodirezionalità: definizione degli obiettivi sulla base della gratificazione personale, assenza di standard prosociali interni, associabili a una incapacità di conformarsi alle norme, legalmente o culturalmente stabilite, di comportamento etico.
  3. Empatia: mancanza di preoccupazione per i sentimenti, i bisogni o la sofferenza degli altri, mancanza di rimorso dopo aver ferito o maltrattato un’altra persona.
  4. Intimità: incapacità di stabilite relazioni di mutua reciprocità, dal momento che lo sfruttamento è la principale modalità di entrare in relazione con gli altri, servendosi anche di inganno e coercizione, predominio o intimidazione per controllare gli altri.

B) Almeno sei delle seguenti sfaccettature di tratti di personalità patologici:

  1. dell’Antagonismo:
    • Manipolatorietà.
    • Insensibilità.
    • Inganno.
    • Ostilità.
  2. della Disinibizione:
    • Tendenza a correre rischi.
    • Impulsività.
    • Irresponsabilità.

Secondo la teoria di Winnicott, la personalità antisociale deriva da gravi fallimenti di maternage 1 che il bambino ha vissuto negli anni in cui aveva già maturato una consapevolezza della sua dipendenza. Quindi il comportamento antisociale può essere considerato come una forma di speranza. Kernberg mette in evidenza la necessità di distinguere meticolosamente il DAP dai comportamenti antisociali, i quali possono essere presenti in vari DP. Ovviamente questo comporta che tali condotte sono interpretate in modi diversi a seconda disturbo sottostante. Infine, secondo Fonagy il comportamento antisociale deriva da un deficit della funzione riflessiva.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Text revision, a cura di V. Andreoli, G. B. Cassano, R. Rossi, Trento, Elsevier Editore, 1997.

______________, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore, 2014.

Kring A. M., Davison G. C., Neale J. M., Psicologia clinica, trad. Conti D., Frezza E., Bologna, Zanichelli Editore, 2013, 4°, (1989).

Lingiardi V., Gazzillo F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014.

Lingiardi V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore.

 

 

 


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La Psicopatia

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Il concetto di psicopatia è stato esposto anni prima della diagnosi di disturbo antisociale di personalità del DSM.

Hervey Cleckley pubblicò, nel 1976, il libro The Mask of Sanity, all’interno del quale inserì i criteri da lui elaborati per diagnosticare la psicopatia. Questi criteri riguardano i pensieri e le emozioni delle persone. Infatti, una peculiarità necessaria per identificare la personalità psicopatica è la povertà di emozioni, siano esse positive o negative. Inoltre sono persone che utilizzano il proprio fascino per manipolare gli altri e trarre così vantaggio. L’assenza di emozioni negativi fa sì che la persona non possa apprendere dai propri errori.Un altro concetto chiave proposto da Cleckley è che il comportamento antisociale della persona affetta da psicopatia viene messo in atto d’impulso, in particolare per il brivido che procura e non per altre motivazioni o bisogni.

In particolare, i criteri per diagnosticare la psicopatia, secondo Hervey Cleckley sono 16:

facino superciale, assenza di ansia, mancanza di senso di colpa, indifferenza, disonestà, egocentrismo, impulsività, incapacità di stabilire relazioni intime durature, incapacità di apprendere dalle punizioni, incapacità di posticipare la gratificazione, povertà emotiva, assenza di empatia, incapacità di fare piani a lungo termine, tendenza a cercare un controllo esterno per il proprio comportamento, menzogna cronica, distacco sociale.

Per valutare la psicopatia viene utilizzata la Psychopathy Checklist-Revised. Oltre a questa scala, vengono raccolte informazioni da altre fonti, come ad esempio la fedina penale.

Una differenza sostanziale tra i criteri proposti dal DSM-IV-TR e quelli per la psicopatia, riguarda un aspetto molto importante, ossia per il DSM è fondamentale la specificazione che la persona sviluppi i sintomi prima dei 15 anni di età. Questo fattore non è richiesto nel DMS-5.

 

 Bibliografia

Psicologia clinica di Kring, Davison, Neale, Johnson.

I Serial Killer, di V.M. Mastronardi e R.De Luca; Newton & Compton Ed. 2006

 


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Che cosa è un disturbo di personalità?

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Tradizionalmente i pazienti venivano distinti in nevrotici e psicotici, ma questa suddivisione era piuttosto carente e semplicistica, in quanto erano stati osservati nel corso delle terapie, in alcuni pazienti, fenomeni clinici caratterizzati da imprevedibilità, rabbia, tendenza all’acting, bruschi cambiamenti del tono dell’umore e psicosi transitorie.

Il primo autore che cercò di classificare questi pazienti, secondo i criteri della psicoanalisi, fu Wilhelm Reich, che utilizzò il termine carattere impulsivo per indicare quelle forme cliniche miste al confine tra la schizofrenia e l’isteria.

Nel 1932, Edward Glover suggerì di denominarli potenziali psicotici; nel 1938 Adolph Stern propose il termine borderline per indicare quei pazienti che non appartengono né al gruppo degli psicotici né a quello dei nevrotici.

Durante gli anni Cinquanta molti autori iniziarono ad interessarsi pienamente a questi pazienti, cercando di superare l’impasse della classificazione nosografica, che differenziava esclusivamente la nevrosi dalla psicosi.

È però alla fine degli anni Settanta che alcuni ricercatori si dedicarono allo studio dei disturbi di personalità utilizzando metodi sperimentali. Robert Grinker, nel 1968, offrì, attraverso una ricerca, rinforzo empirico all’esistenza della sindrome borderline di personalità e nel 1975 John Gunderson sottopose il concetto a verifiche sperimentali. A queste ricerche ne seguirono altre ad opera di Kernberg, Kohut, Adler etc.

La definizione di DP compare per la prima volta solo nel 1994, all’interno del DSM-IV, nonostante i vari disturbi fossero già stati descritti nel II asse del DSM III.

Il DSM-5 definisce il DP “un pattern costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione.”

Un DP indica quindi una modalità di pensiero e di comportamento disadattivi che si manifesta in modo pervasivo, inflessibile e apparentemente permanente, che invade varie sfere dell’individuo tra cui quella interpersonale, quella cognitiva, quella affettiva etc.

Ogni persona ha dei particolari tratti della personalità, ossia delle modalità attraverso le quali si relaziona agli altri e agli eventi. Le persone che riescono ad adattarsi in modo efficace alle diverse situazioni della vita sono quelle che tendono ad assumere un comportamento o un pensiero differente nel momento in cui lo stile abituale risulta inefficace. Si parla invece di DP solo quando l’intero funzionamento dell’individuo è contraddistinto da certe caratteristiche estreme, ossia tratti della personalità troppo rigidi e poco adattivi rispetto all’ambiente e alla cultura dell’individuo, al punto da comprometterne seriamente la vita affettiva, sociale, lavorative e di produrre nel soggetto stesso e nelle persone a lui vicine grave sofferenza o marcato disagio.

Il DP può essere definito egosintonico, ossia accettabile da parte della persona che lo accusa, nel quale non crea alcun disagio, sebbene possa avere effetti negativi su altre persone ed alloplastico, ossia immodificabile in rapporto con l’ambiente, ciò comporta l’impossibilità di adattabilità allo stesso ed è proprio il fatto di essere alloplastico che causa difficoltà sociali in questi pazienti.

Il comportamento disadattivo insorge generalmente nella prima metà della vita adulta, ma possono essere presenti già alcuni indizi durante l’infanzia.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore.

Lingiardi V., Gazzillo F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore.

 


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Sindrome Genovese

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La sindrome genovese, nota anche come “effetto spettatore” o “complesso del cattivo samaritano” è un fenomeno psicologico divenuto purtroppo noto a causa del caso Genovese.

Kitty Genovese era nata a New York il 7 luglio del 1935, da una famiglia italoamericana appartenente alla middle class, ed era cresciuta a Brooklyn. Nel 1954, la sua famiglia decide di trasferirsi nel Connecticut, così Kitty decise di restare da sola a New York. Si trasferì nel Queens, dove iniziò a gestire un bar, il Ev’s 11th Hour Sports Bar, e prese un appartamento insieme alla socia e fidanzata, Mary Ann Zielonko.

genovese

Ma come avvenne l’omicidio?

Era la notte del 13 marzo del ’64, quando la Genovese rincasò verso le 3 di notte, dopo aver chiuso il bar. Dopo aver parcheggiato l’auto, a circa 30 metri dal portone di casa, la Genovese fu accoltellata alle spalle da Winston Moseley.

I vicini della Genovese gridarono all’aggressore di lasciar perdere la donna e, in un primo istante, l’uomo si allontanò. Dopo una decina di minuti Moseley tornò a cercare la giovane, ormai agonizzante, e la uccise. La durata complessiva dell’aggressione fu di circa mezz’ora: l’uomo abusò della vittima per lasciarla poi morente a terra. La Genovese aveva provato a chiedere aiuto ai vicini, ma nessuno si degnò di aiutarla. Si stima che ben 38 persone abbiano “assistito” alla scena, senza aver mosso un dito.

Perché nessuno dei vicini aiutò Kitty Genovese?

Bibb Latané e John Darley hanno portato avanti una serie di studi, in relazione a questo caso, e hanno spiegato che l’effetto era stato generato da un duplice processo: l’ignoranza collettiva e la diffusione della responsabilità.

L’ingoranza collettiva o pluralistica.

In psicologia sociale è quel processo che riguarda le persone quando sono parte di un gruppo. Ciascun membro ritiene che gli altri abbiano più informazioni su un determinato evento e quindi, in situazioni confuse e vaghe, si tende ad osservare e a conformarsi al comportamento altrui, senza valutare il fatto che anche gli altri fanno lo stesso. Questo determina, nella maggior parte dei casi, una probabile mancanza d’azione.

La diffusione della responsabilità o disimpegno morale.

Fenomeno molto noto in psicologia sociale, in cui un individuo tende a non assumersi una responsabilità di azione quando sono presenti altre persone. Il fenomeno si presenta quando la responsabilità non è stata attribuita specificatamente.

Un esperimento molto famoso per valutare tale fenomeno fu condotto da Latané e Darley. I soggetti in questione venivano fatti accomodare singolarmente in diverse stanze ed erano convinti di stare a partecipare ad un esperimento di psicologia, in cui dovevano esprimere delle opinioni su questioni personali. Queste stanze erano isolate tra di loro e i soggetti potevano comunicare solo per mezzo di un interfono. Durante l’esperimento, uno dei partecipanti raccontava di soffrire di attacchi di epilessia e, poco dopo, simulava di averne uno. Quando agli altri soggetti veniva detto che vi erano più partecipanti all’esperimento, la probabilità che uno di loro prestasse aiuto, diminuiva moltissimo.

In particolare:

  1. Se i partecipanti erano consapevoli di essere soli, l’85% di loro interventiva;
  2. Se erano convinti che ci fosse almeno un altro individuo, la percentuale scendeva al 62%;
  3. Se credevano che i partecipanti fossero almeno 4, solo il 31% dei partecipanti si precipitava ad aiutare il malato.

Ciò potrebbe dipendere dall’assenza di preoccupazione mostrata dagli altri membri del gruppo, che porterebbe ad una valutazione sommaria e sottostimata dell’evento. Ne deriva che più persone assistono a un’emergenza, più si riscontra la probabilità che ogni spettatore non intervenga o lo faccia più lentamente.

 

 Bibliografia

The unresponsive bystander: Why doesn’t he help? di Bibb Latané.

Psicologia Sociale. di Elliot Aronson, Il Mulino.

Kitty Genovese: A True Account of a Public Murder and its Private Consequences. di Catherine Pelonero

 

 

 


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Le teorie umanistiche

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Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo si afferma, all’interno della psicologia, una Terza Forza, una nuova tipologia di pensiero che si contrappone sia alla psicoanalisi sia al comportamentismo, ossia la Psicologia Umanistica.

Il modello umanistico focalizza il suo interesse sull’esperienza concreta dell’individuo, sul qui e ora della realtà e sull’uomo in quanto individualità singola.

Gli argomenti di cui si interessa questo ramo della psicologia sono quelli che non hanno trovato molto spazio nelle teorie precedenti e sono l’amore, la creatività, la crescita, l’organismo, l’autorealizzazione, il gioco, la trascendenza dell’Io, la responsabilità etc. e il modello dell’uomo al quale tende si basa su una visione non deterministica dell’agire umano, ossia l’individuo viene ritenuto in grado di crearsi autonomamente il proprio destino.

A gettare le basi del movimento sono Carl Rogers1 e Abraham Maslow2

La teoria rogersiana della personalità si basa sul concetto di organismo, inteso nel suo significato più ampio, ossia di totalità psico-fisica. L’organismo non può essere scisso nelle sue più piccole parti, in quanto non può essere ricondotto alla semplice somma delle parti. Rogers considera l’individuo come una globalità tra mente e corpo. Il concetto centrale di questa teoria della personalità è il Self, il Sé. L’attenzione è posta sulla tendenza attualizzante dell’individuo, ossia l’autorealizzazione del proprio Sé, che orienta la personalità verso la differenziazione, l’espansione, la creatività, l’arricchimento. La tendenza attualizzante agisce attraverso un processo che egli chiama di valutazione organismica, attraverso la quale l’individuo sceglie le esperienze che contribuiscono a migliorare lo sviluppo dell’organismo e scarta quelle che non tendono a questo fine. In questo modello la personalità è vista come un sistema organizzato, in grado di autoregolarsi, non controllato da forze esterne, ma guidato proprio dall’autorealizzazione. Una legge fondamentale per mettere in atto l’attualizzazione è quella della congruenza, ossia l’Io tende normalmente alla coerenza tra le proprie auto-percezioni e tra queste e la realtà esterna. Conseguenza di ciò è la profezia che si autoavvera, 3 in quanto l’individuo spesso si comporta in modo che gli altri confermino la percezione che egli ha di se stesso. Le esperienze incongruenti con il concetto di Sé generano ansia, sono ritenute delle minacce e questo determina un irrigidimento difensivo della struttura del Sé. Un altro concetto importante nella realizzazione di Sé è rappresentato dal bisogno di sentirsi accettato e amato dalle persone significative della propria vita. Ciò può determinare conflittualità nell’individuo, in quanto può indurlo a fare propri valori contrastanti con la propria natura, pur di non perdere l’affetto e l’appoggio altrui. Questo determina la nascita del falso Sé, fonte di disagio psichico. È solo tramite il processo di reintegrazione che l’individuo può uscirne.

La teoria di Maslow focalizza la sua attenzione sull’analisi delle motivazioni che spingono un individuo a mettere in atto una serie di comportamenti e sulle caratteristiche che contraddistinguono la personalità sana e autorealizzata; essa si basa su una gerarchia di bisogni, la cosiddetta Piramide di Maslow.

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I bisogni da gratificare sono fisiologici, legati al cibo e all’acqua; di sicurezza, ossia di protezione; di appartenenza, cioè sentirsi parte di un gruppo, instaurando rapporti interpersonali; di stima e di autorealizzazione.

Questi bisogno sono innati ma i modi con i quali possono essere appagati vanno appresi. Inoltre è possibile soddisfare un bisogno della scala solo se quello precedente ha avuto un esito positivo.

L’incapacità di gratificare un bisogno genererà una disfunzione psichica.

Secondo Maslow, solo le persone che giungono all’autorealizzazione hanno un’alta percezione della realtà e una maggiore accettazione di sé e degli altri.

 

 

Bibliografia

Maslow A. H., Motivazione e personalità, Roma, Armando Editore, 1977, passim.

Maslow A. H., Verso una psicologia dell’essere, Roma, Astrolabio Editore, 1971, passim.

Rogers C. R., La terapia centrata sul cliente, a cura di Palmonari A., Rombauts J., Firenze, Giunti Editore, 2013, passim.

 


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La Psicologia del Sé di Heinz Kohut

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La Psicologia del Sé di Kohut nasce dagli studi dello stesso su pazienti con disturbi narcisistici 1, i quali presentavano caratteristiche molto diverse dai pazienti nevrotici, ossia erano presenti sentimenti di depressione e insoddisfazione nei rapporti e la loro stima di sé era facilmente vulnerabile.

Il concetto centrale di questo modello è quello del Sé, inteso come nucleo centrale della personalità che organizza i sentimenti, i pensieri e le rappresentazioni di Sé e degli altri.

Nel pensiero dell’autore, lo sviluppo del Sé avviene in due tappe fondamentali, la prima è la formazione del Sé virtuale, ossia l’immagine del bambino che deve ancora nascere ma che già è presente nella mente dei genitori, la seconda prevede lo sviluppo del Sé nucleare nel corso dei primi due anni di vita del bambino. Il Sé nucleare è per sua natura bipolare, ossia è formato dal polo delle ambizioni di potere e successo e dal polo degli scopi idealizzati e i valori. Questi due poli sono sottesi da un arco di tensione, il quale è caratterizzato dai talenti e dalle abilità della persona.

Concetto cardine della Psicologia del Sé è l’oggetto-Sé, ossia il ruolo svolto dalle altre persone nei confronti del Sé in relazione ai suoi bisogni. Gli oggetti-Sé devono essere visti come funzioni, più che come persone.

Il Sé sano si sviluppa all’interno di un ambiente che consente di fare tre esperienze di oggetto-Sé: 2

  • Oggetti che confermino l’innato senso del bambino di grandezza e perfezione, ossia i bisogni di specularità. Sono esperienze che formano quello che Kohut chiama Sé grandioso. Permette di rafforzare il polo delle ambizioni del Sé bipolare. Un esempio è il piacere che un artista ha nel momento in cui viene apprezzato dal pubblico. In caso contrario avviene la frammentazione del Sé.
  • Oggetti da poter ammirare e idealizzare, ossia il bisogno di idealizzazione. Questo tipo di esperienza permette il rafforzamento del polo degli ideali del Sé bipolare. Kohut la descrive come l’esperienza di fondersi con un oggetto vissuto come grande, forte, ideale e saggio. Un esempio è rappresentato da un individuo, in un momento di difficoltà, trova in un amico un punto di riferimento e di forza.
  • Oggetti che suscitino nel bambino una sensazione di essenziale uguaglianza con lui, ossia il bisogno di gemellarità. Questo tipo di esperienza permette di rafforzare l’arco di tensione delle capacità e dei talenti. Un esempio è quello della bambina che fa finta di cucinare insieme alla mamma.

Inoltre, l’Uomo di Kohut è un Uomo Tragico, frutto delle esperienze relazionali e dell’contesto in cui si è sviluppato il suo Sé nucleare, opposto all’Uomo Colpevole di Freud, il quale tende, invece, alla costante ricerca di equilibrio tra le pulsioni che lo dominano e le cui azioni sono volte alla ricerca del piacere.

 

 

Bibliografia

Concato G., Manuale di psicologia dinamica, Firenze, AleBet Editore, 2000.

 


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La psicopatologia secondo Wilfred Bion

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Wilfred Bion, un autore di matrice kleiniana, ritiene che l’intera psicopatologia può essere considerata come la manifestazione dei disturbi di pensiero ed è per questo che ha tentato di elaborare una teoria del pensiero normale e patologico.

Il pensiero viene classificato dall’autore, all’interno di una griglia, secondo due dimensioni: il livello di sviluppo e il modo in cui viene usato.

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Gli elementi β sono definiti da Bion come “emozioni e sensazioni non pensate e non pensabili”, equivalgono nella mente alla cosa in sé. 1 Gli elementi α sono invece la prima forma rudimentale di sensazioni ed emozioni pensate. Questi elementi non sono rinvenibili in natura, ma è possibile trovare delle manifestazioni molto vicine a queste ipotesi originarie. Per quanto riguarda gli elementi β, i due esempi tipici sono i disturbi psicosomatici non simbolizzati 2 e gli oggetti bizzarri. 3 I modelli più vicini agli elementi α sono i pensieri del sogno o i Miti. 4

Le preconcezioni sono le forme vuote, delle aspettative che acquisiscono una forma precisa, ossia la concezione, nel momento in cui incontrano la realtà. I concetti sono il frutto dell’astrazione delle concezioni. I concetti astratti, legati tra di loro per mezzo di nessi logici, formano il sistema deduttivo scientifico. Infine il calcolo algebrico rappresenta un’ulteriore astrazione e ai nessi logici si aggiungono quelle di tipo matematico.

Il passaggio da una forma di pensiero all’altra è permesso dalla dinamica contenitore/contenuto, attraverso la quale si sviluppa un “apparato per poter pensare i pensieri”. In questa dinamica, gli elementi β, che vengono percepiti dal bambino ma non compresi, vengono collocati fantasticamente dentro la madre, per mezzo dell’identificazione proiettiva normale. La madre, attraverso il processo di rêverie, elabora e trasforma le proiezioni del suo bambino per mezzo della funzione α e le restituisce moderate dal pensiero e dall’affetto. Il piccolo reintroietta tali esperienze così trasformate e nel tempo acquisisce anche la funzione α, chiamata altresì barriere di contatto. In questo modo il bambino ha dentro di sé un contenitore per i suoi contenuti. Se, invece, la madre non riesce a restituire al bambino le sue emozioni e le sue sensazioni in forma pensabile, il piccolo vive uno stato denominato terrore senza nome, proprio delle psicosi.

La funzione α è considerata una funzione della personalità che opera sulle impressioni o percezioni sensoriali ed emotive.

 

Bibliografia

Concato G., Manuale di psicologia dinamica, Firenze, AleBet Editore, 2000.

Galimberti U., Wilfred R. Bion, Milano, Mondadori Bruno Editore, 2000, passim

Grinberg L., Sor D., Tabak De Bianchedi E., Introduzione al pensiero di Bion, trad. Minetti M.G., Pezzoni F., Milano, Cortina Raffaello Editore, 1996, passim

 


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La resilienza e fattori protettivi in situazioni avverse

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La parola resilienza deriva dal latino resilire, ossia rimbalzare, saltare indietro. La psicologia ha mutuato questo concetto dalla fisica, il quale indica la proprietà di un corpo di assorbire gli urti senza rompersi per poi recuperare la forma originaria.

In psicologia, la resilienza è la capacità di un individuo di far fronte, in maniera positiva e senza risentire eccessivamente di conseguenze negative, ad eventi traumatici o stressanti che, diversamente, potrebbero risultare gravemente invalidanti; essa permette di adattarsi con successo alle avversità e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.

Parlare di resilienza non significa semplicemente riferirsi all’ottimismo quanto invece a “un insieme di caratteristiche di personalità che permettono all’individuo di reagire agli eventi di vita, traendo stimolo dalla realtà circostante che viene affrontare con calma, ponderazione, coraggio, intelligenza, moderazione e accettazione”. È attraverso questi elementi che la persona sperimenta il controllo sulla realtà e sulle proprie azioni, percependo in tal modo di avere potere sul proprio destino. Le persone resilienti sono quelle che mostrano una maggiore capacità di recuperare rapidamente l’equilibrio fisico, psicologico e relazionale dopo circostanze avverse.

La resilienza è un’abilità in parte influenzata da fattori biologici e genetici e in parte legata alle vicende di vita familiari e relazionali; essa viene acquisita dall’individuo durante il percorso evolutivo, è un vero e proprio processo che si basa su una serie di fattori quali la personalità del soggetto, lo stile di attaccamento, l’apprendimento, le esperienze vissute, etc.

La resilienza si fonda su un processo che, nel corso dello sviluppo, poggia le basi su due assi, quello intrapsichico e quello relazionale-interattivo.

Gli elementi indispensabili di questo concetto sono tre:

  1. la distinzione tra il sistema che regola le emozioni e il sistema cognitivo, ciò permette al soggetto di prendere le distanze dalla propria emotività ed elaborarla attraverso le operazioni di razionalizzazione;
  2. la presenza di indispensabili e adeguate capacità cognitive (QI, strategie di problem solving, capacità di concettualizzare e programmare);
  3. la presenza di meccanismi di difesa normali o nevrotici, tali da permettere stili di coping maggiormente funzionali e adattivi.

Poiché la resilienza è sostanzialmente frutto della struttura cognitiva degli individui, per poterla migliorare è indispensabile modificare le lenti con le quali si osservano gli eventi.

La psicologa americana Susanna Kobasa ha evidenziato tre tratti di personalità che possono essere ricondotti ad un alto grado di resilienza:

  1. Impegno, ossia il livello di coinvolgimento nelle attività, proprio delle persone non passive, non ansiose, in grado di valutare concretamente le difficoltà.
  2. Controllo, ovvero la convinzione di non essere in balia degli eventi ma di poterli controllare e dominare. È un concetto simile al locus of control.
  3. Gusto per le sfide, vale a dire che i cambiamenti vengono accettati e considerati fattori positivi. Le problematicità non vengono evitate o considerate pericolose, ma invece vengono vissute come occasione di crescita.

La resilienza è composta da una serie di comportamenti e atteggiamenti che non sono posseduti sin dalla nascita ma che possono essere appresi e sviluppati nel corso del tempo.

Studi longitudinali 1 hanno dimostrato che bambini che vivono nelle stesse circostanze e subiscono gli stessi eventi traumatici, hanno probabilità diverse gli uni dagli altri di sviluppare un DP.

È proprio grazie al concetto della resilienza che è possibile spiegare e comprendere come mai all’interno dello stesso contesto familiare, vissuto da più bambini, solo alcuni di essi sviluppano seri problemi inerenti alla condotta e alla personalità. Infatti la risposta di un individuo ad eventi traumatici quali abusi, lutti, guerre e malattie è l’esito di un’interazione dinamica tra fattori di rischio e fattori protettivi, appartenenti ai diversi livelli, quali biologico, psicologico, sociale e ambientale.

I fattori di rischio sono quegli elementi che interferiscono con l’adattamento e che aumentano la probabilità della manifestazione della psicopatologia. Essi possono essere sia interni all’individuo sia appartenenti al contesto. Tra i fattori di rischio sono indicati elementi quali la bassa autostima, l’attaccamento insicuro o disorganizzato nei confronti del caregiver, le difficoltà nello stabilire e mantenere relazioni sociali, aspettative irrealistiche nei confronti di se stessi, abusi e maltrattamenti, 2 carenza di sostegno, forti disaccordi familiari, separazione e divorzio dei genitori, 3 fattori di rischio collegato alla genitorialità, 4 emarginazione e condizioni svantaggiate.

I fattori di protezione 5 , invece, includono tutte le qualità del bambino, dei genitori e del contesto che ostacolano l’azione dei fattori di rischio, rafforzando così le capacità di coping e la resilienza stessa del bambino. Tra questi fattori sono inclusi l’attaccamento sicuro, il pensiero creativo, QI elevato 6 , l’umorismo, locus of control 7 interno, il sostegno affettivo, elevata autostima, buone abilità cognitive, positiva percezione di Sé 8, il comportamento prosociale, buone condizioni socio-economiche, un buon legame con la famiglia di origine 9 e il riuscire a stabilire relazioni sociali. 10

Si ha un’esperienza evolutiva quando, nel corso del tempo, si crea un compromesso valido tra queste due tipologie di fattori, ossia quando i fattori di rischio si trasformano in opportunità di sviluppo e realizzazione.

Concludendo, è possibile riassumere il vasto concetto di resilienza attraverso le parole di Oscar Chapital Colchado “la resilienza è la capacità di un individuo di generare fattori biologici, psicologici e sociali che gli permettano di resistere, adattarsi e rafforzarsi, a fronte di una situazione di rischio, generando un risultato individuale, sociale e morale.”

 

 


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Disturbo Dissociativo dell’Identità

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Il Disturbo Dissociativo dell’Identità (DDI) è un disturbo mentale definito nel 1994 da una serie di criteri diagnostici all’interno del DSM, il quale richiede, per effettuare diagnosi, almeno due personalità che prendano regolarmente il controllo del comportamento dell’individuo con una perdita di memoria, che va oltre la normale dimenticanza. Il disturbo dissociativo dell’identità è meno comune rispetto ad altri disturbi dissociativi, infatti esso si verificano in circa l’1% dei casi ed è spesso in comorbilità con altri disturbi. Inoltre viene diagnosticato più frequentemente negli Stati Uniti d’America che in altri paesi.

I sintomi quali l’amnesia dissociativa, la depersonalizzazione e la fuga dissociativa sono correlati alla diagnosi del disturbo dissociativo dell’identità e non vengono mai diagnosticati singolarmente.

La maggioranza dei pazienti a cui è stato diagnosticato il disturbo dissociativo dell’identità riporta storie di abusi sessuali o fisici durante l’infanzia, da parte delle figure di accudimento. Queste identità dissociative, dette anche alter, ossia altri, possono avere un forte effetto sulla conoscenza e la memoria del paziente e avere conseguenze drammatiche nella vita di quest’ultimo. Questo disturbo è ipoteticamente associato con uno stress acuto, traumi antecedenti, storia di una nutrizione carente durante l’infanzia e un’innata capacità di dissociare i ricordi o le esperienze vissute.

 

Bibliografia

Kring A., DAVISON G., Neale J., Johnson S., Psicologia clinica, Bologna, Zanichelli Editore, 4° 2013 (1989)


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Disturbo Borderline di Personalità

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I pazienti con diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità (DBP) sono caratterizzati principalmente da impulsività, discontinuità dell’immagine di Sé, instabilità nelle relazioni interpersonali e marcati e repentini cambiamenti dell’umore. Gli individui con DBP, infatti, possono mettere in atto comportamenti imprevedibili, impulsivi, potenzialmente pericolosi per se stessi 1 e autolesivi. 2

Le relazioni che un paziente con DBP instaura sono essenzialmente travagliate, caotiche, altalenanti e molto intense, caratterizzate da sentimenti estremi di idealizzazione e svalutazione delle altre persone. Il tema centrale in questi soggetti è l’abbandono ed è per questo che molto spesso mettono in atto degli sforzi per evitare una separazione, reale o immaginaria. Per assicurarsi attenzione e rassicurazione, i soggetti borderline tendono a manipolare le altre persone, utilizzando anche dei ricatti affettivi, quali esplosioni di collera o tentativi di suicidio, ma la maggior parte delle volte ottengono l’esatto opposto. La paura del rifiuto può generare in questi individui profonde alterazioni dell’immagine di Sé, dell’umore e del comportamento.

Per quanto riguarda l’umore, queste persone possono oscillare rapidamente, ad esempio, tra la violenta rabbia e il senso di colpa, oppure tra la profonda tristezza e la gioia. In alcuni momenti, emozioni opposte possono essere contemporaneamente presenti, tanto da creare caos nel paziente e nelle persone a lui vicine. Queste tempeste emotive vengono provocate principalmente come risposta ad eventi relazionali spiacevoli, come ad esempio, una critica, un rifiuto o una semplice sbadataggine da parte degli altri. Questa ipersensibilità è alla base delle intense oscillazioni emotivo-affettive, infatti la reazione emotiva di coloro che presentano questo disturbo è molto più immediata e marcata rispetto a quella di altre persone.

In condizioni di stress, i pazienti borderline possono presentare episodi di ideazione paranoide, nel corso dei quali credono che gli altri abbiano intensioni malvagie e ostili verso di loro, oppure in altri casi, possono rispondere alle condizioni avverse con gravi sintomi dissociativi transitori.

Quando riescono a liberarsi dalle opprimenti pressioni a cui sono sottoposti, si distaccano da ogni cosa e da tutte le altre persone, entrando così in uno stato di vuoto, caratteristico sentimento del paziente borderline. A questa condizione si accompagna spesso una forte angoscia circa la propria identità, in particolare riguardo al proprio ruolo di genere, al proprio orientamento sessuale, agli scopi personali e professionali e all’immagine di Sé. Questa confusione interiore diventa particolarmente acuta quando il soggetto è lasciato a se stesso; ciò ben spiega il terrore che i pazienti borderline provano nei confronti della solitudine e il perché mettono in atto determinati comportamenti per ricercare delle relazioni. Inoltre, questa condizione di vuoto è considerata molto pericolosa, in quanto è proprio in questi momenti che sono frequenti le tendenze all’atto, come ad esempio l’uso di sostanze stupefacenti, le abbuffate, gli atti autolesivi e i tentativi di suicidio.

Gli individui con DBP hanno grandi difficoltà nel tollerare le frustrazioni, a cui reagiscono con un forte sentimento di rabbia che li spinge a compiere atti impulsivi e autodistruttivi.

Coloro a cui è stato diagnosticato questo disturbo soffrono di disturbi del pensiero e affettivi, fenomeni dissociativi brevi, possono abusare di alcool o sostanze e presentare disturbi della condotta alimentare e disturbi d’ansia.

Si stima una prevalenza compresa tra 1,6% e il 5,9%. Il decorso3 del disturbo è abbastanza variabile. Si osserva che l’evoluzione più frequente è di grave instabilità nella prima età adulta mentre, con il trascorrere del tempo, si riducono sia la compromissione sia il rischio suicidario. Tra i quaranta e i cinquant’anni di età, la maggior parte di pazienti con DBP raggiungono una certa stabilità lavorativa. Studi di follow-up delle prestazioni cliniche evidenziano che circa il 50% dei soggetti, dopo 10 anni, non soddisfa più i criteri necessari per la diagnosi di DBP 4

I criteri proposti dal DSM-5 secondo l’approccio categoriale, sono i seguenti:

A. Un pattern pervasivo di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività, che inizia entro la prima età adulta ed è presente in svariati contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  1. Sforzi disperati per evitare un reale o immaginario abbandono. Nota: Non includere i comportamenti suicidari o automutilanti considerati nel Criterio 5.
  2. Un pattern di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzato dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione.
  3. Alterazione dell’identità: immagine di sé o percezione di sé marcatamente e persistentemente instabile.
  4. Impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (per es., spese sconsiderate, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate). Nota: Non includere i comportamenti suicidari o automutilanti considerati nel Criterio 5.
  5. Ricorrenti comportamenti, gesti o minacce suicidari, o comportamento automutilante.
  6. Instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore e soltanto raramente più di pochi giorni).
  7. Sentimenti cronici di vuoto.
  8. Rabbia inappropriata, intensa, o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
  9. Ideazione paranoide transitoria, associata allo stress, o gravi sintomi dissociativi.

Il modello alternativo del DSM-5, descrive le caratteristiche del DBP, ossia l’instabilità dell’immagine di Sé che comporta delle conseguenze negative anche sugli obiettivi personali e sulle relazioni sociali. Tutto questo accompagnato da impulsività e ostilità.

I criteri proposti dall’approccio dimensionale sono i seguenti:

A. Moderata o più grave compromissione del funzionamento della personalità, che si manifesta con caratteristiche difficoltà in due o più delle seguenti quattro aree:

  1. Identità: immagine di sé marcatamente impoverita, scarsamente sviluppata o instabile, spesso associata a eccessiva autocritica; sentimenti cronici di vuoto; stati dissociativi sotto stress.
  2. Autodirezionalità: instabilità in obiettivi, aspirazioni, valori o progetti relativi alla professione.
  3. Empatia: compromessa capacità di riconoscere i sentimenti e i bisogni degli altri, associata a ipersensibilità interpersonale (per es., tendenza a sentirsi offesi o insultati); percezione degli altri selettivamente distorta rispetto a caratteristiche negative o vulnerabilità proprie.
  4. Intimità: relazioni affettive intense, instabili e conflittuali, caratterizzate da diffidenza, dipendenza e preoccupazione ansiosa per l’abbandono, reale o immaginario; relazioni affettive spesso oscillanti tra gli estremi dell’idealizzazione e della svalutazione e alternanti tra eccessivo coinvolgimento e distacco.

B. Quattro o più dei seguenti sette tratti di personalità patologici, almeno uno dei quali deve essere l’impulsività, tendenza a correre rischi o ostilità:

  1. Labilità emotiva, un aspetto dell’Affettività negativa. Caratterizzata da esperienze emotive instabili, frequenti cambiamenti dell’umore, emozioni che insorgono facilmente e sono intense/sproporzionate rispetto agli eventi e alle circostanze.
  2. Ansia, aspetto dell’Affettività negativa. Intense sensazioni di nervosismo, panico, spesso in relazione a stress interpersonali. Preoccupazione per gli effetti negativi delle esperienze spiacevoli passate e possibili negative future. Provare paura e sentirsi minacciati dall’incertezza. Timore di crollare o di perdere il controllo.
  3. Angoscia di separazione, aspetto dell’Affettività negativa. Timori di rifiuto o di separazione dalle persone significative, associati a paure di eccessiva dipendenza e completa perdita di autonomia.
  4. Depressività, aspetto dell’Affettività negativa. Sentirsi frequentemente tristi, infelici o senza speranza. Difficoltà nel riprendersi da tali stati d’animo, pessimismo circa il futuro. Vergogna pervasiva, sentimenti di distimia, pensieri di suicidio e comportamento suicidario.
  5. Impulsività, aspetto della Disinibizione. Agire immediatamente in risposta a stimoli immediati; agire su base momentanea, senza un piano o un corrispettivo dei risultati; difficoltà a stabilire o a seguire i piani; senso di urgenza e comportamento autolesivo sotto stress emotivo.
  6. Tendenza a correre rischi, aspetto della Disinibizione. Coinvolgimento in attività pericolose, rischiose e potenzialmente dannose per sé, senza necessità e senza preoccuparsi delle conseguenze; noncuranza dei propri limiti e negazione del reale pericolo per la persona.
  7. Ostilità, aspetto dell’Antagonismo. Sentimenti di rabbia persistenti o frequenti; rabbia o irritabilità in risposta a offese e insulti di poco conto.

L’interazione di due aspetti determinerebbe i fattori di rischio del DBP. Infatti, due elementi fondamentali alla base del disturbo sono sia i fattori genetici, che effettivamente predispongono il soggetto a sviluppare impulsività e disregolazione emotiva, sia un’infanzia trascorsa in un ambiente invalidante, ossia una condizione in cui l’individuo è stato esposto ad una costante svalutazione dei propri stati mentali, in cui le interazioni sono state confuse e inadeguate e le cure materne carenti, contesti in cui frequentemente si riscontrano maltrattamenti e abusi sessuali.

Precisamente i dati confermano che i pazienti con DBP presentano un livello molto più alto di abusi, verbali ed emozionali, subiti durante il periodo infantile, rispetto agli altri disturbi; l’unica eccezione è rappresentata dal Disturbo Dissociativo dell’Identità.

Infatti soggetti a cui viene diagnosticato tale disturbo molto spesso riferiscono di aver subito un abuso durante l’infanzia 5

Un modello molto interessante è quello offerto da Marsha Linehan, 6 la quale afferma che i soggetti borderline presentano una grave difficoltà nel sistema che regola le emozioni. A causa di questo deficit tutte le emozioni tendono a manifestarsi con troppa intensità. Questo spiegherebbe l’incomprensibile e violenta rabbia, i rapidi cambiamenti dell’umore, le intense e caotiche relazioni affettive, il terrore di fronte all’eventualità di essere abbandonati e l’incapacità di controllare gli impulsi emotivi. Nello sforzo di moderare l’esperienza troppo travolgente di queste emozioni, il paziente borderline può abusare di alcool e di droghe o fa ricorso alle abbuffate di cibo; altre volte riesce ad inibire l’intera esperienza emotiva, con il risultato di sperimentare inquietanti sensazioni di vuoti e di annullamento. Secondo la Linehan, la difficoltà che l’individuo borderline ha nel controllare le proprie emozioni è provocata dall’interazione tra le variabili temperamentali, le quali determinano una risposta emotiva estremamente violenta e rapida e le variabili legate all’apprendimento sociale del valore e del significato delle emozioni, le quali trovano la loro massima espressione nel concetto di invalidazione dell’esperienza emotiva, ossia l’ambiente, nel quale il paziente cresce, risponde alla comunicazione della sua esperienza interiore in modo confuso, inadeguato ed estremo. Egli impara così che alle proprie emozioni consegue incomprensione, critica e freddezza dell’altro e ciò determina nel bambino un arresto nell’apprendimento della capacità di regolazione delle proprie emozioni. Una forma estrema di invalidazione è l’abuso infantile, nella quale il genitore sostiene di amare il bambino ma contemporaneamente lo maltratta. La Linehan sostiene che il terapeuta deve lavorare per il cambiamento ma, nel contempo, deve accettare l’idea che non si riscontri alcuna trasformazione. Questo concetto di accettazione proposto dall’autrice trae origine dalla filosofia Zen e dalle idee rogersiane. Sempre secondo la Linehan, poiché i pazienti con DBP sono estremamente sensibili al rifiuto e alla critica, anche la più piccola distrazione può essere interpretata come un rimprovero e generare così reazioni emozionali estreme. Quando ciò accade, il terapeuta viene improvvisamente screditato e rifiutato. È quindi necessario che il terapeuta riesca a trasmettere al paziente questa accettazione, che deve essere reale. Questo non significa approvare tutto ciò che il paziente fa quanto piuttosto accettare la situazione per quella che è. È importante, inoltre, che anche i pazienti accettino il loro vero Sé e il fatto che la loro infanzia è ormai immodificabile. Lo scopo di questo metodo è quello di fornire loro una base per comprendere meglio se stessi.

 

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore, 2014

Cognitive Behavioural Approaches to the Understanding and Treatment of Dissociation, New York, Routledge, 2013, p.151

Kring A., DAVISON G., Neale J., Johnson S., Psicologia clinica, Bologna, Zanichelli Editore, 4° 2013 (1989) pp. 486 – 488.

 

 

 


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I Disturbi di Personalità

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I criteri per la valutazione dei Disturbi di Perosnalità (DP) nel DSM-5 non sono diversi rispetto a quelli del DSM-IV, la differenza sostanziale è che all’interno del DSM-5 è stato inserito un modello alternativo per i Disturbi di Personalità, sviluppato dal Personality and Personality Disorders Work Group.

Nel DSM-5 i DP sono presentati attraverso due prospettive diverse, quella categoriale e quella dimensionale.

L’approccio categoriale è lo stesso utilizzato nel DSM-IV e i dieci DP sono definiti mediante un particolare insieme di sintomi, infatti questo sistema prevede dei criteri specifici per ogni disturbo.

I criteri generali, del metodo categoriale, per i DP proposto dal DSM sono i seguenti:

A. Modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo. Questo modello si manifesta in due (o più) delle seguenti aree:

  1. Cognitività;
  2. Affettività;
  3. Funzionamento interpersonale;
  4. Controllo degli impulsi.

B. Il modello abituale risulta inflessibile e pervasivo in una varietà di situazioni personali e sociali;

C. Il modello abituale determina un disagio clinicamente significativo e compromissione nel funzionamento sociale, lavorativo e di altre importanti aree;

D. Il modello è stabile e di lunga durata e l’esordio può essere fatto risalire almeno all’adolescenza o alla prima età adulta;

E. Il modello abituale non risulta meglio giustificato come manifestazione o conseguenza di un altro disturbo mentale;

F. Il modello abituale non risulta essere collegato agli effetti fisiologici diretti di una sostanza o di una condizione medica generale. 1

Inoltre, in questo approccio i disturbi di personalità sono suddivisi in tre Cluster:

  1. il cluster A, ossia quello eccentrico, che comprende il disturbo di personalità paranoide, schizoide e schizotipico;
  2. il cluster B, ovvero quello drammatico, al quale appartengono il disturbo di personalità antisociale, borderline, istrionico e narcisistico.
  3. il cluster C, vale a dire quello ansioso, nel quale sono presenti il disturbo di personalità evitante, dipendente e ossessivo compulsivo.

Inoltre, è presente il DP con altra specificazione e senza specificazione, ossia una categoria che può essere utilizzata in due situazioni particolari:

  1. il modello personologico del soggetto soddisfa i criteri generali di un DP e sono presenti i tratti di diversi DP;
  2. il modello personologico dell’individuo soddisfa i criteri generali per un DP ma non corrisponde ad alcun disturbo descritto nel DSM-5.

L’approccio categoriale definisce l’appartenenza o meno di un individuo ad una certa e sola categoria. Ciò rappresenta una debolezza e un limite di questo metodo, in quanto, molto spesso, un paziente rientra in più categorie, poiché soddisfa i criteri di più disturbi, oppure nessuna, dacché non presenta tutti i criteri richiesti per effettuare diagnosi. L’insoddisfazione generata da questo approccio ha reso necessaria la creazione del nuovo modello, ossia quello dimensionale.

Lo schema dimensionale parte da una premessa, ossia quella del continuum. Infatti i DP rappresentano varianti disadattive dei tratti stessi della personalità, i quali si confondono in modo impercettibile con la normalità e tra di loro. Partendo da ciò, è stata effettuata la scelta di descrivere i DP utilizzando delle dimensioni, lungo le quali poter disporre i singoli casi.

È possibile effettuare diagnosi di DP se sono soddisfatti due criteri principali:

  1. Grado di compromissione del funzionamento (Criterio A);
  2. Valutazione dei tratti di personalità (Criterio B).

I criteri generali, dell’approccio dimensionale, che descrivono un DP sono:

  1. Criterio A: Livello del funzionamento della personalità.
  2. Criterio B: Tratti di personalità patologici.
  3. Criterio C e D: Pervasività e stabilità.
  4. Criterio E, F e G: Spiegazioni alternative per la patologia della personalità (diagnosi differenziale).

In base ai criteri proposti dal DSM-5, per formulare una diagnosi di DP, la compromissione del funzionamento e i tratti di personalità patologici devono essere “relativamente pervasivi in una serie di contesi personali e sociali” e relativamente stabili nel tempo, con esordio nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.

Rispetto al Criterio A, l’alterazione del funzionamento del Sé e interpersonale rappresenta il nucleo della psicopatologia dei DP i quali, in questo modello diagnostico alternativo, vengono osservati su un continuum tra normalità e patologia.

Il funzionamento del Sé, in particolare, comprende due elementi, ossia l’Identità e l’Autodirezionalità. Il primo è da intendersi come l’esperienza unitaria del Sé, con confini chiari tra Sé e il mondo esterno, stabilità nella stima di Sé, in grado di autovalutarsi e di regolare le proprie esperienze emotive. Il secondo elemento va considerato come la capacità di perseguire obiettivi esistenziali, coerenti e significativi, nel breve e nel lungo periodo, di utilizzare dei modelli interni di comportamento costruttivi e prosociali, di possedere capacità autoriflessiva.

Per quanto riguarda il funzionamento Interpersonale, esso comprende l’Empatia e l’Intimità.

Attraverso l’Empatia, si indica la capacità del soggetto di comprendere e valorizzare le esperienze e le motivazioni altrui, di riuscire a tollerare le prospettive differenti e di comprendere gli effetti del proprio comportamento su altre persone. Con l’Intimità si fa riferimento alla capacità dell’individuo di riuscire a mantenere un profondo e duraturo rapporto con gli altri, di possedere il desiderio e la capacità di vicinanza e di mantenere un comportamento improntato al rispetto reciproco.

La compromissione di questo primo criterio tendenzialmente indica la presenza di un DP e la sua gravità denota la presenza di più disturbi all’interno dello stesso individuo o l’esistenza di un DP più grave. Per effettuare diagnosi di un DP è necessario che il livello di compromissione sia almeno moderato, ossia di livello 2.

Il Criterio B, vale a dire la presenza di tratti di personalità patologici, definisce la tipologia del disturbo. Questi tratti patologici sono organizzati in cinque grandi domini, stabiliti sulla base di polarità opposte, le quali creano però un continuum tra di loro.

I cinque domini sono: Affettività negata vs. Stabilità emotiva, Distacco vs. Estroversione, Antagonismo vs. Disponibilità, Disinibizione vs. Coscienziosità e Psicoticismo vs. Lucidità mentale.

All’interno di questi cinque domini di tratto ci sono 25 sottodimensioni, denominate trait facets o sfaccettature.

Nella Sezione III del DSM-5 sono riportati i criteri diagnostici per sei DP specifici, i quali sono definiti in base alla compromissione nel funzionamento della personalità, Criterio A, e caratteristici tratti di personalità patologici, Criterio B.

Cluster A

Appartengono a questo gruppo i DP Paranoide, Schizoide, Schizotipico. I pazienti di questo Cluster sono caratterizzati da condotte strane o eccentriche. Il loro comportamento è inusuale e sono incapaci di stabilire relazioni interpersonali soddisfacenti. Inoltre presentano difficoltà nell’esprimere le proprie emozioni, risultano così freddi e distaccati. La prevalenza di questo cluster è di 5,7%.

Cluster B

Appartengono a questo gruppo quattro DP, ossia Antisociale, Borderline, Istrionico e Narcisista. Questi disturbi sono caratterizzati da un’emotività eccessiva e melodrammatica e un’affettività alquanto vivace, infatti quello che colpisce di questi disturbi è essenzialmente la rapidità con cui mutano le emozioni e l’esagerazione con cui vengono mostrate. Questi individui sono caratterizzati da imprevedibilità ed impulsività che, molto spesso, si traduce con la tendenza di passaggio all’atto (Tendenza dovuta all’alterazione del livello di serotonina). La prevalenza del cluster è pari all’1,5%.

Cluster C

I DP che fanno parte di questo gruppo sono l’Evitante, il Dipendente e l’Ossessivo-Compulsivo. È definito anche cluster ansioso, in quanto i disturbi inseriti in questo gruppo sono caratterizzati da tratti associati all’ansia, i quali interferiscono con la vita lavorativa e relazionale dei pazienti. Lo stato mentale di coloro a cui viene diagnosticato un disturbo del cluster C è controllato dall’ansia, dalla disforia, da incessante tensione, dall’ apprensione di essere o meno accolti dalle altre persone e dall’eccessivo controllo nel parlare. Questi soggetti inoltre hanno una grande capacità di insight rispetto ai pazienti degli altri cluster, infatti l’ansia porta ad una maggiore consapevolezza di Sé. La prevalenza del cluster è pari al 6%.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore, 2014


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Analisi dei Disturbi di Personalità, legami di attaccamento e stili cognitivi

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La Teoria dell’Attaccamento è uno strumento indispensabile e necessario per valutare la continuità durante la crescita dell’individuo e, in particolare, per comprendere lo sviluppo e la stabilità dei tratti di personalità, in quanto i pattern di attaccamento definiscono le caratteristiche delle relazioni sociali e le rappresentazioni mentali che ognuno ha degli altri. 1

In base ai dati attuali, è verosimile identificare nello stile di attaccamento una sorta di precursore dell’infanzia per i Disturbi di Personalità. Lo stesso Bowlby ha asserito che la Teoria dell’Attaccamento è “un modo per concettualizzare la tendenza dell’essere umano a sfruttare solidi legami affettivi con particolari persone, e per illustrare le varie forme di profondi turbamenti emotivi e di Disturbi di Personalità[…] originati da perdite e separazioni involontarie”. 2

Ricercatori come Aaron Beck, Arthur Freeman, Roberto Lorenzini, Sandra Sassaroli e Scott Page hanno evidenziato come ad un certo schema di attaccamento possa corrispondere sia uno stile cognitivo sia un Disturbo di Personalità.

Secondo tale teoria 3  ad un legame di attaccamento sicuro corrisponde ad uno stile cognitivo denominato ricerca attiva, in cui il soggetto cerca da allargare i propri confini e pertanto non teme di mettersi alla prova nel confutare le proprie tesi, accettando eventuali invalidazioni. Risultano assenti Disturbi di Personalità.

Per quanto concerne il legame di attaccamento insicuro-evitante si ha uno stile cognitivo definito immunizzazione, in cui il soggetto, non tollerando invalidazioni, mette in atto una strategia per ridurre o annullare le conseguenze, al fine di rendere impermeabile i propri confini e diventare così inattaccabile. La personalità di questi individui è pertanto contrassegnata dal rifiuto delle relazioni, dal distacco, dall’idea che le altre persone sono minacciose ed ostili. Questi aspetti sono tipici dei Disturbi di Personalità del cluster A.

Lo stile cognitivo legato all’attaccamento insicuro-resistente è denominato evitamento. In questo caso, il soggetto nutre verso se stesso sentimenti di inadeguatezza che lo portano a temere fortemente le situazioni sociali. Di fatto queste persone hanno estrema paura di essere criticati e disapprovati dagli altri, ciò li porta a restringere il campo delle relazioni sociali e ad operare in contesti a loro familiari, sicuri e delimitati. Sono questi i tratti peculiari dei Disturbi di Personalità del cluster C.

Sussiste, infine, una correlazione molto forte e positiva tra l’attaccamento di tipo disorganizzato, lo stile cognitivo di ostilità e i Disturbi di Personalità del cluster B. In questo caso, il soggetto non è in grado di opporsi in maniera adeguata alle invalidazioni e reagisce ad esse imponendo con la forza la propria posizione, danneggiando coloro che obiettano. Il tipo di personalità che ne scaturisce è quello che appartiene ai disturbi del cluster B, in cui il soggetto instaura relazioni caratterizzate da ostilità e forte contrasto, si sente in diritto di approfittare degli altri, manca di regole morali e non ha sviluppato un adeguato senso di colpa.
Bibliografia

LINGIARDI V., GAZZILLO F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2014.

LINGIARDI V., La personalità e i suoi disturbi. Un’introduzione. Il Saggiatore Editore, pp. 317-318.

SASSAROLI S., LORENZINI R., Attaccamento, conoscenza e disturbi della personalità, Milano, Cortina Raffaello Editore, 1995.

Sitografia

http://www.neurolinguistic.com/proxima/articoli/art-53.htm

 

 


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I livelli di funzionamento della mente e tipologia dei meccanismi di difesa

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I meccanismi di difesa sono dei processi psichici, propri dell’Io, attraverso i quali questa istanza intrapsichica protegge la sua integrità davanti a pericoli interni ed esterni, che non è in grado di fronteggiare direttamente. Questi meccanismi, spesso, sono seguiti da una risposta comportamentale, che ogni individuo mette in atto in modo più o meno automatico, per fronteggiare le situazioni stressanti e per mediare i conflitti che generano dallo scontro tra bisogni, impulsi, desideri e affetti da una parte e proibizioni interne e condizioni delle realtà esterna dall’altra.

Alcuni meccanismi difensivi, come ad esempio la scissione, sono per lo più disadattivi, altri, come la negazione, possono essere disadattivi ma anche adattivi, a seconda della loro gravità e rigidità rispetto al contesto in cui si manifestano.

Un meccanismo di difesa entra in azione con una modalità che è al di fuori della sfera della coscienza: di fronte a una situazione che genera eccessiva angoscia, per esempio, l’Io ricorre a varie strategie per fronteggiare l’estrema portata ansiosa dell’evento, con lo scopo preminente di escludere dalla coscienza ciò che è ritenuto inaccettabile e pericoloso. Uno degli scopi principali dei meccanismi di difesa è quello di mantenere l’omeostasi psichica al fine di permettere all’Io di continuare a funzionare in modo stabile. Infatti, per il benessere psichico, è fondamentale che l’Io, ossia l’istanza psichica che ha la funzione di mediare tra il mondo interno e il mondo esterno dell’individuo, possa funzionare nel modo più armonico e più economico possibile.

Le risposte patologiche all’angoscia si hanno nel momento in cui la personalità, in seguito ad uno sviluppo difficoltoso, non è sufficientemente strutturata e matura per utilizzare i meccanismi di difesa adeguati.Un evento, come ad esempio un lutto, una separazione, può funzionare da agente stressante, il quale molto spesso svela un DP che, in assenza di tale fattore traumatico, sarebbe rimasto celato e silente.

I meccanismi di difesa possono essere classificati lungo un continuum di adattamento-disadattamento, che indica il livello di maturità o di immaturità dello stesso. Rappresentano la risposta che ogni individuo sviluppa per eliminare o alleviare le situazioni di conflitto. Inoltre, l’uomo tende a specializzarsi nell’utilizzare sempre le stese difese in situazioni simili.

Dal lavoro di due psichiatri americani, George Vaillant e Christopher Perry, è stata redatta una classifica molto completa di otto livelli difensivi. Anche il DSM-IV-TR, nella sua appendice sui meccanismi di difesa, fa riferimento al modello di questi autori. 1

I singoli meccanismi di difesa vengono suddivisi da un punto di vista concettuale in gruppi affini che vengono denominati Livelli Difensivi, distribuiti secondo una gerarchia basata sui concetti di maturità e adattabilità delle difese.

I livelli difensivi sono suddivisi in:

  1. Livello Altamente Adattivo, il quale permette un adattamento ottimale nella gestione dei fattori stressanti. Contiene meccanismi che consentono la gratificazione, la consapevolezza dei sentimenti, delle idee e dei loro effetti, contribuendo a creare un equilibrio tra i diversi motivi di conflitto. Appartengono a questo livello difese come affiliazione, altruismo, anticipazione, autoaffermazione, autosservazione, repressione, sublimazione, umorismo.
  2. Livello delle Inibizioni Mentali (formazioni di compromesso), il funzionamento difensivo di questo livello lascia intatta l’idea e incide sull’affetto ad essa associato. L’affetto viene minimizzato o neutralizzato senza falsificare la realtà esterna. Appartengono a questo livello difese come annullamento retroattivo, intellettualizzazione, isolamento affettivo.
  3. Livello di Inibizione Mentale o Altre Difese Nevrotiche, questo livello esclude dalla consapevolezza sia i conflitti sia gli eventi stressanti, con sintomatologia manifesta o non. Appartengono a questo livello difese come rimozione, dissociazione, formazione reattiva, spostamento.
  4. Livello di Distorsione Minore dell’Immagine (Difese di livello narcisistico), livello caratterizzato da una distorsione non totale e non completa dell’immagine di sé, del proprio corpo o degli altri. Lo scopo dell’utilizzo di questo stile difensivo è quello di poter regolare la propria autostima. Appartengono a questo livello difese come idealizzazione, onnipotenza, svalutazione.
  5. Livello di Disconoscimento, livello caratterizzato dall’esclusione dalla coscienza di realtà stressanti, troppo spiacevoli, inaccettabili, con o senza attribuzione sbagliata di essi ad agenti esterni. Appartengono a questo livello difese come: diniego o negazione, proiezione, razionalizzazione. Questo livello comprende anche la fantasia autistica.
  6. Livello di Distorsione Maggiore dell’Immagine (Difese di livello borderline), livello in cui è presente un evidente distorsione ed errata attribuzione dell’immagine di Sé e degli altri, con lo scopo di mantenere un senso coerente del Sé e di evitare la frammentazione. Appartengono a questo livello l’identificazione proiettiva e la scissione dell’immagine di Sé o degli altri.
  7. Livello dell’Acting, questo livello è caratterizzato dall’individuo che affronta gli stress interni ed esterni per mezzo dell’azione o del ritiro. Ciò viene effettuato senza tenere in considerazione le conseguenze. Appartengono a questo livello difese come l’acting out, aggressione passiva, help-reject complaining (lamentarsi ma rifiutare l’aiuto offerto), ritiro nell’apatia.
  8. Livello di Cattiva o Mancata Regolazione Difensiva, livello caratterizzato da una situazione di totale fallimento della regolazione difensiva. L’individuo, di fronte ad agenti stressanti, tende a reagire in modo da causare una radicale e violenta rottura con la realtà. Appartengono a questo livello difese quali il diniego psicotico, distorsione psicotica, proiezione delirante.

Il ricorso preferenziale ed automatico ad un particolare stile difensivo è il risultato dell’interazione di quattro fattori, ossia il temperamento costituzionale, la natura dei disagi subiti nella prima infanzia, le difese mostrate dalle figure genitoriali o da altri significativi e le conseguenze sperimentate a seguito dell’utilizzo di una particolare difesa.

La valutazione dei meccanismi di difesa è fondamentale nella valutazione del funzionamento psichico dell’individuo. Difese specifiche, infatti, sono proprie dei vari tipi di personalità e, in alcuni casi, dei vari disturbi di personalità.

I meccanismi di difesa che operano a livello nevrotico, ossia che concorrono tanto nella formazione del disturbo nevrotico quanto nel mantenimento della nevrosi stessa, hanno la funzione di contenere o gestire l’ansia o altre situazioni affettive intense. L’individuo con organizzazione nevrotica della personalità utilizza difese più mature ed evolute, il più comune tra queste è la rimozione, assieme alla quale operano altri meccanismi più complessi, implicati molto spesso nella formazione del comportamento ritenuto sintomatico. Il nevrotico, oltre a sviluppare meccanismi di difesa più evoluti, ha un Io integro e ben strutturato e l’esame di realtà è mantenuto.

In un quadro psicotico, i meccanismi di difesa utilizzati sono prevalentemente arcaici e primitivi ed hanno la funzione di proteggere l’Io dello psicotico dalla disintegrazione. Prevalgono la scissione, il diniego e fenomeni di grave dissociazione. L’organizzazione psicotica della personalità è caratterizzata inoltre da identità diffusa, ossia presenta rappresentazioni scisse, tutte positive o tutte negative di Sé e degli altri e dalla perdita dei confini dell’Io, il soggetto confonde se stesso con gli altri. L’esame di realtà è completamente compromesso.

 

Bibliografia

WHITE R. B., GILLILAND R. M., I meccanismi di difesa, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977.

AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION, DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Appendice B, Scala del Funzionamento difensivo, pp. 855-857.

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa


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Il concetto di stress lavoro-correlato

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Cosa è lo stress?

Lo stress è una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Può essere fisiologica, ma può avere anche dei risvolti patologici che ricadono nel campo della psicosomatica. Ogni stressor che perturba l’omeostasi dell’organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichiche, emotive, locomotorie, ormonali e immunologiche. Lo stress va considerato come una funzione essenziale per il nostro organismo, in quanto ci permette di far fronte alle pressioni e alle minacce esterne, ossia offre il vantaggio di adattarci all’ambiente circostante; tutto ciò è fondamentale per la sopravvivenza dell’essere umano. Tuttavia, in determinate condizioni, le sollecitazioni che generano stress possono diventare eccessive, fino al punto che la persona non riesce più a sopportarle, con conseguenze negative anche assai gravi per la salute dell’individuo. Poiché non è possibile evitare lo stress, in quanto il nostro organismo è perennemente esposto a stimoli esterni, è però necessario e indispensabile cercare di fare in modo che le condizioni di lavoro non presentino fattori stressanti rilevanti e significativi. Da questa piccola premessa possiamo dedurre che lo stress si manifesta nel momento in cui il nostro organismo deve rispondere a stimoli esterni. Questa risposta consiste nell’attivazione dei sistemi psico-neuro-endocrini che consentono di contrastare e così risolvere la situazione, al fine di evitare possibili conseguenze negative e permettere l’adattamento nel caso in cui non sia possibile risolvere la situazione stressante. Possiamo pertanto distinguere due tipi di stress, quello positivo chiamato eustress, che ci permette un adattamento positivo alle situazioni e uno negativo, distress, quando la situazione stressante richiede uno sforzo di adattamento superiore alle nostre possibilità, comportando un logorio progressivo che porta al deterioramento delle nostre difese psicofisiche.

In base alle modalità con cui gli stimoli esterni si presentano all’individuo, il nostro organismo risponderà in modo diverso e più precisamente attraverso due modalità distinte in:

  • Stress acuto: quando gli eventi stressanti si presentano in modo acuto e la risposta dell’organismo si gioca e/o si esaurisce nel giro di pochi minuti o di ore (ad esempio nel caso di un lutto).
  • Stress cronico: quando gli eventi stressanti si protraggono per giorni, settimane, mesi e la risposta dell’organismo si protrae nel tempo (ad esempio un rapporto di lavoro problematico).

Uno dei primi studiosi dello stress fu Hans Selye, il quale lo definì come “condizione aspecifica in cui si trova l’organismo quando deve adattarsi alle esigenze imposte dall’ambiente”, ossia è la reazione che ognuno di noi ha di fronte a diverse richieste, difficoltà o prove. Sempre Selye definì come “Sindrome Generale di Adattamento” quella risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor, quali stimoli fisici (ad es. fatica), mentali (ad es. impegno lavorativo), sociali o ambientali (ad es. obblighi o richieste dell’ambiente sociale).

L’evoluzione della sindrome avviene in tre fasi:

  1. una prima fase di “allarme”;
  2. una seconda fase di “resistenza”;
  3. una terza fase di “esaurimento funzionale.

Dopo una prima fase d’allarme, cioè di aumentata attenzione e tensione, l’organismo cerca di contrastare la situazione stressante, acuta o cronica che sia, opponendo una resistenza agli effetti che questa situazione produce sul proprio equilibrio. Il tentativo ripetuto di contrastare la situazione stressante causa l’esaurimento dell’organismo poiché il costo della resistenza al distress è più forte delle capacità di reazione ad esso, facendo così emergere gli effetti negativi dello stress.
Secondo Selye la risposta neurovegetativa e corticosurrenale allo stimolo stressante era finalizzata a mobilitazioni muscolari riassunte nell’atteggiamento di lotta/fuga (“fight/flight”) dipendenti dalla capacità dell’individuo di saper affrontare o meno lo stimolo stesso. I risultati dannosi dello stress erano attribuiti all’impossibilità di intraprendere un comportamento di lotta-fuga con conseguente accumulo tossico di adrenalina, cortisone e soprattutto conseguenze fisiologiche e metaboliche quali per esempio: aumento della vigilanza, della pressione arteriosa, dei grassi nel sangue della glicemia, dei processi infiammatori, etc..
In realtà si è riconosciuto che oltre alla risposta “attiva” prevista da Selye, è possibile una risposta “passiva” che è stata osservata in studi sperimentali sugli animali. Questo tipo di risposta passiva si esprime come “giocare a fare il morto”.
Inoltre il meccanismo con cui l’organismo reagisce agli stimoli stressanti, indipendentemente dal modo in cui vengono percepiti e valutati, è lo stesso in tutti gli individui; la differenza sta nel modo in cui le persone reagiscono emotivamente a queste sollecitazioni. Ciò significa che la stessa situazione di lavoro può in alcune persone suscitare stress, mentre altre rimanere del tutto indifferenti se sottoposte allo stesso fenomeno.
Accede questo perché lo stress è un fatto particolarmente soggettivo che non insorge esclusivamente in seguito alla presenza di situazioni o eventi potenzialmente stressanti, ma soprattutto in base al modo in cui il soggetto vive emotivamente l’evento.
Ne consegue che, per poter riconoscere e valutare l’esistenza di un problema di potenziale stress è indispensabile un approccio che permetta obiettivamente di rilevare e stabilire le reazioni soggettive prodotte dagli stressor, in riferimento al contesto stesso.

Rischio da stress lavoro-correlato.

La definizione della Commissione Europea stabilisce che lo “stress legato al lavoro è uno schema di reazione emotiva, cognitiva, comportamentale e psicologica agli aspetti conflittuali e nocivi dei contenuti del lavoro, dell’organizzazione del lavoro, dell’ambiente di lavoro. Lo stress è causato da una scarsa corrispondenza tra il nostro ruolo al lavoro e fuori dal lavoro e dal non avere un ragionevole grado di controllo sul nostro lavoro e sulla nostra vita”.

Altra definizione di stress lavoro correlato di Niosh “Insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore. Lo stress connesso al lavoro può influire negativamente sulle condizioni di salute e provocare infortuni”.

Le variabili da prendere in considerazione per valutare appieno l’insorgenza di una potenziale usura psicofisica sono:

  1. predisposizione familiare a determinate patologie e resistenza individuale allo stress;
  2. variabili biologiche (sesso ed età);
  3. ambiente sociale di provenienza e vita di relazione;
  4. eventi di vita significativi (lutti, malattie, separazione, guerre, sismi etc.);
  5. evoluzione del contesto sociale (es. famiglia da “normativa” diviene “affettiva”, stereotipi, stigma verso la patologia psichica etc.);
  6. fattori professionali (rischi specifici del lavoro svolto e organizzazione del lavoro).

Lo stress lavorativo deriva dall’interazione di più fattori, quali: l’organizzazione del lavoro (tipologia, ambiente, carichi, orari, ruolo, responsabilità, relazioni gerarchiche), le caratteristiche psico-fisiche (personalità, abitudini, motivazioni, comportamenti) e il contesto di vita del lavoratore (condizioni economiche, relazioni, integrazione sociale, situazioni familiari). Nel momento in cui l’interazione tra questi fattori risulta squilibrata, si genera una condizione di “strain” (aggravio, fatica), ne consegue che il lavoratore stressato “non ce la fa più” a svolgere correttamente il proprio lavoro, con ripercussioni sull’azienda per la quale il soggetto lavora, ma anche e soprattutto sul lavoratore stesso, che diviene più esposto all’insorgenza di patologie di varia natura. L’analisi del rischio si basa sulla rilevazione dei diversi indicatori in grado di fornire informazioni utili sui diversi aspetti del problema. E’ importante perciò un’attenta analisi delle condizioni di lavoro, al fine di poter rilevare, tramite l’osservazione, fattori oggettivi (ad es. orari, carichi di lavoro, procedure operative, condizioni ambientali, contesto esterno, gestione del personale, etc.) ma anche la percezione soggettiva del lavoratore, mediante interviste strutturate o semistrutturate e questionari standardizzati. È inoltre necessario valutare lo strain del lavoratore, che può avere diverse manifestazioni, come sintomi fisici (ad esempio cefalea, insonnia, stanchezza cronica, etc.), mentali (difficoltà a memorizzare, a concentrarsi, etc.), emozionali (ad esempio depressione, nervosismo, tristezza, ansia, etc.) e comportamentali (abuso alcool e fumo, scarsa cura di sé, conflitti familiari, etc.).

 

Bibliografia

INAIL – Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro – correlato
Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato
Masciocchi P. Sicurezza sul lavoro: profili di responsabilità. Adempimenti, procedure, formulario.
Masciocchi P. Stress lavoro-correlato
Linee guida SIMLII Rischio Stress

Sitografia

http://www.istitutoramazzini.com/FilesPDF/GUIDA%20STRESS%20LAVORO%20CORRELATO.pdf

http://www.unipd-org.it/rls/lineeguida/stress/lineeguidasimliirischiostress.pdf

http://it.wikipedia.org/wiki/Stress_%28medicina%29

 


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I meccanismi di difesa dell’Io

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I meccanismi di difesa sono aspetti psicologici inconsci che moderano il conflitto e di conseguenza l’angoscia. Le difese sono evolutivamente indispensabili e hanno molte funzioni positive, in particolare operano per proteggere il Sé da una minaccia. La persona che le utilizza cerca inconsciamente di evitare o gestire l’angoscia e di mantenere la propria autostima.

Ogni individuo ha delle difese preferenziali, che corrispondono al nostro modo abituale di affrontare le situazioni problematiche. La preferenza per un tipo di difesa deriva da una serie di fattori, quali il temperamento costituzionale, la natura delle difficoltà subite nella prima infanzia, le difese adoperate dai genitori, gli esiti sperimentati dall’uso di particolari difese.

Le difese possono essere normali e adattive oppure patologiche. Sono una delle funzione dell’Io e sono inconsce. Sono dinamiche e mutevoli ma, in stati patologici possono divenire rigide. Sono collegate a stati psicologici diversi, ad esempio l’annullamento e l’isolamento sono proprie della nevrosi ossessiva. Sono associate a vari livelli di sviluppo. Alcune sono considerate primitive, altre mature.

Le ricerche odierne nell’ambito delle neuroscienze stanno convalidando l’esistenza di meccanismi cerebrali alla base dell’elaborazione mentale inconscia.

Acting out
Espressione dei vissuti emotivi dell’individuo attraverso l’azione piuttosto che con il linguaggio. La persona mette in atto comportamenti in modo poco riflessivo, senza riflettere sulle possibili conseguenze negative. Esempi sono gli atti violenti, i furti, le menzogne o i rapporti sessuali occasionali, lo scopo è quello di gestire un conflitto emotivo non risolto.

Annullamento
Caratteristico del Disturbo Ossessivo Compulsivo, è un meccanismo di difesa formato da due fasi. Nella prima, l’impulso proibito viene espresso per mezzo dell’azione o del pensiero, nella seconda viene compiuto un altro atto che cancella simbolicamente l’impulso precedentemente manifestato. Questa seconda fase è la cosiddetta compulsione, ossia un modo magico e simbolico di annullare o cancellare il pensiero, l’atto precedente provocato dall’impulso inconscio inaccettabile. Esempi tipici sono il lavarsi ripetutamente le mani, il pulire, il controllare, il pregare, il contare, il marito che porta dei fiori alla moglie per compensare il litigio della sera precedente.

Compartimentazione
Meccanismo di difesa la cui funzione è quella di permettere a due condizioni in conflitto tra di loro di esistere senza creare confusione, sensi di colpa, vergogna e angoscia sul piano cosciente. La persona abbraccia due idee, due atteggiamenti che sono in conflitto ma non ne coglie la contraddizione. Un esempio è rappresentato da quelle persone molto umanitarie nella sfera pubblica ma che in privato picchiano i figli.

Conversione
Meccanismo di difesa automatico e involontario attraverso il quale un conflitto psichico viene tradotto in un sintomo somatico. L’impulso rimosso e inaccettabile viene tenuto fuori dalla consapevolezza e contemporaneamente espresso mediante un disturbo della funzione corporea. Esempi di conversione sono sordità, cecità, paralisi.

Diniego
Meccanismo di difesa che esclude, inconsapevolmente e involontariamente, dalla consapevolezza un certo aspetto disturbante della realtà, ossia si nega la realtà stessa della percezione. È una difesa primitiva, la quale opera contro l’esame di realtà e può portare al delirio. Se un adulto utilizza il diniego come difesa principale, ciò indica la presenza di un grave disturbo nella sua capacità di valutare la realtà o di una psicosi. Un esempio di diniego è quello in cui una persona, con una grave malattia letale, nega la sua morte imminente; oppure una vedova che, molti mesi dopo la morte del marito, continua ad apparecchiare per due. L’esperienza di queste persone è guidata dalla convinzione secondo cui se non lo riconosco non succede.

Dissociazione
Processo automatico attraverso il quale le attività mentali di un individuo si scindono in modo da permettere la manifestazione di impulsi proibiti e inconsci, senza che la persona si senta responsabile per le proprie azioni, in quanto, in seguito, non ricorda quanto accaduto. Solitamente questi comportamenti, messi in atto durante la dissociazione, sono l’esatto opposto di quelli che normalmente caratterizzano la condotta dell’individuo. La dissociazione è particolarmente evidente nel caso del Disturbo Dissociativo dell’Identità, ossia nei casi di personalità multipla. 1

Formazione reattiva
Meccanismo di difesa tipico del Disturbo Ossessivo Compulsivo, si riferisce a comportamenti, sentimenti, atteggiamenti automatici e inconsci che sono esattamente l’opposto delle pulsioni e dei sentimenti da cui la formazione reattiva deve difendere. Un esempio, il bambino che mostra amore e cure eccessive per il fratello neonato, per il quale invece prova gelosia.

Idealizzazione e svalutazione
Meccanismo attraverso il quale un individuo attribuisce caratteristiche estremamente positive o estremamente negative a se stesso o ad altre persone. Difese utilizzate nei confronti dell’angoscia che deriva da aspetti essenzialmente ambivalenti sia di se stessi che degli altri. Se estremizzate, viene messa in atto la scissione, ossia o tutto buono o tutto cattivo. Un processo normale di idealizzazione è l’innamoramento, nel quale, le persone mature idealizzano degli aspetti del partner che non si discostano troppo dalle reali caratteristiche dello stesso, mentre diventa problematico nelle persone affettivamente instabili, le quali idealizzano il partner in modo utopistico. Nel momento in cui la fase iniziale e coinvolgente dell’innamoramento volge al termine, nelle persone che presentano un disturbo di personalità borderline o narcisistico, entra in azione un altro meccanismo di difesa, completamente opposto al precedente, ossia la svalutazione, caratterizzata dallo svilimento e dall’umiliazione dell’altro.

Identificazione
Quando l’identificazione è utilizzata come meccanismo di difesa, viene intesa come un processo psicologico, involontario e automatico, attraverso il quale un individuo assimila un attributo, un aspetto, una qualità di un’altra persona, emotivamente importante, con lo scopo ultimo di evitare o ridurre il conflitto scaturito dalla perdita reale o simbolica di quella persona, in questo caso si parla di identificazione con l’oggetto perduto. Un esempio di questa condizione è il lutto. Un’altra situazione, in cui l’identificazione assume il ruolo di difesa, è l’identificazione con l’aggressore, 2 attraverso la quale una persona evita l’angoscia identificandosi con l’aggressore, il quale incute timore e attraverso questo meccanismo di difesa il soggetto non lo teme più. Ciò accade, ad esempio, in una situazione nella quale una persona subisce violenza estrema.

Identificazione proiettiva
Meccanismo di difesa elaborato nel 1946 da Melanie Klein, in Note su alcuni meccanismi schizoidi, proprio della posizione schizoparanoide. Gli aspetti scissi del proprio Sé, avvertiti come cattivi, vengono introdotti fantasticamente nell’oggetto esterno, ossia il seno della madre, nel tentativo di danneggiarlo e controllarlo. Secondo la Klein rappresenta il prototipo di una relazione aggressiva. Bion parla di un meccanismo complesso, che può essere suddiviso in due categorie, a seconda del grado di violenza del meccanismo stesso. Nel primo caso, denominato identificazione proiettiva normale, lo scopo consiste in una prima forma di comunicazione tra madre e bambino; nel secondo caso, ossia nell’identificazione proiettiva massiccia o patologica, lo scopo è quello di evacuare violentemente uno stato mentale doloroso con l’intento di entrare con forza nell’oggetto, per mezzo della fantasia, ed ottenere così un sollievo immediato e di assumere un controllo intimidatorio dell’oggetto stesso.

Inibizione
Difesa inconscia e involontaria che determina la diminuzione o la perdita della motivazione necessaria per svolgere una certa attività. Lo scopo è quello di evitare l’angoscia connessa agli impulsi inaccettabili. L’attività in questione è altresì piacevole per l’individuo ma viene evitata perché susciterebbe un conflitto riguardo agli impulsi primitivi. Tra gli esempi ci sono i blocchi nello scrivere, la timidezza sociale che impedisce alcune attività, come il parlare in pubblico o praticare sport.

Isolamento dell’affetto
Meccanismo di difesa implicito nella formazione dei pensieri ossessivi. Consente di separare un pensiero o un’esperienza sgradevole dalla sua carica affettiva. In questo modo, ad esempio, un evento traumatico può essere ricordato facilmente, infatti l’individuo ha consapevolezza degli elementi cognitivi, ossia può descrivere in modo dettagliato l’evento stesso, ma contemporaneamente è incapace di sperimentare la parte affettiva dello stesso. L’esperienza è conscia mentre l’emozione rimane inconscia. Il meccanismo entra azione in presenza di traumi o situazioni estreme, come ad esempio, durante l’Olocausto.

Negazione
Meccanismo di difesa più evoluto e meno grave rispetto al diniego. Consiste nel ricacciare indietro un elemento disturbante nell’istante in cui sta affiorando. Attraverso la negazione si prendere consapevolezza, in modo indiretto, del rimosso, ma quello che giunge alla coscienza è soltanto la rappresentazione di esso. Nella negazione ciò che viene negato è solo l’affetto, mentre il rapporto con la realtà è di norma mantenuto; per esempio dopo la fine di una grande storia d’amore si nega a se stessi di aver mai provato un sentimento vero e profondo per quella persona. Un uso massiccio della negazione è, per la persona, disadattivo e disfunzionale, in quanto non permette la risoluzione del problema e procura danno all’individuo stesso.

Proiezione
Meccanismo di difesa attraverso il quale si attribuisce, in maniera automatica e inconscia, un proprio atteggiamento o un proprio impulso inaccettato e misconosciuto, ad un’altra persona, la quale verrà percepita come ostile e pericolosa. È il meccanismo alla base della paranoia. È, ad esempio, il comportamento ostile che un individuo delirante attribuisce ad altre persone, il quale, altro non è, che il proiettare aspetti di sé disconosciuti su altri.

Razionalizzazione
Processo inconscio ed involontario attraverso il quale si danno spiegazioni logiche ad un comportamento irrazionale, il quale deriva da desideri inaccettabili e inconsci. Uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano è quello dei sentire sempre il proprio comportamento coerente e razionale e, nel momento in cui, lo percepisce insensato fa ricorso alla razionalizzazione, proprio per trovare una spiegazione logica e rendere così sensato ciò che ha fatto.

Regressione
La regressione è un ritorno, automatico e involontario, a forme precedenti di sviluppo del pensiero, delle relazioni oggettuali, della strutturazione del comportamento. Si verifica quando l’individuo viene a trovarsi, nel presente, di fronte a un grave conflitto. Il ritorno simbolico agli anni dell’infanzia permette all’individuo di eludere le ostilità presenti e di trattarle come se non fossero ancora avvenute. Freud distinse tre tipologie di regressione: topica, ossia stratificata e strutturale, temporale, con ritorno a forme psichiche più antiche e formale, che comporta il passaggio dal processo secondario a quello primario. Si verifica, ad esempio, quando un bambino, coinvolto in una situazione che genera in lui molta più ansia di quella che è in grado di affrontare, abbandona gli schemi comportamentali adeguati alla sua età e regredisce a forme comportamentali che in passato lo compiacevano, ossia può comportarsi in maniera capricciosa, può parlare come un bebè, può comparire l’enuresi notturna, in ogni caso sono tutti comportamenti che accentuano la sua dipendenza dal caregiver. Una forma particolare di regressione è la regressione al servizio dell’Io, cosi definita da Kris nel 1952 ed indica l’uso della regressione come mezzo per favorire la creatività.

Rimozione
Meccanismo di difesa basilare, utilizzato sia dagli adulti sia dagli adolescenti. Tutti gli altri meccanismi vengono chiamati in causa in aiuto della difesa, nel momento in cui la rimozione perde di efficacia. Difesa automatica e inconscia che esclude dalla consapevolezza un impulso interno, insopportabile e inaccettabile, ed il pensiero, l’emozione, il ricordo, la fantasia ad esso associato. Esempi di rimozione sono le comuni dimenticanze o i lapsus linguae.

Rivolgimento contro il sé
Meccanismo di difesa contro l’aggressività. È un processo inconscio e involontario attraverso il quale un individuo devia l’aggressività dalla persona, verso la quale è rivolta, verso se stesso. Resta così celata l’identità dell’oggetto, verso il quale l’ostilità era originariamente diretta, e il sentimento ad esso correlato. Esempi di questo meccanismo di difesa sono le forme gravi di onicofagia, le autolesioni, le automutilazioni, il suicidio.

Scissione
Meccanismo di difesa primitivo, proprio dei primi mesi di vita e, nell’adulto, è particolarmente evidente in varie forme di psicosi e nel disturbo borderline di personalità. Secondo la Klein è uno dei meccanismi della posizione schizoparanoide e indispensabile nello sviluppo psichico del bambino. Consiste nello scindere in modo netto, gli uni dagli altri, i sentimenti contraddittori, le rappresentazioni di Sé e quelle dell’oggetto; permette così di separare il buono dal cattivo, l’amore dall’odio, il piacere dal dispiacere. Opera contro l’esame di realtà.

Spostamento
Processo automatico e inconscio attraverso il quale una minaccia interna, derivante da un impulso inaccettabili, viene spostate su un oggetto sostitutivo. Il legame tra i due oggetti è simbolico e inconscio. Attraverso lo spostamento questa minaccia, che non è stata evitata per mezzo della rimozione, viene ora avvertita e riconosciuta come un pericolo esterno, non più apparentemente connesso all’impulso interno inaccettabile. È ora possibile per l’individuo affrontare il pericolo evitando la situazione, l’oggetto, l’animale, la persona pericolosa. Esempi di spostamento sono le fobie.

Sublimazione
Processo automatico e inconscio attraverso il quale le pulsioni vengono deviate verso mete non sessuali e socialmente accettate e valorizzate. I comportamenti che ne derivano sono soddisfacenti per l’individuo, in quanto gli danno la possibilità di scaricare le pulsioni istintuali che motivano il comportamento stesso, e utili per la società. Quando la sublimazione riesce, il comportamento che ne deriva è socialmente adattivo e la persona che lo mette in pratica ne trae piacere, proprio perché esprime la pulsione originaria. Se fallisce, gli impulsi infantili sottostanti diventano manifesti e si generano conflitti. Un classico esempio è rappresentato dal chirurgo, il quale convoglia la sua aggressività e il suo sadismo in un’attività indispensabile per l’intera società.

 

Bibliografia

GALIMBERTI U., Dizionario di Psicologia, Torino, Utet, 2006

GODINO A., CANESTRARI R., La psicologia scientifica: nuovo trattato di psicologia generale, Bologna, CLUEB Editore, 2007

WHITE R. B., GILLILAND R. M., I meccanismi di difesa, Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1977

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_di_difesa


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Work-life balance: il giusto equilibrio tra vita personale e lavorativa.

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Fino a qualche anno fa, la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare era praticamente impossibile, infatti chi aveva un impiego si dedicava totalmente ad esso e i compiti di cura della famiglia e della casa erano completamente affidati alla donna.
Oggi, la maggiore presenza delle donne nella forza lavoro, aumentata grazie alla diffusione degli strumenti di flessibilità, ha stimolato, insieme ai cambiamenti di ruolo nella famiglia, la ricerca riguardo al rapporto tra il work-life balance e lo stress.

Le organizzazioni, soprattutto quelle in fase di espansione sul mercato globale, richiedono ai propri lavoratori una disponibilità molto elevata, in particolare orari molto più lunghi o fasce temporali diverse, ad esempio serali o durante i week-end. Ovviamente questa situazione incide negativamente sulla qualità del tempo familiare.

È così che, verso la fine degli anni ’70, nasce e si sviluppa in America il concetto di work-life balance, quando alcune corporation statunitensi di servizi, quali Oracle e Apple, iniziarono a dotare i loro stabilimenti di company perks: asili nido, lavanderie, palestre. In seguito a questi servizi “fisici” si affiancarono anche servizi di consulenza finanziaria, psicologica e legati alla vita quotidiana. Queste pratiche si sono poi diffuse nel Regno Unito e quindi hanno raggiunto tutta l’Europa.

Lo scopo del work-life balance è quello di avere una conciliazione tra la vita personale e la vita professionale, che consiste nella necessità di trovare il giusto equilibrio tra ciò che possiamo realizzare sul lavoro e quanto possiamo ottenere in qualità di vita nel tempo di non-lavoro.

Le organizzazioni si stanno rendendo conto che favorire una politica aziendale di conciliazione tra vita privata e vita professionale è doppiamente vantaggioso perché permette sia di accontentare necessità e bisogni dei propri dipendenti, sia di garantire performance migliori per l’azienda stessa.

Il work-life balance si traduce in interventi volti, ad esempio, a fornire ai collaboratori indicazioni per risolvere problemi personali o relativi alla gestione del tempo libero, consentendo al lavoratore di vivere in un ambiente di lavoro gradevole.

Strumenti di work-life balance possono essere:

  • gestione dell’orario di lavoro (ad esempio, il part-time o l’elasticità nell’orario di lavoro);
  • servizi al lavoratore e di conseguenza alla famiglia (ad esempio, la mensa e l’asilo aziendale, la palestra, la lavanderia, supporti di tipo finanziario, psicologico etc.);
  • forme di lavoro alternativo (ad esempio, il telelavoro che consente di poter lavorare da casa).

I vantaggi diretti, per coloro che lavorano presso aziende attente al “work-life balance” sono:

  • flessibilità sugli orari di lavoro;
  • riduzione dello stress negativo e quindi dei periodi di malattia, di turnover e dell’assenteismo sui luoghi di lavoro;
  • miglioramento del rapporto azienda-dipendenti;
  • miglioramento della concentrazione sul posto di lavoro;
  • miglioramento della motivazione dei lavoratori.

L’importanza del work-life balance sta quindi nel trovare un giusto equilibrio tra il tempo speso al lavoro e la propria vita privata. Non si tratta di lavorare di meno, ma di cercare un approccio al lavoro più equilibrato e responsabile e che consenta di salvaguardare la salute. A tutt’oggi sembra infatti che l’identificazione di un ambiente di lavoro positivo non sia riconducibile alla retribuzione o ai benefici, ma alla promessa di cura del benessere dei dipendenti e di valorizzazione del loro potenziale e delle loro capacità. Il lavoro infatti non deve essere solo uno strumento di reddito, ma deve rappresentare una fonte di benessere per l’individuo e la sua famiglia.

In Italia la sensibilità aziendale in merito alle suddette tematiche è andata aumentando negli ultimi anni, ma è un fenomeno definibile tardivo rispetto al resto d’Europa: Eudaimon, fondata nel 2002, è la prima azienda nel nostro Paese nata per offrire servizi atti a favorire la conciliazione (F. Ballone et al., 2005).

Il loro progetto è quello di aiutare le aziende ad ottenere il massimo dai loro dipendenti, creando per loro delle condizioni di lavoro ottimali ed aumentandone il grado di coinvolgimento.
Eudaimon è l’unica azienda in Italia in grado di trovare soluzioni migliori con l’obiettivo di arricchire il rapporto dipendenti/azienda; rendere l’organizzazione sensibile alle esigenze dei suoi dipendenti; creare le condizioni più adatte per ottenere maggiori concentrazioni sul lavoro. Per farlo mette a disposizione dell’azienda servizi personalizzati, relativamente a quattro aree:

  • Famiglia. Individui con elevati carichi professionali sempre più difficilmente riescono a trovare un’assistenza adeguata per i figli in età prescolare o per i genitori anziani; servizi quali nido e assistenza agli anziani, rappresentano un supporto indispensabile ed esclusivo dell’azienda per i suoi dipendenti.
  • Salute. I ritmi lavorativi sono spesso così frenetici da essere causa di malessere; fornire un sostegno che sottolinei l’attenzione per la cura della propria persona con servizi come esercizio fisico, massaggi e supporto medico è il modo migliore per ottenere il meglio dalle proprie risorse umane.
  • Assistenza/consulenza di professionisti. Offrire la possibilità d confrontarsi con dei professionisti quali avvocati, medici, psicologi, ecc., rappresenta un contributo al miglioramento della qualità di vita dei dipendenti.
  • Time e money saving. Facilitare l’accesso ai servizi quotidiani quali ad esempio lavanderia, assistenza auto e pratiche d’ufficio portandoli in azienda permette di risparmiare tempo utile e massimizzare così la produttività del lavoratore.

I programmi proposti da Eudaimon hanno la caratteristica di essere flessibili, quindi personalizzabili a seconda delle esigenze e richieste dell’azienda, e di intervenire in tutte le fasi del progetto.

Negli Stati Uniti, dove il work-life balance è nato, come anche in Canada e in Gran Bretagna, esiste la rete di servizi e di informazioni più fitta al mondo. Il Canada, in modo particolare, sembra il paese che davvero può rappresentare le pratiche di bilanciamento nella loro veste più avanzata, sia per le azioni mirate a trattenere il personale femminile che per quelle orientate al benessere psicofisico dei dipendenti che viene favorito attraverso interventi personalizzati in base alle esigenze individuali.
In Europa, al contrario, gli studi specifici sul tema della conciliazione sono ancora pochi e generalmente presentano una serie di casi significativi, ma non presentano classificazioni o selezioni in base a criteri di valutazione che aiutino ad orientare azioni emulative da parte delle aziende affinché le misure e le relative azioni si diffondano sul territorio.
Pochi sono i casi che si possono considerare in qualche modo esemplari, anche se cominciano a diffondersi iniziative di un certo interesse che riguardano soprattutto le imprese medio-grandi dei servizi.

Possiamo concludere affermando che il tema del work life balance è diventato di forte attualità negli ultimi anni a causa del massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro che ha fatto sparire – in molte famiglie – la figura della moglie e madre unicamente addetta ai lavori domestici e di cura e ha fatto nascere la necessità di conciliare il nuovo doppio ruolo del genere femminile ed anche le nuove responsabilità domestiche del genere maschile.

Uno degli strumenti fondamentali per raggiungere gli obiettivi di conciliazione è certamente quello dell’orario flessibile, ma è qui doveroso fare una distinzione tra i vari Paesi europei, i quali possono essere suddivisi, in modo molto generale, in due categorie:

  • Da una parte vi sono i Paesi ad elevata occupazione femminile, i quali offrono una massiccia presenza di servizi per l’infanzia, utilizzano la flessibilità oraria per adattare le esigenze private a quelle produttive e hanno un sistema di welfare universale, cioè non tarato su uno dei due generi.
  • Dall’altra troviamo un modello completamente opposto al primo, nel quale si può riscontrare un’inferiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, una presenza contenuta dei servizi per l’infanzia e sistemi di welfare a carattere particolaristico, a vantaggio del genere maschile. In questo tipo di modello le donne si trovano costrette ad organizzare la propria attività lavorativa in base alla vita familiare, questo per sopperire alla scarsità dei servizi per l’infanzia, ma anche perché inserite in società tradizionalmente patriarcali.

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Sitografia

http://www.benessere4u.it/cos-e-il-work-life-balance/

 


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Quando l’amore fa impazzire: il Gaslighting, il manipolatore e la vittima – 2° parte

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Il gaslighter è ovviamente un ottimo manipolatore e agli occhi delle altre persone è un uomo impeccabile, abile a camuffare la propria personalità violenta ed intimidatoria ed è proprio per questo motivo che, molto spesso, non è possibile riconoscere la situazione di gaslighting e la vittima stessa.

Nello specifico, esistono tre tipologie di gaslighter:

  • L’Affascinante: ossia colui che utilizza come strumento manipolativo le lusinghe e le attenzioni, con lo scopo di avvicinare emotivamente la vittima, carpendone la totale fiducia. È difficile da identificare come manipolatore, questo perché all’inizio sembrerà essere l’uomo perfetto. È importante sottolineare che i suoi comportamenti non sono messi in atto per i reali bisogni della compagna ma sono diretti unicamente a soddisfare se stesso e le proprie aspettative. Attraverso l’adulazione tenderà a scusare le sue mancanze e le sue critiche nei confronti della donna.
  • Bravo ragazzo: ovvero colui che apparentemente sembra interessarsi solo ed esclusivamente al bene della vittima, sostenendola ed incoraggiandola. In realtà tutto ciò è fatto per soddisfare le proprie necessità, interponendo i propri bisogni a quelli della compagna, riuscendo comunque a dare un’impressione opposta. Anche questa figura disorienta la vittima poiché si presenta in maniera impeccabile, è innamorato, affidabile e disponibile; la violenza che mette in atto è subdola e difficile da identificare in breve tempo, quindi sarà accondiscendente con la vittima a parole ma, in realtà, metterà in atto comportamenti freddi e scarsa partecipazione.
  • Intimidatore: è antitetico ai manipolatori precedentemente descritti in quanto mancano le caratteristiche di base quali l’attenzione e il romanticismo. Egli esprime esplicitamente la violenza con un’aggressività diretta, con continue critiche e sarcasmo. Rimprovera quindi la vittima apertamente, la maltratta e cerca di farla sentire in colpa in quanto non si comporta come lui vorrebbe. La sua intimidazione si basa sull’apocalisse emotiva, quindi urla, offese, minacce di abbandono, tutto ciò per creare insicurezze nella vittima. Molto spesso approfittano di situazioni in cui la vittima non può controbattere, ad esempio durante una cena con amici, così da rendere il tutto ancora più orribile e terrificante.

Alcune frasi tipiche di un gaslighter posso essere “sei grassa”, “sbagli sempre ogni cosa”, “sei insignificante”, “non me lo hai detto, te lo sei immaginato”, “se ti lascio resterai sola a vita” etc.…
Ciò ha effetti devastanti sull’anima della vittima, ancora di più se pronunciate in presenza di altre persone.
La violenza psicologica non va affatto sottovalutata perché, anche se non lascia segni visibili sulla pelle, porta ad una morte interiore di chi ne è vittima e possono verificarsi casi limite di induzione al suicidio.

La personalità del gaslighter può essere descritta come una sorta di mosaico di disturbi, dei quali nessuno predomina, tranne l’inclinazione a fingere, a mentire, ad ingannare. Ma il gaslighter è molto di più; è senza alcun dubbio una persona disturbata, che ha bisogno di frustrare ed umiliare l’altro per sentirsi qualcuno. Non possedendo delle qualità che lo soddisfino proietta sulla partner (o comunque sulla sua vittima) le proprie mancanze e la propria inadeguatezza, riuscendo così a sopravvivere.

Tuttavia, non è solo il gaslighter a possedere determinate caratteristiche di personalità, infatti è necessario che anche la vittima presenti specifiche peculiarità soggettive, quali scarsa autostima, vissuti di insicurezza e una propensione alla dipendenza e alla fusione; è una persona di spiccata sensibilità, vicina ai bisogni degli altri, molto empatica, teme la solitudine, idealizza facilmente l’altro e non vuole deluderlo. Ha inoltre bisogno di dare un’immagine di sé sempre positiva e di essere approvata. Ha paura dell’apocalisse emotiva e molto spesso è riscontrabile il disturbo dipendente di personalità.

Questi sono gli elementi che possono favorire l’instaurarsi di una relazione affettiva malata, basata sulla violenza psicologica di uno dei due partner. È in questo caso che può verificarsi una situazione paradossale, ovvero la vittima ormai deumanizzata e spogliata di ogni sua consapevolezza e capacità di resistenza riconosce come suo unico sostegno e fonte di protezione il suo carnefice.

In particolare, sono tre caratteristiche principali della vittima: la paura dell’apocalisse emotiva, il desiderio fusionale e l’empatia.

  • Paura dell’apocalisse emotiva: paura della vittima di essere preda di una forte esplosione emotiva da parte del gaslighter, caratterizzata da insulti, grida, aggressività manifestata con lancio di oggetti, offese e critiche distruttive.
  • Desiderio fusionale: alcune persone tendono a vivere le relazioni amorose in un modo definito “fusionale”, ovvero il partner viene considerato indispensabile. Si tende a condurre una vita di coppia in cui ogni attività viene svolta insieme all’altro. Inoltre queste persone hanno un forte bisogno di approvazione da parte del partner, arrivando al punto di idealizzarlo. Così la vittima, pur di non contraddire il suo manipolatore, arriva a mettere in discussione la propria percezione della realtà.
  • Eccessiva empatia: è una sorta di trappola in cui la vittima può cadere. Mettersi nei panni dell’altro porterà la persona a sentire profondamente le sofferenze del partner, con il solo desiderio che queste cessino. Caduti in questo vortice inevitabilmente si tenderà a salvaguardare più l’altro che se stessi, quindi è necessario distaccarsi da questo meccanismo per prendersi cura del proprio bene.

La vittima cessa di essere tale nel momento in cui pone fine alle illusioni riguardanti se stessa, il proprio compagno e il loro legame affettivo; in questo modo prende consapevolezza di avere accanto un uomo vile e debole.
Nel gaslighting, il carnefice perde qualsiasi forma di potere nel momento in cui la vittima si rende conto dell’inganno e della distorsione della realtà a cui è stata sottoposta fino a quel momento.

 

 

Bibliografia
“Come mi vuoi? Imparare a difendersi dalla manipolazione emotiva” di Stern Robin

Sitografia
http://www.ritamascialino.com/cms/wp-content/uploads/2011/05/Il-gaslighter-e-la-sua-vittima.pdf
http://it.wikipedia.org/wiki/Gaslighting
http://en.wikipedia.org/wiki/Gaslighting
http://www.fondazioneinsieme.it/PDF/A002820
http://www.mentesociale.it/criminologia/speciale-stalking/48-il-gaslighting-aspetti-psicologici.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_dipendente_di_personalit%C3%A0
http://www.mentesociale.it/criminologia/speciale-stalking/605-il-gaslighting-aspetti-legali.html


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Quando l’amore fa impazzire: il Gaslighting – 1° parte

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Con il termine gaslighting si fa riferimento ad una forma di violenza psicologica, molto sottile e subdola, che non lascia segni sulla pelle e si basa sulla manipolazione psicologica.

Il vocabolo trae origine dal titolo del film Gas light del 1944, in italiano tradotto con il termine “Angoscia”, nel quale vengono narrate le vicende di una giovane coppia. Dopo un breve periodo felice di vita matrimoniale, qualcosa nel loro rapporto si incrina; la moglie, protagonista di una diabolica e artificiosa tecnica psicologica inscenata dal marito, arriva a convincersi di essere sull’orlo della pazzia. Il marito cerca, infatti, di renderla folle inscenando una serie di episodi poco chiari all’interno della casa, per esempio nascondendo gli oggetti della moglie o abbassando le lampade, attribuendo questi fenomeni ad allucinazioni visive della donna, facendola così dubitare delle proprie facoltà mentali. La donna sente sempre più il bisogno di approvazione da parte del marito, il quale però continuerà a ripeterle che è instabile. Recupererà sicurezza in se stessa solo dopo aver avuto conferma da altre persone che effettivamente le luci si affievolivano e che tutto questo non era frutto della sua mente.

Questo film, come anche “Rebecca – la prima moglie” di Alfred Hitchcock, è un chiaro esempio di gaslighting, in cui la manipolazione psicologica viene esercitata sulla vittima, la quale diviene vulnerabile e completamente dipendente del suo carnefice.

Il gaslighting è un comportamento messo in atto dal persecutore, il quale ha come obiettivo quello di minare l’autostima e la fiducia che la vittima ha di se stessa, di farne vacillare la percezione della realtà mettendone quindi in dubbio il giudizio, facendo sentire così la persona confusa fino al punto di credere di stare per impazzire.

Questa forma di violenza può nascere all’interno di rapporti costruiti precedentemente sull’amore, ma anche in contesti familiari, amicali e lavorativi 1; ma, come sottolinea la psicoanalista Robin Stern, Ph.D., il fenomeno del gaslighting si sviluppa prevalentemente all’interno di quelle coppie in cui l’uomo non è in grado di accettare i cambiamenti sociali e la conseguente emancipazione della donna. Attratto da personalità forti ed intelligenti, al contempo vuole controllare e riprogrammare la partner per sottometterla, sia psicologicamente che fisicamente. Pertanto egli è lucido e consapevole dei danni che sta provocando alla sua vittima. La persecuzione, l’inganno e la finzione, questi sono gli strumenti utilizzati per minare l’integrità psichica della compagna, arrivando così a renderla succube, togliendole la libertà di poter affrontare autonomamente la propria vita.

Pertanto è possibile parlare di un vero e proprio “lavaggio del cervello”, brainwashing, ad opera del carnefice sulla propria vittima, la quale, sentendosi sbagliata, arriverà a pensare di meritare tutto questo. Si instaurerà una dinamica di “dipendenza emotiva” in cui la vittima, per stare bene, avrà sempre bisogno di approvazione da parte del compagno; egli saprà condurre il gioco della manipolazione, sapendo quando frustare la donna, togliendole l’amore, il rispetto, la parola, creando così in lei una vera e propria astinenza. È una violenza insidiosa e gratuita, ripetuta ogni giorno e molte volte giustificata dalla vittima stessa, la quale, vedendo la realtà attorno a sé falsata, arriva a giustificare il gaslighter e i suoi comportamenti.

Il manipolatore, inizialmente, si mostra come una persona altruista, empatica, molto sensibile alle necessità della sua futura vittima; ovviamente mette in atto questo meccanismo al fine di poter entrare nella sua vita. Successivamente avverrà in lui un cambiamento, si mostrerà egoista e il suo unico obiettivo sarà quello di mantenere alto il proprio senso di sé e il proprio potere. Se l’altro permetterà l’inizio del gioco, molto presto ne sarà vittima e con il tempo sperimenterà incubi ricorrenti, scarsa fiducia nel senso di realtà, confusione, ansia, frustrazione, tristezza e rabbia.

Il gaslighter deumanizza la vittima, la manipola fino ad ottenerne il controllo totale; Robin Stern definisce la manipolazione affettiva come una sorta di tango, ballato da due persone opposte con caratteristiche complementari: il manipolatore che ha bisogno di mantenere un’alta percezione di sé attraverso la svalutazione dell’altro e la vittima che permette tutto questo in quanto ha un forte bisogno di approvazione. Questa necessità della vittima la porterà ad idealizzare il suo carnefice e per fare questo si troverà a dover rinunciare al proprio punto di vista per abbracciare incondizionatamente quello dell’altro.

Questo processo è caratterizzato da tre fasi:

  • La fase dell’incredulità: è il livello iniziale; il manipolatore alterna momenti di estrema gentilezza e dolcezza a momenti di brutalità e crudeltà, ovviamente sempre nei confronti della compagna, la quale ha ancora una sufficiente sicurezza in sé e una buona dose di obiettività, ma non riesce a codificare in modo corretto i messaggi che il partner le invia, creando così in lei confusione. Infatti a questo livello raramente ci si rende conto di avere a che fare con un manipolatore. Un esempio potrebbe essere un piccolo malinteso, considerato trascurabile da parte della vittima ma che la spinge a dare troppe spiegazioni. Immaginiamo una donna che frequenta da poco un uomo, lei lo considera la persona giusta. È affettuoso, gentile e sincero. Hanno tutte le basi per iniziare una relazione seria. Un pomeriggio vanno a fare la spesa. La donna, essendo molto socievole, scherza con il cassiere. Dopo aver terminato tutte le commissioni il suo fidanzato la accusa di aver flirtato con il commesso e quindi di avergli mancato di rispetto. La donna sa bene che questo non è affatto vero, ma poiché ci tiene all’uomo cerca di spiegargli che quello è semplicemente il suo modo di essere e non civetteria. L’uomo non le crede e continua con le accuse, facendo sentire la compagna a disagio e infastidita. In questa fase sono presenti segnali di irritazione, il timore dei malintesi, la preoccupazione delle reazioni dell’altro; si sente il bisogno di dover controllare le cose da dire e fare e si prova confusione.
  • La fase della difesa: la vittima ha ancora consapevolezza di sé ma è completamente confusa e sbalordita; inizia a vacillare la propria considerazione sulle sue percezioni; ha ancora la forza di difendersi e di sostenere la propria posizione di persona sana. Cercherà anche di instaurare con il compagno un dialogo nel tentativo di fargli cambiare comportamento. In questa fase possono comparire le prime urla, offese o silenzi e la vittima, non essendo in grado di tollerare questa apocalisse emotiva, è disposta sempre di più a fare qualsiasi cosa pur di evitarla. I segnali di questa fase possono essere l’eccessiva stanchezza, infatti la vittima si sente debole e fragile. La donna perde interesse per le cose che prima la appassionavano; inoltre, molto spesso, deve difendersi in presenza di amici e familiari dagli attacchi subdoli del compagno. Non riesce a ricordare i dettagli delle discussioni e cerca di capire dove sbaglia e come provoca la rabbia del compagno, giustificando sempre più spesso le reazioni spiacevoli.
  • La fase della depressione: è la fase più grave. La vittima ha maturato l’idea di essere “sbagliata” e quindi di “meritare” quel tipo di trattamento da parte del suo carnefice, giustificandone il comportamento. In quest’ultima fase la vittima, sfinita, getta le armi e si convince che il manipolatore ha ragione riguardo a ciò che dice e pensa su di lei. Sprofonda così nell’insicurezza, nell’autosvalutazione e diventa dipendente psicologicamente e fisicamente del suo compagno, isolandosi completamente a livello sociale. Assimila il punto di vista del manipolatore fino a renderlo proprio, così da essere approvata e amata da lui. Possono verificarsi veri e propri episodi di abuso o violenza psicologica e fisica da parte del partner, in quanto la vittima non ha più armi per fermare questo processo: ha solo bisogno di approvazione, la sua autostima è molto bassa e ha il terrore dell’apocalisse emotiva. I segnali sono la stanchezza, la perdita di interesse, l’angoscia, attacchi di panico, depressione, sintomi da stress, sviluppo di malattie psicosomatiche, la vittima ha paura quando deve incontrare il manipolatore e si colpevolizza su tutto, giustificando così i comportamenti del partner.

 

 

Bibliografia
“Come mi vuoi? Imparare a difendersi dalla manipolazione emotiva” di Stern Robin

Sitografia
http://www.ritamascialino.com/cms/wp-content/uploads/2011/05/Il-gaslighter-e-la-sua-vittima.pdf
http://it.wikipedia.org/wiki/Gaslighting
http://en.wikipedia.org/wiki/Gaslighting
http://www.fondazioneinsieme.it/PDF/A002820
http://www.mentesociale.it/criminologia/speciale-stalking/48-il-gaslighting-aspetti-psicologici.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_dipendente_di_personalit%C3%A0
http://www.mentesociale.it/criminologia/speciale-stalking/605-il-gaslighting-aspetti-legali.html