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Il termine Borderline: origini ed evoluzione

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Il termine Borderline 1 è stato coniato dallo piscoanalista americano Adolph Stern nel 1938, il quale partendo da osservazioni cliniche 2 ha descritto, per la prima volta, la maggior parte dei sintomi del disturbo e ha rilevato che un gran numero di pazienti presentava caratteristiche non assimilabili alle classificazioni nosologiche in uso all’epoca e non rispondevano ai trattamenti psicoterapeutici. Come conseguenza, la classica distinzione tra “nevrosi” e “psicosi” lasciò spazio ad una nuova area di diagnosi e di intervento clinico, ovvero l’area borderline.

Nel 1942, Helene Deutsch condusse uno studio molto interessante sulle cosiddette personalità “Come-Se” nel quale l’autrice descrive una tipologia di carattere all’apparenza normale ma che, ad un’analisi più approfondita, mostrava un grave disturbo di personalità e colui che ne soffriva tendeva ad assumere su di sé le caratteristiche dei soggetti con cui si relazionava.

Nel 1953, il vocabolo borderline viene utilizzato da Robert Knight per identificare una particolare categoria diagnostica, caratterizzata da una severa debolezza dell’Io e da netta incapacità di gestire gli impulsi. Questo autore fu il primo a proporre di concepire questa entità nosografica come autonoma e di allargare questa tipologia di funzionamento a tutti quei pazienti considerati fino a quel momento non classificabili e non inquadrabili nelle categorie note.

Durante gli anni ’60, Roy Grinker e il suo gruppo di ricerca osservarono ben oltre sessanta pazienti ricoverati presso il Michael Reese Hospital di Chicago. Questa fu il primo studio condotto su pazienti con la “sindrome di confine”. Fu per merito di questo autore che si riuscì a dare maggior rigore diagnostico all’esistenza della sindrome borderline.

I criteri diagnostici utilizzati si basavano prevaletemene su comportamenti osservabili, in particolare: ipersensibilità alle critiche, paura e inadeguatezza dei rapporti intimi, disturbi dell’identità, bassa autostima, tendenza alla depressione, difese primitive (negazione e proiezione), sospettosità, rabbia come emozione prevalente, etc. Vennero identificati quattro gruppi di pazienti che si collocavano lungo un continuum sintomatologico, che andava dal versante psicotico a quello nevrotico, passando per altre due tipologie, il “borderline nucleare”, caratterizzato da identità diffusa, acting out aggressivi, prevalenza affetti negativi e difficoltà a mantenere le relazioni personali stabili e il “borderline come se”, la cui particolarità era la perdita diffusa dell’identità, che generava il bisogno di prendere a prestito l’identità altrui.

Negli anni Sessanta del 1900, Otto Kernberg prende le mosse dal lavoro innovativo di Freud e lo coniuga con la teoria delle relazioni oggettuali di Melanie Klein e la Psicologia dell’Io di Margaret Mahler e di Edith Jacobson. Questo lavoro lo porta a descrivere un nuovo livello di organizzazione della personalità, ossia quello borderline.
Kernberg descrive una serie di criteri strutturali necessari per determinare il livello dell’organizzazione di personalità. Essi sono:
1. Integrazione vs. diffusione dell’identità.
2. Meccanismi di difesa.
3. Esame di realtà.

Dopo Kernberg, altri autori hanno portato avanti delle ricerche nel campo della psicopatologia borderline. Tra questi, è necessario menzionare Gunderson e Singer, i quali hanno descritto il disturbo borderline attraverso la creazione dell’Intervista Diagnostica per i Borderline. Attraverso questo strumento è stato possibile evidenziare sei peculiarità della patologia borderline: affettività intensa, di natura prevalentemente rabbiosa o depressiva; impulsività; pattern relazionali instabili; episodi psicotici transitori; tendenza a perdere i nessi associativi se sottoposti a test proiettivi o comunque a situazioni non strutturate e adattamento superficiale alle situazioni sociali.

A partire da questo momento, il disturbo borderline di personalità 3 trova la sua posizione all’interno del DSM.

Robert Spitzer, nel 1979, gettò le basi per l’inserimento di questo disturbo nel DSM-III. L’autore analizzò le due condizioni psicopatologiche in cui il termine borderline compariva: la condizione borderline schizotipica e la sindrome della personalità instabile. La prima veniva considerata una forma attenuata di schizofrenia, con la presenza di gravi disturbi del comportamento, dell’affettività, del pensiero e delle relazioni. Con il tempo perse la connotazione di borderline e nel DSM-III venne inserito come personalità schizotipica.  La seconda, era una sindrome che si manifestava con disturbi del carattere, degli impulsi e delle relazioni sociali. Anche questa perse la sua sfumatura di instabile e divenne la personalità borderline.  

Bibliografia

Lingiardi V., La personalità e i suoi disturbi, Milano, Il Saggiatore, 2004, passim

Lingiardi V., Gazzillo F. La personalità e i suoi disturbi, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2014, Edizione Kindle.

 

 


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Che cosa è un disturbo di personalità?

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Tradizionalmente i pazienti venivano distinti in nevrotici e psicotici, ma questa suddivisione era piuttosto carente e semplicistica, in quanto erano stati osservati nel corso delle terapie, in alcuni pazienti, fenomeni clinici caratterizzati da imprevedibilità, rabbia, tendenza all’acting, bruschi cambiamenti del tono dell’umore e psicosi transitorie.

Il primo autore che cercò di classificare questi pazienti, secondo i criteri della psicoanalisi, fu Wilhelm Reich, che utilizzò il termine carattere impulsivo per indicare quelle forme cliniche miste al confine tra la schizofrenia e l’isteria.

Nel 1932, Edward Glover suggerì di denominarli potenziali psicotici; nel 1938 Adolph Stern propose il termine borderline per indicare quei pazienti che non appartengono né al gruppo degli psicotici né a quello dei nevrotici.

Durante gli anni Cinquanta molti autori iniziarono ad interessarsi pienamente a questi pazienti, cercando di superare l’impasse della classificazione nosografica, che differenziava esclusivamente la nevrosi dalla psicosi.

È però alla fine degli anni Settanta che alcuni ricercatori si dedicarono allo studio dei disturbi di personalità utilizzando metodi sperimentali. Robert Grinker, nel 1968, offrì, attraverso una ricerca, rinforzo empirico all’esistenza della sindrome borderline di personalità e nel 1975 John Gunderson sottopose il concetto a verifiche sperimentali. A queste ricerche ne seguirono altre ad opera di Kernberg, Kohut, Adler etc.

La definizione di DP compare per la prima volta solo nel 1994, all’interno del DSM-IV, nonostante i vari disturbi fossero già stati descritti nel II asse del DSM III.

Il DSM-5 definisce il DP “un pattern costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione.”

Un DP indica quindi una modalità di pensiero e di comportamento disadattivi che si manifesta in modo pervasivo, inflessibile e apparentemente permanente, che invade varie sfere dell’individuo tra cui quella interpersonale, quella cognitiva, quella affettiva etc.

Ogni persona ha dei particolari tratti della personalità, ossia delle modalità attraverso le quali si relaziona agli altri e agli eventi. Le persone che riescono ad adattarsi in modo efficace alle diverse situazioni della vita sono quelle che tendono ad assumere un comportamento o un pensiero differente nel momento in cui lo stile abituale risulta inefficace. Si parla invece di DP solo quando l’intero funzionamento dell’individuo è contraddistinto da certe caratteristiche estreme, ossia tratti della personalità troppo rigidi e poco adattivi rispetto all’ambiente e alla cultura dell’individuo, al punto da comprometterne seriamente la vita affettiva, sociale, lavorative e di produrre nel soggetto stesso e nelle persone a lui vicine grave sofferenza o marcato disagio.

Il DP può essere definito egosintonico, ossia accettabile da parte della persona che lo accusa, nel quale non crea alcun disagio, sebbene possa avere effetti negativi su altre persone ed alloplastico, ossia immodificabile in rapporto con l’ambiente, ciò comporta l’impossibilità di adattabilità allo stesso ed è proprio il fatto di essere alloplastico che causa difficoltà sociali in questi pazienti.

Il comportamento disadattivo insorge generalmente nella prima metà della vita adulta, ma possono essere presenti già alcuni indizi durante l’infanzia.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina Raffaello Editore.

Lingiardi V., Gazzillo F., La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Milano, Cortina Raffaello Editore.

 


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Le teorie umanistiche

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Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo si afferma, all’interno della psicologia, una Terza Forza, una nuova tipologia di pensiero che si contrappone sia alla psicoanalisi sia al comportamentismo, ossia la Psicologia Umanistica.

Il modello umanistico focalizza il suo interesse sull’esperienza concreta dell’individuo, sul qui e ora della realtà e sull’uomo in quanto individualità singola.

Gli argomenti di cui si interessa questo ramo della psicologia sono quelli che non hanno trovato molto spazio nelle teorie precedenti e sono l’amore, la creatività, la crescita, l’organismo, l’autorealizzazione, il gioco, la trascendenza dell’Io, la responsabilità etc. e il modello dell’uomo al quale tende si basa su una visione non deterministica dell’agire umano, ossia l’individuo viene ritenuto in grado di crearsi autonomamente il proprio destino.

A gettare le basi del movimento sono Carl Rogers1 e Abraham Maslow2

La teoria rogersiana della personalità si basa sul concetto di organismo, inteso nel suo significato più ampio, ossia di totalità psico-fisica. L’organismo non può essere scisso nelle sue più piccole parti, in quanto non può essere ricondotto alla semplice somma delle parti. Rogers considera l’individuo come una globalità tra mente e corpo. Il concetto centrale di questa teoria della personalità è il Self, il Sé. L’attenzione è posta sulla tendenza attualizzante dell’individuo, ossia l’autorealizzazione del proprio Sé, che orienta la personalità verso la differenziazione, l’espansione, la creatività, l’arricchimento. La tendenza attualizzante agisce attraverso un processo che egli chiama di valutazione organismica, attraverso la quale l’individuo sceglie le esperienze che contribuiscono a migliorare lo sviluppo dell’organismo e scarta quelle che non tendono a questo fine. In questo modello la personalità è vista come un sistema organizzato, in grado di autoregolarsi, non controllato da forze esterne, ma guidato proprio dall’autorealizzazione. Una legge fondamentale per mettere in atto l’attualizzazione è quella della congruenza, ossia l’Io tende normalmente alla coerenza tra le proprie auto-percezioni e tra queste e la realtà esterna. Conseguenza di ciò è la profezia che si autoavvera, 3 in quanto l’individuo spesso si comporta in modo che gli altri confermino la percezione che egli ha di se stesso. Le esperienze incongruenti con il concetto di Sé generano ansia, sono ritenute delle minacce e questo determina un irrigidimento difensivo della struttura del Sé. Un altro concetto importante nella realizzazione di Sé è rappresentato dal bisogno di sentirsi accettato e amato dalle persone significative della propria vita. Ciò può determinare conflittualità nell’individuo, in quanto può indurlo a fare propri valori contrastanti con la propria natura, pur di non perdere l’affetto e l’appoggio altrui. Questo determina la nascita del falso Sé, fonte di disagio psichico. È solo tramite il processo di reintegrazione che l’individuo può uscirne.

La teoria di Maslow focalizza la sua attenzione sull’analisi delle motivazioni che spingono un individuo a mettere in atto una serie di comportamenti e sulle caratteristiche che contraddistinguono la personalità sana e autorealizzata; essa si basa su una gerarchia di bisogni, la cosiddetta Piramide di Maslow.

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I bisogni da gratificare sono fisiologici, legati al cibo e all’acqua; di sicurezza, ossia di protezione; di appartenenza, cioè sentirsi parte di un gruppo, instaurando rapporti interpersonali; di stima e di autorealizzazione.

Questi bisogno sono innati ma i modi con i quali possono essere appagati vanno appresi. Inoltre è possibile soddisfare un bisogno della scala solo se quello precedente ha avuto un esito positivo.

L’incapacità di gratificare un bisogno genererà una disfunzione psichica.

Secondo Maslow, solo le persone che giungono all’autorealizzazione hanno un’alta percezione della realtà e una maggiore accettazione di sé e degli altri.

 

 

Bibliografia

Maslow A. H., Motivazione e personalità, Roma, Armando Editore, 1977, passim.

Maslow A. H., Verso una psicologia dell’essere, Roma, Astrolabio Editore, 1971, passim.

Rogers C. R., La terapia centrata sul cliente, a cura di Palmonari A., Rombauts J., Firenze, Giunti Editore, 2013, passim.

 


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La Psicologia del Sé di Heinz Kohut

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La Psicologia del Sé di Kohut nasce dagli studi dello stesso su pazienti con disturbi narcisistici 1, i quali presentavano caratteristiche molto diverse dai pazienti nevrotici, ossia erano presenti sentimenti di depressione e insoddisfazione nei rapporti e la loro stima di sé era facilmente vulnerabile.

Il concetto centrale di questo modello è quello del Sé, inteso come nucleo centrale della personalità che organizza i sentimenti, i pensieri e le rappresentazioni di Sé e degli altri.

Nel pensiero dell’autore, lo sviluppo del Sé avviene in due tappe fondamentali, la prima è la formazione del Sé virtuale, ossia l’immagine del bambino che deve ancora nascere ma che già è presente nella mente dei genitori, la seconda prevede lo sviluppo del Sé nucleare nel corso dei primi due anni di vita del bambino. Il Sé nucleare è per sua natura bipolare, ossia è formato dal polo delle ambizioni di potere e successo e dal polo degli scopi idealizzati e i valori. Questi due poli sono sottesi da un arco di tensione, il quale è caratterizzato dai talenti e dalle abilità della persona.

Concetto cardine della Psicologia del Sé è l’oggetto-Sé, ossia il ruolo svolto dalle altre persone nei confronti del Sé in relazione ai suoi bisogni. Gli oggetti-Sé devono essere visti come funzioni, più che come persone.

Il Sé sano si sviluppa all’interno di un ambiente che consente di fare tre esperienze di oggetto-Sé: 2

  • Oggetti che confermino l’innato senso del bambino di grandezza e perfezione, ossia i bisogni di specularità. Sono esperienze che formano quello che Kohut chiama Sé grandioso. Permette di rafforzare il polo delle ambizioni del Sé bipolare. Un esempio è il piacere che un artista ha nel momento in cui viene apprezzato dal pubblico. In caso contrario avviene la frammentazione del Sé.
  • Oggetti da poter ammirare e idealizzare, ossia il bisogno di idealizzazione. Questo tipo di esperienza permette il rafforzamento del polo degli ideali del Sé bipolare. Kohut la descrive come l’esperienza di fondersi con un oggetto vissuto come grande, forte, ideale e saggio. Un esempio è rappresentato da un individuo, in un momento di difficoltà, trova in un amico un punto di riferimento e di forza.
  • Oggetti che suscitino nel bambino una sensazione di essenziale uguaglianza con lui, ossia il bisogno di gemellarità. Questo tipo di esperienza permette di rafforzare l’arco di tensione delle capacità e dei talenti. Un esempio è quello della bambina che fa finta di cucinare insieme alla mamma.

Inoltre, l’Uomo di Kohut è un Uomo Tragico, frutto delle esperienze relazionali e dell’contesto in cui si è sviluppato il suo Sé nucleare, opposto all’Uomo Colpevole di Freud, il quale tende, invece, alla costante ricerca di equilibrio tra le pulsioni che lo dominano e le cui azioni sono volte alla ricerca del piacere.

 

 

Bibliografia

Concato G., Manuale di psicologia dinamica, Firenze, AleBet Editore, 2000.