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Rischio da stress lavoro-correlato.

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La definizione della Commissione Europea stabilisce che lo “stress legato al lavoro è uno schema di reazione emotiva, cognitiva, comportamentale e psicologica agli aspetti conflittuali e nocivi dei contenuti del lavoro, dell’organizzazione del lavoro, dell’ambiente di lavoro. Lo stress è causato da una scarsa corrispondenza tra il nostro ruolo al lavoro e fuori dal lavoro e dal non avere un ragionevole grado di controllo sul nostro lavoro e sulla nostra vita.”

Altra definizione di stress lavoro correlato di Niosh Insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore. Lo stress connesso al lavoro può influire negativamente sulle condizioni di salute e provocare infortuni.”

Le variabili da prendere in considerazione per valutare appieno l’insorgenza di una potenziale usura psicofisica sono:

  1. predisposizione familiare a determinate patologie e resistenza individuale allo stress;
  1. variabili biologiche (sesso ed età);
  1. ambiente sociale di provenienza e vita di relazione;
  1. eventi di vita significativi (lutti, malattie, separazione, guerre, sismi etc.);
  1. evoluzione del contesto sociale (es. famiglia da “normativa” diviene “affettiva”, stereotipi, stigma verso la patologia psichica etc.);
  1. fattori professionali (rischi specifici del lavoro svolto e organizzazione del lavoro)

 

Lo stress lavorativo deriva dall’interazione di più fattori, quali: l’organizzazione del lavoro (tipologia, ambiente, carichi, orari, ruolo, responsabilità, relazioni gerarchiche), le caratteristiche psico-fisiche (personalità, abitudini, motivazioni, comportamenti) e il contesto di vita del lavoratore (condizioni economiche, relazioni, integrazione sociale, situazioni familiari). Nel momento in cui l’interazione tra questi fattori risulta squilibrata, si genera una condizione di “strain” (aggravio, fatica), ne consegue che il lavoratore stressato “non ce la fa più” a svolgere correttamente il proprio lavoro, con ripercussioni sull’azienda per la quale il soggetto lavora, ma anche e soprattutto sul lavoratore stesso, che diviene più esposto all’insorgenza di patologie di varia natura. L’analisi del rischio si basa sulla rilevazione dei diversi indicatori in grado di fornire informazioni utili sui diversi aspetti del problema. E’ importante perciò un’attenta analisi delle condizioni di lavoro, al fine di poter rilevare, tramite l’osservazione, fattori oggettivi (ad es. orari, carichi di lavoro, procedure operative, condizioni ambientali, contesto esterno, gestione del personale, etc.) ma anche la percezione soggettiva del lavoratore, mediante interviste strutturate o semistrutturate e questionari standardizzati. È inoltre necessario valutare lo strain del lavoratore, che può avere diverse manifestazioni, come sintomi fisici (ad esempio cefalea, insonnia, stanchezza cronica, etc.), mentali (difficoltà a memorizzare, a concentrarsi, etc.), emozionali (ad esempio depressione, nervosismo, tristezza, ansia, etc.) e comportamentali (abuso alcool e fumo, scarsa cura di sé, conflitti familiari, etc.)

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Masciocchi P. Stress lavoro-correlato

Linee guida SIMLII Rischio Stress

 

Sitografia

http://www.istitutoramazzini.com/FilesPDF/GUIDA%20STRESS%20LAVORO%20CORRELATO.pdf

http://www.unipd-org.it/rls/lineeguida/stress/lineeguidasimliirischiostress.pdf


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Cosa è lo stress?

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Lo stress è una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Può essere sia fisiologica, ma può avere anche dei risvolti patologici che ricadono nel campo della psicosomatica. Ogni stressor che perturba l’omeostasi dell’organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichiche, emotive, locomotorie, ormonali e immunologiche. Lo stress è da considerarsi come una funzione essenziale per il nostro organismo, in quanto ci permette di far fronte alle pressioni e alle minacce esterne e quindi di adattarsi all’ambiente circostante, tutto ciò è fondamentale per la sopravvivenza dell’essere umano. Tuttavia in determinate condizioni, le sollecitazioni che generano stress possono divenire eccessive fino al punto di non essere più sopportabili dalla persona, con conseguenze negative anche assai gravi per la salute dell’individuo. Poiché non è possibile evitare lo stress, in quanto il nostro organismo è perennemente esposto a stimoli esterni, è però necessario e indispensabile, in particolare sul lavoro, cercare di fare in modo che le condizioni di lavoro non presentino fattori stressanti rilevanti e significativi. Da questa piccola premessa possiamo dedurre che lo stress si manifesta nel momento in cui il nostro organismo deve rispondere a stimoli esterni. Questa risposta consiste nell’attivazione dei sistemi psico-neuro-endocrini che consentono di contrastare e così risolvere la situazione, al fine di evitare possibili conseguenze negative e permettere l’adattamento nel caso in cui non sia possibile risolvere la situazione stressante. Possiamo pertanto distinguere due tipi di stress, quello positivo chiamato eustress, che ci permette di adattarci positivamente alle situazioni e uno negativo, distress, quando la situazione stressante richiede uno sforzo di adattamento superiore alle nostre possibilità, comportando un logorio progressivo che porta al deterioramento delle nostre difese psicofisiche.

In base alle modalità con cui gli stimoli esterni si presentano all’individuo, il nostro organismo risponderà in modo diverso e più precisamente attraverso due modalità distinte in:

  • Stress acuto: quando gli eventi stressanti si presentano in modo acuto e la risposta dell’organismo si gioca e/o si esaurisce nel giro di pochi minuti o di ore (ad esempio nel caso di un lutto).
  • Stress cronico: quando gli eventi stressanti si protraggono per giorni, settimane, mesi e la risposta dell’organismo si protrae nel tempo (ad esempio un rapporto di lavoro problematico).

Uno dei primi studiosi dello stress fu Hans Selye, il quale lo definì come “condizione aspecifica in cui si trova l’organismo quando deve adattarsi alle esigenze imposte dall’ambiente”, ossia è la reazione che ognuno di noi ha di fronte a diverse richieste, difficoltà o prove. Sempre Selye definì come “Sindrome Generale di Adattamento” quella risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor, quali stimoli fisici (ad es. fatica), mentali (ad es. impegno lavorativo), sociali o ambientali (ad es. obblighi o richieste dell’ambiente sociale).

L’evoluzione della sindrome avviene in tre fasi:

  1. una prima fase di “allarme”;
  2. una seconda fase di “resistenza”;
  3. una terza fase di “esaurimento funzionale.

Dopo una prima fase d’allarme, cioè di aumentata attenzione e tensione, l’organismo cerca di contrastare la situazione stressante, acuta o cronica che sia, opponendo una resistenza agli effetti che questa situazione produce sul proprio equilibrio. Il tentativo ripetuto di contrastare la situazione stressante causa l’esaurimento dell’organismo poiché il costo della resistenza al distress è più forte delle capacità di reazione ad esso, facendo così emergere gli effetti negativi dello stress.

Secondo Selye la risposta neurovegetativa e corticosurrenale allo stimolo stressante era finalizzata a mobilitazioni muscolari riassunte nell’atteggiamento di lotta/fuga (“fight/flight”) dipendenti dalla capacità dell’individuo di saper affrontare o meno lo stimolo stesso. I risultati dannosi dello stress erano attribuiti all’impossibilità di intraprendere un comportamento di lotta-fuga con conseguente accumulo tossico di adrenalina, cortisone e soprattutto conseguenze fisiologiche e metaboliche quali per esempio: aumento della vigilanza, della pressione arteriosa, dei grassi nel sangue della glicemia, dei processi infiammatori, etc..

In realtà si è riconosciuto che oltre alla risposta “attiva” prevista da Selye, è possibile una risposta “passiva” che è stata osservata in studi sperimentali sugli animali. Questo tipo di risposta passiva si esprime come “giocare a fare il morto”.

Inoltre il meccanismo con cui l’organismo reagisce agli stimoli stressanti, indipendentemente dal modo in cui vengono percepiti e valutati, è lo stesso in tutti gli individui; la differenza sta nel modo in cui le persone reagiscono emotivamente a queste sollecitazioni. Ciò significa che la stessa situazione di lavoro può in alcune persone suscitare stress, mentre altre rimanere del tutto indifferenti se sottoposte allo stesso fenomeno.

Accede questo perché lo stress è un fatto particolarmente soggettivo che non insorge esclusivamente in seguito alla presenza di situazioni o eventi potenzialmente stressanti, ma soprattutto in base al modo in cui il soggetto vive emotivamente l’evento.

Ne consegue che, per poter riconoscere e valutare l’esistenza di un problema di potenziale stress è indispensabile un approccio che permetta obiettivamente di rilevare e stabilire le reazioni soggettive prodotte dagli stressor, in riferimento al contesto stesso.

 

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

Masciocchi P. Stress lavoro-correlato

Sitografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Stress_%28medicina%29


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Il concetto di stress lavoro-correlato

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Cosa è lo stress?

Lo stress è una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Può essere fisiologica, ma può avere anche dei risvolti patologici che ricadono nel campo della psicosomatica. Ogni stressor che perturba l’omeostasi dell’organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichiche, emotive, locomotorie, ormonali e immunologiche. Lo stress va considerato come una funzione essenziale per il nostro organismo, in quanto ci permette di far fronte alle pressioni e alle minacce esterne, ossia offre il vantaggio di adattarci all’ambiente circostante; tutto ciò è fondamentale per la sopravvivenza dell’essere umano. Tuttavia, in determinate condizioni, le sollecitazioni che generano stress possono diventare eccessive, fino al punto che la persona non riesce più a sopportarle, con conseguenze negative anche assai gravi per la salute dell’individuo. Poiché non è possibile evitare lo stress, in quanto il nostro organismo è perennemente esposto a stimoli esterni, è però necessario e indispensabile cercare di fare in modo che le condizioni di lavoro non presentino fattori stressanti rilevanti e significativi. Da questa piccola premessa possiamo dedurre che lo stress si manifesta nel momento in cui il nostro organismo deve rispondere a stimoli esterni. Questa risposta consiste nell’attivazione dei sistemi psico-neuro-endocrini che consentono di contrastare e così risolvere la situazione, al fine di evitare possibili conseguenze negative e permettere l’adattamento nel caso in cui non sia possibile risolvere la situazione stressante. Possiamo pertanto distinguere due tipi di stress, quello positivo chiamato eustress, che ci permette un adattamento positivo alle situazioni e uno negativo, distress, quando la situazione stressante richiede uno sforzo di adattamento superiore alle nostre possibilità, comportando un logorio progressivo che porta al deterioramento delle nostre difese psicofisiche.

In base alle modalità con cui gli stimoli esterni si presentano all’individuo, il nostro organismo risponderà in modo diverso e più precisamente attraverso due modalità distinte in:

  • Stress acuto: quando gli eventi stressanti si presentano in modo acuto e la risposta dell’organismo si gioca e/o si esaurisce nel giro di pochi minuti o di ore (ad esempio nel caso di un lutto).
  • Stress cronico: quando gli eventi stressanti si protraggono per giorni, settimane, mesi e la risposta dell’organismo si protrae nel tempo (ad esempio un rapporto di lavoro problematico).

Uno dei primi studiosi dello stress fu Hans Selye, il quale lo definì come “condizione aspecifica in cui si trova l’organismo quando deve adattarsi alle esigenze imposte dall’ambiente”, ossia è la reazione che ognuno di noi ha di fronte a diverse richieste, difficoltà o prove. Sempre Selye definì come “Sindrome Generale di Adattamento” quella risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor, quali stimoli fisici (ad es. fatica), mentali (ad es. impegno lavorativo), sociali o ambientali (ad es. obblighi o richieste dell’ambiente sociale).

L’evoluzione della sindrome avviene in tre fasi:

  1. una prima fase di “allarme”;
  2. una seconda fase di “resistenza”;
  3. una terza fase di “esaurimento funzionale.

Dopo una prima fase d’allarme, cioè di aumentata attenzione e tensione, l’organismo cerca di contrastare la situazione stressante, acuta o cronica che sia, opponendo una resistenza agli effetti che questa situazione produce sul proprio equilibrio. Il tentativo ripetuto di contrastare la situazione stressante causa l’esaurimento dell’organismo poiché il costo della resistenza al distress è più forte delle capacità di reazione ad esso, facendo così emergere gli effetti negativi dello stress.
Secondo Selye la risposta neurovegetativa e corticosurrenale allo stimolo stressante era finalizzata a mobilitazioni muscolari riassunte nell’atteggiamento di lotta/fuga (“fight/flight”) dipendenti dalla capacità dell’individuo di saper affrontare o meno lo stimolo stesso. I risultati dannosi dello stress erano attribuiti all’impossibilità di intraprendere un comportamento di lotta-fuga con conseguente accumulo tossico di adrenalina, cortisone e soprattutto conseguenze fisiologiche e metaboliche quali per esempio: aumento della vigilanza, della pressione arteriosa, dei grassi nel sangue della glicemia, dei processi infiammatori, etc..
In realtà si è riconosciuto che oltre alla risposta “attiva” prevista da Selye, è possibile una risposta “passiva” che è stata osservata in studi sperimentali sugli animali. Questo tipo di risposta passiva si esprime come “giocare a fare il morto”.
Inoltre il meccanismo con cui l’organismo reagisce agli stimoli stressanti, indipendentemente dal modo in cui vengono percepiti e valutati, è lo stesso in tutti gli individui; la differenza sta nel modo in cui le persone reagiscono emotivamente a queste sollecitazioni. Ciò significa che la stessa situazione di lavoro può in alcune persone suscitare stress, mentre altre rimanere del tutto indifferenti se sottoposte allo stesso fenomeno.
Accede questo perché lo stress è un fatto particolarmente soggettivo che non insorge esclusivamente in seguito alla presenza di situazioni o eventi potenzialmente stressanti, ma soprattutto in base al modo in cui il soggetto vive emotivamente l’evento.
Ne consegue che, per poter riconoscere e valutare l’esistenza di un problema di potenziale stress è indispensabile un approccio che permetta obiettivamente di rilevare e stabilire le reazioni soggettive prodotte dagli stressor, in riferimento al contesto stesso.

Rischio da stress lavoro-correlato.

La definizione della Commissione Europea stabilisce che lo “stress legato al lavoro è uno schema di reazione emotiva, cognitiva, comportamentale e psicologica agli aspetti conflittuali e nocivi dei contenuti del lavoro, dell’organizzazione del lavoro, dell’ambiente di lavoro. Lo stress è causato da una scarsa corrispondenza tra il nostro ruolo al lavoro e fuori dal lavoro e dal non avere un ragionevole grado di controllo sul nostro lavoro e sulla nostra vita”.

Altra definizione di stress lavoro correlato di Niosh “Insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore. Lo stress connesso al lavoro può influire negativamente sulle condizioni di salute e provocare infortuni”.

Le variabili da prendere in considerazione per valutare appieno l’insorgenza di una potenziale usura psicofisica sono:

  1. predisposizione familiare a determinate patologie e resistenza individuale allo stress;
  2. variabili biologiche (sesso ed età);
  3. ambiente sociale di provenienza e vita di relazione;
  4. eventi di vita significativi (lutti, malattie, separazione, guerre, sismi etc.);
  5. evoluzione del contesto sociale (es. famiglia da “normativa” diviene “affettiva”, stereotipi, stigma verso la patologia psichica etc.);
  6. fattori professionali (rischi specifici del lavoro svolto e organizzazione del lavoro).

Lo stress lavorativo deriva dall’interazione di più fattori, quali: l’organizzazione del lavoro (tipologia, ambiente, carichi, orari, ruolo, responsabilità, relazioni gerarchiche), le caratteristiche psico-fisiche (personalità, abitudini, motivazioni, comportamenti) e il contesto di vita del lavoratore (condizioni economiche, relazioni, integrazione sociale, situazioni familiari). Nel momento in cui l’interazione tra questi fattori risulta squilibrata, si genera una condizione di “strain” (aggravio, fatica), ne consegue che il lavoratore stressato “non ce la fa più” a svolgere correttamente il proprio lavoro, con ripercussioni sull’azienda per la quale il soggetto lavora, ma anche e soprattutto sul lavoratore stesso, che diviene più esposto all’insorgenza di patologie di varia natura. L’analisi del rischio si basa sulla rilevazione dei diversi indicatori in grado di fornire informazioni utili sui diversi aspetti del problema. E’ importante perciò un’attenta analisi delle condizioni di lavoro, al fine di poter rilevare, tramite l’osservazione, fattori oggettivi (ad es. orari, carichi di lavoro, procedure operative, condizioni ambientali, contesto esterno, gestione del personale, etc.) ma anche la percezione soggettiva del lavoratore, mediante interviste strutturate o semistrutturate e questionari standardizzati. È inoltre necessario valutare lo strain del lavoratore, che può avere diverse manifestazioni, come sintomi fisici (ad esempio cefalea, insonnia, stanchezza cronica, etc.), mentali (difficoltà a memorizzare, a concentrarsi, etc.), emozionali (ad esempio depressione, nervosismo, tristezza, ansia, etc.) e comportamentali (abuso alcool e fumo, scarsa cura di sé, conflitti familiari, etc.).

 

Bibliografia

INAIL – Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro – correlato
Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato
Masciocchi P. Sicurezza sul lavoro: profili di responsabilità. Adempimenti, procedure, formulario.
Masciocchi P. Stress lavoro-correlato
Linee guida SIMLII Rischio Stress

Sitografia

http://www.istitutoramazzini.com/FilesPDF/GUIDA%20STRESS%20LAVORO%20CORRELATO.pdf

http://www.unipd-org.it/rls/lineeguida/stress/lineeguidasimliirischiostress.pdf

http://it.wikipedia.org/wiki/Stress_%28medicina%29

 


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Il burnout

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Il termine burnout denota un soggetto “bruciato”, “fuso” ed è apparso la prima volta nel mondo dello sport, nel 1930, per indicare l’incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, di ottenere ulteriori risultati e/o mantenere quelli acquisiti. Con burnout si intende una condizione di esaurimento emotivo causato dallo stress dovuto alle condizioni di lavoro ma anche ad aspetti della vita personale; è tipico delle professioni ad elevato coinvolgimento relazionale. La sindrome del burnout è l’esito patologico del processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni di aiuto, qualora queste non rispondano in maniere adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere. I primi ad occuparsi del problema furono H. Freudenberger e da C. Maslach, i quali, a partire dal 1970, osservarono il fenomeno, all’interno di un reparto di igiene mentale, riscontrando che alcuni operatori presentavano i sintomi caratteristici del problema.

La Maslach definisce il burnout come una perdita di interesse vissuta dall’operatore verso le persone con le quali svolge la propria attività (pazienti, assistiti, utenti, etc.), è una sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in persone che, per professione, sono a contatto e si prendono cura degli altri. Il contatto costante con le persone e con le loro esigenze, l’essere a disposizione delle molteplici richieste e necessità, sono alcune delle caratteristiche comuni a tutte quelle attività che hanno come obiettivo professionale il benessere delle persone e la risoluzione dei loro problemi, come nel caso di medici, psicologi, infermieri, insegnanti, etc. Lo stress, che deriva dall’interazione tra operatore e utente, si verifica nel momento in cui il coinvolgimento emotivo è molto forte e perdura per periodi prolungati e che comporta da parte dell’operatore un impegno molto intenso non solo sul piano professionale ma anche e soprattutto su quello umano. Il burnout comporta esaurimento emotivo, depersonalizzazione, un atteggiamento spesso improntato al cinismo e un sentimento di ridotta realizzazione personale. Il soggetto tende ad eludere l’ambiente lavorativo assentandosi sempre più spesso e lavorando con sempre minore entusiasmo o interesse, provando frustrazione e insoddisfazione, mostrando una ridotta empatia nei confronti delle persone delle quali dovrebbe occuparsi. Il deterioramento del benessere fisico dovuto dal burnout si accompagna a sintomi psicosomatici (ad esempio l’insonnia) e psicologici (ad esempio la depressione). I primi disagi vengono avvertiti nel campo professionale per poi presentarsi anche sul piano personale, il che può portare all’abuso di alcool e di sostanze psicoattive fino al suicidio.

Le cause del burnout vanno ricercate in diversi fattori, che si possono raggruppare in tre grandi aree: fattori sociali e personali del soggetto (il background culturale, ideologico e religioso; livello socio-economico; stile di vita; situazione familiare; sesso; età; aspettative professionali; intolleranza alla frustrazione; eccessivo coinvolgimento; capacità più o meno alta di tolleranza allo stress) , fattori relazionali (sono cioè relative ai rapporti con l’utenza, nelle sue forme e tipologie, differenti a seconda del tipo di organizzazione nelle quali si opera; nelle scuole, ad esempio riguardo i rapporti con gli studenti e i loro familiari, la direzione scolastica, i colleghi, l’affollamento delle classi, l’eccessiva competitività fra colleghi) e fattori oggettivi organizzativi o professionali (scarsa retribuzione, condizioni ambientali sfavorevoli, turni e orari stressanti, routine burocratica).

La sindrome si manifesta generalmente seguendo quattro fasi:

  • La prima, preparatoria, è quella dell'”entusiasmo idealistico” che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale.
  • Nella seconda (“stagnazione“) il soggetto, sottoposto a carichi di lavoro e di stress eccessivi, inizia a rendersi conto di come le sue aspettative non coincidano con la realtà lavorativa.  L’entusiasmo, l’interesse ed il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a diminuire.
  • Nella terza fase (“frustrazione“) il soggetto affetto da burnout avverte sentimenti di inutilità, di inadeguatezza, di insoddisfazione, uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato; spesso tende a mettere in atto comportamenti di fuga dall’ambiente lavorativo, ed eventualmente atteggiamenti aggressivi verso gli altri o verso se stesso.
  • Nel corso della quarta fase (“apatia“) l’interesse e la passione per il proprio lavoro si spengono completamente e all’empatia subentra l’indifferenza, fino ad una vera e propria “morte professionale”.

Dal punto di vista clinico (psicopatologico) i sintomi del burnout sono molteplici, richiamano i disturbi dello spettro ansioso-depressivo e sottolineano la particolare tendenza alla somatizzazione e allo sviluppo di disturbi comportamentali.
Il soggetto colpito da burnout manifesta:

  • Sintomi aspecifici: stanchezza ed esaurimento, apatia, nervosismo, irrequietezza, insonnia;
  • Sintomi somatici: insorgenza di patologie varie (ulcera, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali, sintomi gastrointestinali, cefalea, astenia, apatia, ma anche manifestazioni cutanee tipo eczema, acne e dermatite, oppure asma e allergie, disturbi del sonno e dell’appetito etc.);
  • Sintomi psicologici: rabbia, risentimento, irritabilità, aggressività, alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, negativismo, indifferenza, depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, isolamento, sensazione di immobilismo, difficoltà nelle relazioni con gli utenti, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti e critico nei confronti dei colleghi.

Tale situazione di disagio molto spesso porta il soggetto ad avere tendenze autodistruttive e, come detto in precedenza, può spingere il lavoratore, ad esempio, ad abusare di alcool, di psicofarmaci, fumo o droghe. Questi comportamenti, oltre che peggiorare la salute del soggetto, influiscono negativamente anche sul suo rendimento professionale. Inoltre è stata rilevata la necessità di studiare il fenomeno di burnout non solo sul singolo individuo ma sull’intero gruppo di appartenenza del lavoratore stesso. Infatti è molto probabile che l’intero gruppo soffra di questa condizione, questo sia perché più individui vivono la stessa condizione di lavoro stressante, sia perché lo stress di uno può ripercuotersi sugli altri.
Per misurare il burnout ci sono diverse scale ma è assolutamente necessario ricordare la scala di Maslach, il MBI, Maslach Burnout Inventory : un questionario di 22 items atti a stabilire se nell’individuo sono attive dinamiche psicofisiche che rientrano nel burnout. A ogni domanda il soggetto interessato deve rispondere inserendo un valore da 0 a 6 per indicare intensità e frequenza con cui si verificano le sensazioni descritte nella domanda stessa. Questi items studiano i tre aspetti che secondo l’autrice compongono il burnout e sono:

  1. Esaurimento emotivo, viene esamina la sensazione di essere inaridito emotivamente ed esaurito dal proprio lavoro;
  2. Depersonalizzazione, viene misura una risposta fredda ed impersonale nei confronti degli utenti del proprio servizio;
  3. Realizzazione personale, viene valuta la sensazione relativa alla propria competenza e al proprio desiderio di successo nel lavorare con gli altri.

Pertanto un soggetto affetto da burnout avrà un elevato punteggio nella scala relativa all’esaurimento emotivo e alla depersonalizzazione mentre sarà basso il punteggio relativo alla realizzazione personale.

 

 

Bibliografia

Magnani M., Majer V. (a cura di) Rischio stress lavoro-correlato

 

Sitografia

http://www.enaios.it/index.php/supporto-psicologico/stress,-burn-out-e-mobbing,-conoscerli-per-difendersi.html

http://www.psicologiadellavoro.org/?q=burnout

http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_da_burnout